Brad Mehldau – Elegiac Cycles
agosto 5, 2004 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte
Il primo disco da solista di un giovane pianista, il 5 in ordine cronologico, dopo il sorprendentemente maturo Introducing ed i coraggiosi primi 3 volumi di Art of the Trio, la sfida con il piano solo.
Allargare gli orizzonti di quella che si definisce musica Jazz, operazione incredibilmente riuscita , da sempre Brad rivisita e rivela in tutta la loro bellezza musica di ogni provenienza, cito a titolo di esempio Paranoid Android dei Radiohead, esplorata in versione solo in svariati concerti e nel disco Largo ne regala una versione orchestrale. In questo disco si delinea chiaramente la personalita’ ed il suono del suo pianoforte che diventa inconfondibile, chiaramente riconoscibile come Mehldau. Un disco che puo’ essere definito Neo Classico in un certo senso, si possono sentire chiaramente influenze di pianismo classico (Debussy, Satie, Scriabin, Beethoven) il tutto meravigliosamente coniugato con richiami armonici legati alla tradizione Jazzistica.
Probabilmente la chiave interpretativa di questo disco, riflessivo, intimo si trova nelle note di copertina, Vita Brevis Ars Longa, la continua curiosita’ di ricevere stimoli da ogni tipo di arte, nella citazione di Thomas Mann delle note di copertina:
" The Artist must be unhuman, extra-human; he must stand in a queer aloof relationship to our humanity; only so he is in a position…to represent it, to present it, to portray it to good effect. The very gift of style, of form and expression is nothing more than this cool and fastidious attitude towards humanity…For sound natural feeling, say what you like, has no taste"
Vedere, ascoltare, partecipare ad un opera d’arte attraversane tutta la storia, sono i concetti che emergono da questo disco fatto di un pianismo lirico e ritmico allo stesso tempo, perennemente alla ricerca di un equilibrio che sembra non arrivare, il sentimento di perdita tipico dell’elegia, lamenti legati alla perdita , dall’amore alla morte. In questo senso abbiamo un disco romantico, ma al suo interno ci sono alcune note di ironia verso il "feticismo" di alcuni critici Jazz, come lo stesso Mehldau osserva sempre nelle interessantissime note di copertina, insieme con una critica feroce a quello che il mondo dei media sta creando in maniera dissennata, un mondo legato ad un mito improbabile, demente della giovinezza, tutto ha una sua data di scadenza, come poter creare dell’arte in questo mondo legato al consumo dove non riusciamo piu’ ad avere esperienza, il paradosso dell’eta’ dell’informazione, dimenticare, non riuscire a preservare il proprio sapere.
Il flusso improvvisativo e’ il ricordo migliore della nostra mortalita’, cio’ che si improvvisa svanisce nello stesso tempo in cui viene rappresentato, suonato. Questo disco contiene al suo interno incredibili motivazioni filosofiche sul senso della musica e riflessioni sul nostro tempo. Un disco sincero, sentito, sicuramente pensato a lungo, frutto di innumerevoli ascolti, letture, pensieri. Non aspettatevi swing da questo disco , ma vibrazioni intense ed apparizioni di "fantasmi" dell’arte in ogni momento del viaggio musicale
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Esbjorn Svensson Trio – From Gagarin’s Point Of View
agosto 4, 2004 by quoyle
Inserito nella categoria Batteria, Contrabasso, Pianoforte
Difficile catalogare come jazz o come qualsiasi altro genere la musica del trio del pianista Esbjörn Svensson. Una musica fresca, una ventata di aria nuova nella formula classica del classico trio jazz (piano, basso, batteria). Svensson sperimenta con i suoni, utilizzando il piano a volte come una chitarra, a volte come uno strumento percussivo, con composizioni tutte originali. Altro punto particolare di questo trio e’ l’integrazione sempre bilanciata dell’elettronica, che e’ sempre perfettamente bilanciata con la parte acustica, sembrando praticamente la stessa cosa e questo tipo di utilizzo di suoni digitali e’ davvero difficile e riuscito a pochissimi altri prima d’ora.
Certo nel pianismo di Svensonn si sentono tutti i richiami della tradizione del jazz europeo, il quartetto di Jarrett e Garbarek degli anni 70, tutta la produzione scandinava con richiami ad artisti del calibro di Bobo Stenson, ma le idee di questo astro ormai affermato del jazz europeo, sono sorprendenti con variazioni armoniche a volte geniali, ed il suo uso del pianoforte sempre misurato, sfruttando tutte le capacita’ timbriche in suo possesso. Si sentono i boschi del nord, il vento freddo, le cascate cristalline, paesaggi sonori nordici, nell’ascolto di questo disco ed anche alcune atmosfere piacevolmente urbane (oserei dire da urbe del nord europa sempre ordinate e leggermente algide). Il pezzo Dodge the Doodo presente in questo disco sara’ una quasi costante delle esibizioni live del trio ed e’ un pezzo incalzante in cui e’ difficile distinguere le linee di basso da quelle della mano sinistra del piano e proprio in questo pezzo c’e’ l’uso mirabile di alcuni campioni che rendono il pezzo assolutamente unico, ritmi frenetici si alternano con aperture su piazze sonore completamente popolate dal solo piano di Svensson.Ancora con la bellissima ballad From gagarin’s point of view (dimenticavo altra cosa che mi delizia di questo trio e’ la scelta dei titoli delle loro composizioni), si riesce a vedere la terra dall’alto dipinta dalle note del piano di svensson e dal tappeto della sezione ritmica che supporta in modo eccellente il mood del pezzo, ed e’ difficile distinguere uno strumento dall’altro ascoltando questo pezzo che definirei quasi impressionista, nel suo modo cosi’ elegante e colorato di rappresentare la realta’. Un bel disco, probabilmente quello della maturita’ artistica di questo trio per fortuna difficilmente catalogabile con le etichette musicali consuete.
Listen to From Gagarin’s point of view (On Act Music Site)
Esbjörn Svensson (Grand Piano, Keyboards, Percussion)
Dan Berglund (Doublebass, Percussion)
Magnus Öström (Drums, Percussion, Mohammed)
Track list:
1 Dating
2 Picnic
3 The Chapel
4 Dodge The Dodo
5 From Gagarin’s Point Of View
6 The Return Of Mohammed
7 Cornette
8 In The Face Of Day
9 Subway
10 Definition Of A Dog
11 Southwest Loner
All compositions by Esbjörn Svensson/Dan Berglund/Magnus Öström
ACT Publishing
Recorded at Atlantis Studio, Stockholm, May-November 1998
Rating: 




Caecilie Norby – My Corner of the sky
agosto 4, 2004 by quoyle
Inserito nella categoria Dischi, Nord, Pianoforte, Vocal
Disco di esordio di questa cantante danese, esordio di grande qualita’ affidato alla etichetta Blue Note ed alle mani esperte di grandi musicisti (tra i tanti che collaborano a questa produzione Terri Lyne Carrington alla batteria, Randy e Michael Brecker rispettivamente alla tromba e sax tenore, Joe Calderazzo e David Kikoski al piano ed ancora Alex Riel alla batteria insieme ad altri musicisti danesi.
Repertorio eccellente con pezzi che vanno dagli standards jazz a quelli che possono essere considerati degli standards Pop, bellissima la versione del classico di Cole Porter Just One of those things con un inizio propulsivo costruito su un dialogo esclusivo fra voce e batteria di Terry line Carrington su un up swing, davvero imperdibile, per arrivare ad un solo di piano di Calderazzo davvero pregevole. Altre perle dell’album una bellissima rilettura del classico di David Bowie Life on Mars accompagnata solo dal contrabasso e dalla batteria con delicati intermezzi affidati alla sapienza armonica di Randy Brecker ed una splendida rilettura del famoso brano Calling You colonna sonora del film Baghdad Cafe, interpretato in un’atmosfera magnifica ancora una volta affidata al pianismo di Calderazzo che in questo pezzo e’ autore di un solo tanto bello quanto semplice nella sua struttura. La voce di Cacilie e’ calda, nera, emozionanate, cosi’ diversa dalle miriadi di imitazioni che si sentono in giro. E’ incredibile sentire tanta maturita’ e tanta spontaneita’ in un disco di esordio, credo che questa cantante sia davvero una vera promessa, anzi una realta’ del jazz, al contrario di tante proposte incredibilmente segnate da un bollino commerciale ed additate come nuove star della scena jazz mondiale. Un disco bello, emozionante, semplice che arriva diretto al cuore, un esempio di vero talento canalizzato benissimo dalle scelte produttive e dal repertorio affrontato.
1. Look of Love
2. Right to Love
3. Set Them Free
4. Supper Time
5. African Fairytale
6. Life on Mars?
7. Spinning Wheel
8. What Do You See in Her
9. Just One of Those Things
10. Snow
11. Song for You
12. Calling You
Rating: 




Keith Jarrett – Sun Bear Concerts
agosto 3, 2004 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte
Sei cd per cinque concerti in solo di Keith Jarrett, registrati in Giappone fra il 5 ed il 18 Novembre 1976. Questo cofanetto, e’ una vera perla del pianismo di Keith Jarrett, sicuramente non una delle sue opere piu’ semplici, ne’ tra quelle maggiormente citate. Ogni concerto possiede una propria identita’ diversa, chiaramente definita sin dalle prime note introduttive di ogni esibizione. Ogni volta scegliere da dove iniziare il viaggio verso il centro della musica di Jarrett e’ molto difficile, scegliere il caos di Nagoya o le note rassicuranti ma leggermente malinconiche di Sapporo ? Ogni volta mi lascio “corrompere” dalle note iniziali di Sapporo che pure rappresenta l’ultimo atto di questi concerti, non riesco a resistere alla melodia introduttiva che si sviluppa nei primi minuti del concerto fino ad arrivare al centro del pezzo, ed e’ come se questa melodia fosse stata generata dai quattro lavori che la hanno preceduta ed originata dalla dolcezza iniziale del primo concerto registrato a Kyoto. Ascoltare dopo molte volte i concerti e’ come vedere la chiusura di un cerchio che parte dai primi concerti in solo del 1973 per passare attraverso il Koln Concerts ed esaurirsi almeno in questa forma con i concerti giapponesi.
Ed ogni concerto sembra in qualche modo ricollegarsi a quello che lo ha preceduto, sostenuto da un unico pensiero musicale, lucidissimo con il sentore chiarissimo di una ricerca costante collocata in un periodo di creativita’ brillante di Jarrett. La partecipazione vocale di Jarrett, cosi’ caratteristica dei suoi momenti piu’ “estatici” accompagna costantemente le note dei dischi. Alternanza costante tra le varie sezioni dei concerti di melodia e riff ritmici a volte spigolosi che si rituffano in melodia. Un lavoro difficile, sicuramente non da affrontare come primo ascolto di Jarrett, ma che rimane un ascolto indispensabile per capire veramente a fondo la poetica musicale di Jarrett.
Trascrizione di Sapporo Part 1 messa a disposizione sul sito www.keithjarrett.it gratuitamente da Friedrich Grossnick
Kyoto 5 Novembre 1976
Osaka 8 Novembre 1976
Nagoya 12 Novembre 1976
Tokyo 14 Novembre 1976
Sapporo 18 Novembre 1976Encores: Sapporo, Tokyo, Nagoya
Rating: 




















