My Funny Valentine
Uno dei pezzi definiti ’standards’ forse tra i piu’ interpretati, tra i piu’ famosi e tra i piu’ difficili da rendere nella loro semplicita’. Gli autori del misfatto R. Rodgers e L. Hart , due tra i piu’ prolifici autori di grandi melodie, entrate nella storia della musica, tanto per citarne solo alcune Blue Moon, Falling in love with love, Bewitched , My Romance, una collaborazione tra le piu’ prolifiche della storia del Jazz durata dal 1919 al 1943. Richard Rogers, ha musicato qualcosa come 40 musical a Broadway, ed insieme alle liriche di Hart fino al 43 e di Hammerstein dopo costruito delle vere sfide per i jazzisti di tutti i tempi.
Ogni standard e’ rappresentato dalla sua storia, dalle sue interpretazioni eccellenti, da quanti jazzisti hanno provato a cogliere il colore tonale che contraddistingue ognuno di questi pezzi. Ed e’ un obbligo per ogni strumentista, conoscere il testo dei pezzi che si interpretano, in quanto rappresentano l’altra parte fondamentale. Ebbene My Funny Valentine fornisce una sfida meravigliosa per ogni jazzista, cercare di interpretare questo pezzo, cogliere quelle tre note che lo contraddistinguono e gravitarci intorno e’ una delle cose piu’ difficili che si possano immaginare, pur nell’impianto armonico tradizionale e semplice che contraddistingue questo pezzo. Mi vengono in mente alcune interpretazioni indimenticabili , prima fra tutte quella di Miles Davis nel disco omonimo. Un disco che conteneva una profondita’ nello studio degli standards jazz, che puo’ sfuggire ascoltando la ‘naturalezza’ con cui fluisce la musica nella registrazione dal vivo. Miles al termine del concerto con Hancock, Carter, Williams, Coleman nel 1964 a NYC disse:
We just blew the top off that place that night. It was a motherfucker the way everybody played, and I mean everybody. (Miles Davis)
Ed e’ una grande verita’, quello che si ascolta in quel disco, credo rappresenti uno dei punti piu’ alti raggiunti nell’esplorazione di quel meraviglioso materiale che sono gli standards Jazz, forse l’unico lavoro che puo’ essere paragonato a questo e’ il laboratorio permanente di analisi degli standards di Keith Jarrett con il suo trio.
Le parole d’ordine sono sempre fedelta’ al pezzo, conoscenza profonda della storia del pezzo e delle sue grandi interpretazioni, disintegrazione della struttura ritmica, e grande interplay fra i musicisti. Puo’ sembrare strano ma il lavoro piu’ nascosto e delicato lo fanno i 2 batteristi di queste formazioni, Tony Williams e Jack Dejohnette, che affrontano gli standards, annullandone le forme, in stridente contrasto con il richiamo fedele di Davis e Jarrett. Pause, quasi abbandoni del pezzo, che permettono pause di creativita’, rigenerazione nel materiale sonoro che elaborano i solisti. Nel caso di Davis, le pause di Tony Williams servono come trampolino per il sax di Coleman che sfuma nella solitudine per entrare dritto nel cuore delle note caratteristiche del pezzo con un mood fondamentalmente malinconico. Jarrett, con la sua sapienza armonica, nel disco Still Live che contiene una delle sue tante interpretazioni di questo standard, entra subito dritto al cuore del pezzo con un’intro di piano solo, che coglie il senso di nostalgia, di incompletezza che avvolge questa canzone, rimanendo comunque sempre vicino a questo dolore presente nel pezzo.
Probabilmente queste due interpretazioni di My Funny Valentine rappresentano quelle che riescono piu’ di tutte le altre (forse con l’aggiunta dell’interpretazione di Chet Baker dal fortissimo impatto emozionale) a riassumere la storia di questo pezzo e che non possono mancare nel bagaglio di ascolti di un jazzista, e piu’ in generale di chiunque voglia avvicinarsi all’ascolto del Jazz.

Miles Davis The Complete Concert 1964, Columbia Legacy C2K 48821 or COL 471246
Keith Jarrett Still Live 1988 ECM
My Funny Valentine
Sweet Comic Valentine
You Make Me Smile With My Heart
You’re Looks Are Laughable,
Unphotographable
Yet You’re My Favorite Work Of Art
Is Your FigureLess Than Greek
Is Your Mouth A Little Weak
When You Open It To Speak
Are You Smart
Don’t Change A Hair For Me
Not If You Care For Me
Stay Little Valentine Stay
Each Day Is Valentine’s Day
Keith Jarrett – The Paris Concert
febbraio 7, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte
Ho incontrato la musica di Keith Jarrett, quasi per caso, nel 1995. Il primo disco che ho ascoltato e’ stato The Paris Concert, non riesco ad esprimere le sensazioni che ho provato ascoltandolo. Uno dei pezzi si chiama The Wind del grande pianista Russ Freeman (1926 -2002) e fu registrato per la prima volta negli anni 50 da Chet Baker e Freeman stesso. Forse davvero il vento di questo disco ha soffiato e spinto Jarrett a livelli mai ascoltati prima nella formula del concerto in solo completamente improvvisato. Adesso conosco bene l’opera di Jarrett, ho praticamente tutta la sua discografia ufficiale e non, ho ascoltato tanto Jarrett a volte per giorni interi, ma quello che si sente in questo disco e’ incredibile. Atmosfere classiche nel pezzo di apertura October 17, 1988, non ci sono dubbi Jarrett e’ influenzato da Bach in questi 37 minuti di esplorazioni nel cuore della musica, molto probabilmente approfondiva lo studio del clavicembalo ben temperato che avrebbe registrato per la ECM qualche anno dopo. Una fuga improvvisata, impeccabile , toccante che arriva al centro del pezzo introduttivo con un pedale che destruttura la fuga per ricomporla con pazienza nei minuti successivi aumentando sempre di piu’ l’intensita’ ritmica ed il coinvolgimento degli spettatori. Questa sezione centrale e’ difficile, difficile da capire, eppure colpisce, per il dolore che traspare da quelle note, a volte devo interropere l’ascolto perche’ la tensione che Mr Jarrett crea e’ troppo ardua da sopportare. Un inno ecco, questo disco sembra un grande inno alla musica e’ difficile credere che questo disco sia improvvisato e’ tutto talmente bello, naturale, ispirato, corale. Jarrett stesso con le sue classiche "esternazioni" vocali accompagna i pezzi piu’ significativi di questo disco. Il secondo pezzo e’ appunto The Wind, una ballad struggente. Le armonie che Jarrett regala al pezzo sono fedeli alla composizione originale, ma cosi’ ricche e liriche da impazzire per la bellezza, credo che R. Freeman sarebbe stupito da come Jarrett abbia colto l’essenza del pezzo. Il disco termina con un blues che e’ meno intenso dei due pezzi precedenti (ovviamente, non oso immaginare l’energia emotiva che Jarrett ha dovuto usare per la performance), ma sempre estremamente godibile. Ogni volta che ascolto questo disco scopro nuovi dettagli , li collego tra loro, ricordo ascolti passati e rimango sempre stupito dalla bellezza pura di queste note e dall’intelligenza musicale che le guida.
Trascrizione di The Wind from Paris Concert
"Lo scopo non è quello di controllare quello che fai con la testa. Non devi mai pensare << Bene, adesso farò questo o quello>>, nè chiederti come andare avanti. Tu sei cosciente della musica e del pubblico, ma quello che più importa è dimenticare tutto e lasciarsi andare liberamente. Se io smetto di pensare e vado in plcoscenico, con la giusta disposizione d’animo, in quel momento smetto di essere una macchina e divento uno che riceve." (Keith Jarrett)
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Vuelvo al Sur
febbraio 6, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Blog, Pianoforte, Tango

Vuelvo al Sur,
como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Llevo el Sur,
como un destino del corazon,
soy del Sur,
como los aires del bandoneon.
Sueño el Sur,
inmensa luna, cielo al reves,
busco el Sur,
el tiempo abierto, y su despues.
Quiero al Sur,
su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Te quiero Sur,
Sur, te quiero.
Vuelvo al Sur,
como se vuelve siempre al amor,
vuelvo a vos,
con mi deseo, con mi temor.
Quiero al Sur,
su buena gente, su dignidad,
siento el Sur,
como tu cuerpo en la intimidad.
Vuelvo al Sur,
llevo el Sur,
te quiero Sur,
te quiero Sur…
Seis del Solar – Alternate Roots (Mood Reloaded)
febbraio 4, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Percussioni, Pianoforte, Sassofono
Dunque, dunque, sono stanchissimo, distrutto, arrivato da Milano alle 22 in macchina, umore devastato da 2 giornate di lobotomia, dalla vita della milano da bere….. si per dimenticare… insomma con un umore decisamente dark, mi fiondo immediatamente in sala prova, che Martedi’ 8 siamo a suonare ad Arezzo allo Sugar Riff un locale grande dove la gente e’ esigente e vuole ballare , e noi il gruppo da 8 persone ancora non lo abbiamo rifondato ed abbiamo un repertorio ibrido. Ecco sono stanco proprio tanto e quando ho questa stanchezza di solito divento iper, sono agitato, mi preoccupo eccessivamente per gli altri insomma faccio del casino. Poi ci sono un po di malumori che cerchiamo di risolvere, perche’ voglio ma proprio tanto che questa volta il gruppo "Reloaded" sia una bomba, possiamo farcela, lo so ecco iniziamo a suonare e con calma suonando i miei arrangiamenti quei pezzi che ho devastato negli scorsi mesi cercando di esplorare tutti gli angolini, inizio a rilassarmi. E’ una magia, piano piano mi dimentico delle maledette logiche di mercato, dei tagli, dei ricavi, dei dividendi, di quel mondo maledetto che proprio non mi appartiene, degli sguardi dei carrieristi, dei malumori dettati dal fatto di essere dissociato completamente, con questa vita "vera" cazzo vera, con persone vere, altro che stronzate altro che numeri e riunioni e telefonate e giochi di potere…. energia vera, semplice. Ecco alla fine delle prove sono gia’ un altra persona quel ghigno tirato si e’ trasformato in un sorriso amorevole, sono di nuovo ben disposto verso il mondo, andiamo a bere una birra solo in tre, ed e’ bello siamo tranquilli si parla chiaro, tutto quello che non va, tutto quello che dobbiamo fare e quella bellissima festa a sorpresa che stiamo organizzando a felipe per Sabato, una festa dove suoneremo, il regalo piu’ bello che possiamo fargli, tutta la sera per noi e per i nostri amici, tanto cibo buono, tanto vino e davvero non mi interessa piu’ niente, mi sono dimenticato dell’altra vita, di quella grigia, spenta, chiusa nei corridoi degli uffici, dei consulenti tristi, adesso c’e’ il fine settimana, bello con la chiusura della registrazione in studio, questa bellissima festa di musica ed umanita’ vera ed ancora prove per la domenica e poi due concerti la prossima settimana, e niente adesso va bene sono felice e di nuovo tranquillo sono a casa….. seis del solar in sottofondo, ritmi latini e jazz per un grande disco del gruppo di supporto di Ruben Blades, Oscar Hernandez al piano con i suoi montuno magici ed il sax di Bob Franceschini con le sue note jazz.
Sono irrequieto.
Sono assetato di cose lontane.
La mia anima esce anelando
di toccare l’orlo
dell’oscura lontananza.
O Grande Aldilà,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che non ho ali per volare.
Sono impaziente e insonne,
sono straniero in una terra straniera.
Il tuo alito mi giunge sussurrando
una impossibile speranza.
Il mio cuore comprende il tuo linguaggio
come fosse lo stesso ch’egli parla.
O Lontano-da-cercare,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che non conosco la strada,
che non ho il cavallo alato.
Non c’è nulla che desti il mio interesse,
sono un vagabondo nel mio cuore.
Nella nebbia assolata delle languide ore,
quale visione grandiosa
prende forma nell’azzurro dei cielo!
O Meta Lontanissima,
oh, l’acuto richiamo del tuo flauto!
Dimentico, sempre dimentico,
che tutti i cancelli sono chiusi
nella casa dove vivo solitario!
(Tagore)















