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Keith Jarrett - The Paris Concert

quoyle Febbraio 7th, 2005

Ho incontrato la musica di Keith Jarrett, quasi per caso, nel 1995. Il primo disco che ho ascoltato e’ stato The Paris Concert, non riesco ad esprimere le sensazioni che ho provato ascoltandolo. Uno dei pezzi si chiama The Wind del grande pianista Russ Freeman (1926 -2002) e fu registrato per la prima volta negli anni 50 da Chet Baker e Freeman stesso. Forse davvero il vento di questo disco ha soffiato e spinto Jarrett a livelli mai ascoltati prima nella formula del concerto in solo completamente improvvisato. Adesso conosco bene l’opera di Jarrett, ho praticamente tutta la sua discografia ufficiale e non, ho ascoltato tanto Jarrett a volte per giorni interi, ma quello che si sente in questo disco e’ incredibile. Atmosfere classiche nel pezzo di apertura October 17, 1988, non ci sono dubbi Jarrett e’ influenzato da Bach in questi 37 minuti di esplorazioni nel cuore della musica, molto probabilmente approfondiva lo studio del clavicembalo ben temperato che avrebbe registrato per la ECM qualche anno dopo. Una fuga improvvisata, impeccabile , toccante che arriva al centro del pezzo introduttivo con un pedale che destruttura la fuga per ricomporla con pazienza nei minuti successivi aumentando sempre di piu’ l’intensita’ ritmica ed il coinvolgimento degli spettatori. Questa sezione centrale e’ difficile, difficile da capire, eppure colpisce, per il dolore che traspare da quelle note, a volte devo interropere l’ascolto perche’ la tensione che Mr Jarrett crea e’ troppo ardua da sopportare. Un inno ecco, questo disco sembra un grande inno alla musica e’ difficile credere che questo disco sia improvvisato e’ tutto talmente bello, naturale, ispirato, corale. Jarrett stesso con le sue classiche "esternazioni" vocali accompagna i pezzi piu’ significativi di questo disco. Il secondo pezzo e’ appunto The Wind, una ballad struggente. Le armonie che Jarrett regala al pezzo sono fedeli alla composizione originale, ma cosi’ ricche e liriche da impazzire per la bellezza, credo che R. Freeman sarebbe stupito da come Jarrett abbia colto l’essenza del pezzo. Il disco termina con un blues che e’ meno intenso dei due pezzi precedenti (ovviamente, non oso immaginare l’energia emotiva che Jarrett ha dovuto usare per la performance), ma sempre estremamente godibile. Ogni volta che ascolto questo disco scopro nuovi dettagli , li collego tra loro, ricordo ascolti passati e rimango sempre stupito dalla bellezza pura di queste note e dall’intelligenza musicale che le guida.

Trascrizione di The Wind from Paris Concert

"Lo scopo non è quello di controllare quello che fai con la testa. Non devi mai pensare << Bene, adesso farò questo o quello>>, nè chiederti come andare avanti. Tu sei cosciente della musica e del pubblico, ma quello che più importa è dimenticare tutto e lasciarsi andare liberamente. Se io smetto di pensare e vado in plcoscenico, con la giusta disposizione d’animo, in quel momento smetto di essere una macchina e divento uno che riceve." (Keith Jarrett)

Rating: ★★★★★

Un anno fa :

25 Responses to “Keith Jarrett - The Paris Concert”

  1. utente anonimoon 07 Feb 2005 at 11:53

    Bel commento, davvero. Jarrett mi piace e anch’io come te ho moltissimi dei suoi dischi. Ora riascolterò Paris concert con un nuovo spirito.

    Per quanto riguarda i piano-solo jarrettiani i miei preferiti sono due dei Sun bear concerts.

    Ciao

    Francesco - jazzer.it

  2. quoyleon 07 Feb 2005 at 11:57

    Anche i miei sai

    Nagoya e Sapporo

    Anche se poi alla fine mi perdo sempre negli ascolti dei SUn Bear un opera complessa

    Ciao a presto

  3. unapersonaintornoon 07 Feb 2005 at 14:14

    ..Il mio lasciarsi attraversare..

    ..” Ci sono cose a cui arrivi (e che ricevi) se spengi un attimo la testa perchè non è più da lì che passano dopo un po’..

    Bello sentir dire le stesse cose da Mr. Jarrett e aver provato che non valgono solo per la musica..

    Ciao belle dita da pianista e caro testone. :-)

  4. quoyleon 07 Feb 2005 at 14:33

    Eh si infatti e’ proprio quello che dicevamo insieme

    “Tu sei cosciente della musica e del pubblico, ma quello che più importa è dimenticare tutto e lasciarsi andare liberamente

    Essere coscienti ma lasciarsi andare, farsi attraversare senza freni lasciando da parte la testa, e’ una sensazione bellissima, Sabato notte, suonando fino alle 5 la ho provata forse nella maniera piu’ chiara e nitida della mia vita, e la cosa incredibile e’ che arrivava alla gente che ascoltava, e’ stato bello e mi fa riflettere, probabilmente davvero dovrebbe essere il modo di affrontare la vita, essendo coscienti ma lasciandosi attraversare… lasciandosi perforare dalle emozioni dalle sensazioni,

    Ciao dal testone :-(

  5. Pannonicaon 07 Feb 2005 at 15:21

    Ciao Mr. Quoyle!

    Tu fai suonare anche le parole che scrivi, sai?

    Il mio primo incontro con K. Jarrett è stato con un piano solo, “Blame it on my youth”… e, dopo tutti questi anni, non ho ancora trovato le parole per dire quello che mi si crea dentro quando lo ascolto..

    Bacio.

    Nica

  6. coloriluminosion 07 Feb 2005 at 19:42

    Non ho mai provato una forte attrazione per la musica di Jarrett, però devo dire che alcuni suoi lavori giovanili (specialmente quelli incisi su etichetta Vortex e Impulse) mi hanno influenzato parecchio.

    Ciao :)

  7. utente anonimoon 07 Feb 2005 at 23:13

    Quanto è spettacolate Jarret…

    nonostante i miagolii e i mugugni di fondo,mi piace un casino!Notte Confi!

  8. quoyleon 08 Feb 2005 at 09:24

    Ehi quei “miagolii” e mugugni come dici tu fanno parte di quel lasciarsi attraversare, quando suoni anche l’espressione del corpo deve essere libera, se ascolti con attenzione quei mugugni sono sempre nei momenti di climax musicale, quando la tensione e’ troppa o sta nascendo qualcosa di grande

    Ciao

  9. Sahishinon 08 Feb 2005 at 11:22

    Le tue descrizioni finiscono sempre col dare nuove sensazioni all’ascolto.

    ciaccià musicante ;o)

  10. myfavouritethingson 08 Feb 2005 at 13:30

    Già… Rimane dentro… Ma è vero anche che non è mai la stessa.

    E questa è la sua bellezza ma anche la sua eterna maledizione.

    Grazie della visita, a presto

  11. recelon 08 Feb 2005 at 14:22

    si può saltar di palo in frasca da keith ai radiohead? è che ho sbirciato il tuo commento al post di upi… e quando sento 2+2=5 non mi trattengo… e devo ringraziare chi me la fa ricordare.

    un pezzo l’ho postato giorni fa sul mio blog.

    blog non bello come il tuo, comunque…

    complimenti, piacere di averti incontrato

  12. ruckerton 08 Feb 2005 at 16:55

    Semplicemente uno dei miei dischi preferiti e la descrizione rende onore a questo lavoro. Adoro Jarrett e ho ancora l’amaro in bocca per aver perso il concerto di piano solo all’auditorium. Finora l’ho sentito in trio, ma spero di avere altre occasioni per sentirlo da solo.

  13. clf2000on 08 Feb 2005 at 18:11

    E’ bello, per chi come me non è un gran conoscitore di musica stare ad ascoltare le vostre storie perchè nel racconto si condensa tutta la passione che è in voi

  14. Zaccariaon 08 Feb 2005 at 19:22

    Continuano le curiose coincidenze. Ho sempre trovato “The Wind” una piccola perla. Sebbene abbia conosciuto Jarrett prima attraverso Standards vol.1 e vol.2 quelli con la copertina azzurra e marroncina della ECM (piccoli capolavori di suono su vinile) ricordo la sensazione di “Paris Concert”. Un labirinto intricato in cui si rimane persi per un bel po’ e poi “The Wind” come un uscimmo a riveder le stelle che non consola ma accarezza la testa con malinconia. Bello. Sì. Non è per copiare ma mi hai fatto venire voglia di scrivere un post sul concerto che vidi di Jarrett a S. Cecilia su via della onciliazione parecchio tempo fa. Humm. Ci penserò. Cià. Zac

  15. echizolunaron 08 Feb 2005 at 21:28

    o.t. solo per lasciarti un salutino…a presto, echizo

  16. paola2211on 09 Feb 2005 at 00:01

    non ti ho più risposto, scusa, ma in questo periodo sono un po incasinata, tra gli esami ed altre mille pensieri non passo più molto da queste parti…. sai mica dove si può trovare la colonna sonora di ferro 3?????il film è bellissimo e la colonna sonora….che in realtà è solo una canzone….mi fa impazzire….ma non si trova perchè è araba, di una certa SLVYAN, la canzone dice qualcosa tipo salm el habii…che poi sarebbe “la pace dell’amore”…..

    un bacino ed a presto

    Paola

  17. kreshatikon 09 Feb 2005 at 08:05

    Oh. Eccoci a Jarrett. Un tempo, con tuo pacato scandalo, ti dissi che di Jarrett avrei scartato qualcosa. E’ chiaro che l’operazione è puramente soggettiva, abbarbicata dietro i torrioni robusti del de gustibus non disputandum (est). La mia impressione a proposito di quei miagolii e mugugni è che siano sempre stati troppo sottovalutati sia dai sostenitori di Jarrett sia dai suoi più acerrimi detrattori. Perchè se, come dici tu, corrispondono al crescendo a caldo dello sforzo creativo (intrepretativo, compositivo) del pianista, io ho il sospetto che non sia sempre e semplicemente così, ma che siano il segno, a volte, del sintomo opposto.

    Che Jarrett sia musicalmente e umanamente una figura complessa non sta a me dirlo, lo si sa e basta. Che per lui la musica (l’esecuzione musicale) sia cosa sacra, indisturbabile è risaputo e lui stesso non perde mai occasione di ricordarlo al pubblico accorso a visitare l’officina del maestro in piena attività produttiva. Eppure, sembra che la sua musica sia acusticamente e fisicamente inscindibile dalla sua figura, che sembra non voler correre il rischio di scomparire dietro il suono del pianoforte.

    Dietro miagolii e mugugni ci sarà sì lo sforzo, l’avvicinarsi del climax, dell’orgasmo, l’apice della tensione creativa, quello che vuoi, ma c’è anche l’esibizionismo di Jarrett, la sua incapacità di staccare il cordone ombelicale dalle note che il suo genio (indiscutibile, questo) partorisce a volte con generosità a volte con studiata e naturale parsimonia. Io credo che a volte nei mugugni ci sia il dolore di Jarrett per qualcosa che non sta andando come lui vorrebbe, un colpo di tosse nel pubblico, o un vuoto creativo, o, più semplicemente, la paura che questo possa manifestarsi da un momento all’altro.

    Posso testimoniare però una cosa: dal vivo quei mugugni sprofondano nella musica, nelle registrazioni rimangono più staccati e quindi visibili. Perchè Jarrett va ascoltato dal vivo, i dischi sono quasi in contraddizione con la concezione che lui ha della musica, e non è un caso che la maggior parte siano album live. Un compromesso che ben volentieri perdoniamo a un intransigente come lui.

  18. quoyleon 09 Feb 2005 at 11:04

    kreshatik, ciao!

    Secondo me non c’e’ lo sforzo i mugugni gli vengono e basta come succedeva a Glenn Gould che cantava forse unico tra i pianisti classici, credo che Jarrett non metta freni e questo porta ai mugugni e mugolii che a me francamente non dispiacciono affatto anzi fanno parte integrante della musica.

    No non sono d’accordo, quando sento un mugugno di Jarrett e’ nel punto giusto, mi sembra che sia sempre su qualcosa di veramente alto creativamente parlando. E si poi jarrett va ascoltato dal vivo ed infatti la stragrande maggioranza delle sue registrazioni sono dal vivo.

    No non credo proprio che sia come dici tu, non e’ esibizionista Jarrett, e’ un genio assoluto, ed anche attraverso la fisicita’ cerca di far passare la musica.

    Ciao un saluto

  19. recelon 09 Feb 2005 at 11:28

    altissimi livelli, senza dubbio… e ‘mugugni’ mi sembra un po’ riduttivo come termine, per quanto ne comprenda l’uso!

    grazie, ti controlinko immantinente!

    buona giornata

  20. kreshatikon 10 Feb 2005 at 07:54

    scusa recel, non era assolutamente mia intenzione ridurre Jarrett parlando di mugugni. Mutuavo l’espressione usata, simpaticamente, da un blogger in un commento precedente al mio. Per carità, Jarrett è un genio, a me piace tantissimo, cerco solo di vederne anche altri aspetti al di là di quelli consolidati dalla gloria e dalla fama che questo artista merita.

    Che non sia un carattere facile non sono certo io a scoprirlo, così come non scopro io che il suo carattere spesso in contrasto se non in rottura col pubblico ha un’incidenza enorme nella sua musica.

    Nel link al sito italiano dedicato a Jarrett che Quoyle riporta trovo emblematica la recensione dell’ultimo concerto “solo” tenuto a Roma. E’ molto interessante e credo colga in pieno molte sfaccettature del genio. Che, a differenza di quanto sostiene quoyle, ha a mio parere dei vuoti d’intensità ma il suo genio sta proprio lì: nel recuperarli e costruirvi sopra i suoi momenti migliori.

    Naturalmente si tratta di mie opinioni e non vogliono offendere la sensibilità di nessun Jarrett-maniaco, tra i quali mi ascrivo anche io. :) )

  21. quoyleon 10 Feb 2005 at 10:09

    Kreshatik, no io sono certo che anche jarrett abbia vuoti di creativita’, nel concerto a Roma e’ successo, ne ho parlato nella recensione che ho fatto anche io su quel concerto.

    Dico solo che le sue “esternazioni vocali” non sono da imputare secondo me ai vuoti o alla paura che quei vuoti si presentino, ma sottolineano momenti di particolare tiro e creativita’.

    Che l’uomo sia complesso, contraddittorio ed anche un po divo non si discute, ma ad un genio di queste dimensioni, come tu dicevi, si perdona qualsiasi cosa:-)

    Ciao ciao

  22. utente anonimoon 11 Feb 2005 at 11:39

    E’ bello, per chi come me non è un gran conoscitore di musica stare ad ascoltare le vostre storie perchè nel racconto si condensa tutta la passione che è in voi

    Vale la pena tenere un blog come il tuo per commenti come quello di clf2000.

    Francesco - jazzer.it

  23. utente anonimoon 10 Mar 2005 at 16:36

    Per me il miglior Jarrett resterà per sempre quello di Koln Concert…sarà perché è il primo disco di Jarrett che ho ascoltato…sarà perché le cose del passato , a riguardarle da lontano, assumono sempre un certo fascino…

  24. auranoiron 03 Mag 2005 at 08:35

    …mi accorgo che abbiamo avuto la stessa esperienza con molti dischi..da Flores a Jarret…ah..il Jazz…

  25. quoyleon 03 Mag 2005 at 11:33

    @ aura eggia’ ah il jazz :-)

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