Anouar Brahem – Astrakan Cafe (Alla finestra)

aprile 19, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, Dischi, Percussioni

Stamattina in macchina, cielo grigio, umore non proprio buono, afferro con un grugnito prima di uscire un disco a caso e si tratta di Astrakan Cafe di Anouar Brahem suonatore di Oud Tunisino.



Il caffe’, luogo di pace, dove scambiare chiacchiere in tranquillita’, rilassati, un’oasi dove trovare rifugio dalla frenesia e dai pensieri quotidiani. Questo disco offre proprio questo un’oasi di tranquillita’ spazi dilatati, atmosfere calde, odore di spezie orientali, un caffe’ tunisino caldo  in cui lasciar andare i pensieri.

I compagni di viaggio sono Barbaros Erköse al clarinetto and Lassad Hosni al bendir e darbouka tipiche percussioni orientali. I tempi sono sempre molto larghi, le percussioni sempre un piacevole sottofondo che aggiunge colore piu’ che marcare rigidamente il tempo.



La scelta degli strumenti e’ perfetta per un caffe’ che si rispetti, tutto e’ fatto per stare in sottofondo, fornire un piacevole tappeto al rilassamento degli ospiti che entrano nel caffe’. Degli ottoni, sicuramente disturberebbero la quiete del posto, mentre il calore di un clarinetto con questo tappeto magico di percussioni ed il suono cosi’ particolare dell’oud  e’ il complemento ideale per rimanere ad una finestra del bar guardando la vita scorrere fuori sospesi nel tempo con davanti una tazza di caffe’ caldo e speziato.

La musica parla di storie lontane, di quelle storie che si raccontano nei bar di frontiera, e forse i colori grigi della copertina, forse le tonalita’ leggermente malinconiche e crepuscolari, richiamano proprio la giornata uggiosa di stamattina, senza esaltarne il lato malinconico pero’, solo lasciandomi alla finestra di questo bar a sospendere i pensieri e guardare la vita da quel vetro leggermente appannato del Cafe Astrakan.

Track List

01. aube rouge a grozny

02. astrakan cafe

03. the mozdok’s train

04. blue jewels

05. nihawend lunga

06. ashkabad

07. halfaouine

08. parfum de gitane

09. khotan

10. karakoum

11. astara

12. dar es salem

13. hijaz pechref

14. astrakan cafe

Rating: ★★★½☆

Come sto…. (Teatro del Sale 14 15 Aprile 2005)

aprile 15, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Concerti

Come sto, rispondo qui a tutti quelli che in maniera cosi’ delicata e carina mi hanno fatto questa domanda… giornata piena folle oggi, partenza alle cinque di mattina da Pisa per Milano in macchina, due riunioni inutili, il cuore di questa giornata e’ a Firenze stasera lo so su una tastiera bianca e nera di uno Steinway, voglio buttare il mio cuore li sopra, voglio essere me stesso tirare fuori quel dolore farlo sentire attraverso quei tasti, tre ore di macchina volano con questi pensieri, i momenti lavorativi mi sono indifferenti non sono li’ con il mio cervello sono gia’ a stasera voglio suonare  lo voglio davvero lo desidero un desiderio fortissimo…  rientro rapido a Pisa per trovare gli altri e partire per Firenze, arrivo al Teatro del Sale alle 18 per trovare un sorridente tecnico del suono ad aspettarci e leggo in quegli occhi qualcosa, ed a cena parliamo parliamo dei suoi tre figli, della sua vita dalla calabria alla toscana, della mia vita dalla puglia alla toscana delle nostre passioni, dei nostri studi, gli occhi di Paolo tristi tanto tristi e sperduti, un cibo incredibile in questo teatro ristorante, che tocca le corde dell’anima delle cialde alla panna che come nel romanzo/film tutte le mattine del mondo ti ricordano persone che non ci sono piu’ ne ho prese due una la ho lasciata nel piatto per lei.
Un appartamentino etnico arredato con gusto dove potremo dormire stanotte e dove decidiamo la scaletta della serata, odore forte di sandalo, di spezie mi piace questo bed and breakfast nel cuore di Firenze dove saremo visto che suoneremo due sere di seguito in questo posto magico…. ed arriva il momento tanto desiderato un pianoforte grande, enorme ed io mi siedo davanti pensando solo alla musica , essendo completamente in pace con il mondo almeno per quell intervallo di tempo. Inizio da solo Lagrimas Negras un pezzo dolce tormentato come mi sento io Re minore poi Sol settima secondo cinque primo gioco, il suono dello steinway mi riempie il cuore dio come e’ morbido dolce, come parla come riesco a passare tutto quello che provo dalle mie dita attraverso quei tasti bianchi e neri poi le corde ed i martelletti e lo sento bastano tre note che sara’ una meraviglia sorrido agli altri lo so lo sento che anche per loro sara’ bello….. e la musica esce spontanea parla , tutto quello che pensiamo che vogliamo viene fuori e sento la gente che batte i piedi, che si muove che applaude ed e’ una meraviglia, tutto scorre leggero, sento che le mie mani rispondono esattamente a quello che il cervello pensa, quella sintonia magica tra pensiero ed azione che capita cosi raramente e sono in un altra realta’ galleggio fuori da me stesso alla ricerca di quella felicita’ che non riesco a raggiungere che mi sfugge e suono piegato su me stesso, la testa piegata in basso alla ricerca di qualcosa…. il concerto finisce presto troppo presto, voglio rimanere in questo stato per un anno dieci anni tutta la mia vita, sospeso, galleggiando con i miei pensieri belli e brutti con la nostalgia con gli abbracci, le parole i sorrisi , quelli dati e non dati, le parole pensate e non dette, i baci ricevuti quelli dati quelli solo immaginati, le carezze reali e virtuali, il mio desiderio di amare e di essere amato, la mia fragilita’ e la mia voglia di mostrarla e non avere nessun pudore anche attraverso un accordo minore, un tocco delicato un modo di pormi davanti a quella meraviglia di pianoforte. Fine del concerto ringraziamo di cuore il pubblico questo posto fantastico per quello che ci ha donato stasera, per la meraviglia di suonare davanti a 100 persone in perfetta sintonia, in totale sinergia e contatto, e vengono due, tre quattro cinque dieci persone a farmi i complimenti ed io sono timido non li so incassare i complimenti, e mi sembra cosi’ strano. Una signora di una certa eta’ mi cerca e mi dice non mollare eh, non mollare…ed io penso come cazzo ha fatto a capire, come ha fatto, gli occhi la fisiognomica, il fatto che ho davvero messo il mio cuore, con i miei limiti con le mie difficolta’ sotto la tastiera di quel pianoforte… e la serata finisce in un odore dolce di primavera in una Firenze bellissima, con delle persone conosciute in teatro a parlare e bere del vino ad un angolino di Piazza Sant Ambrogio ed io penso come sto, come sto, confuso, ma certamente aperto, completamente aperto per sentire quello che gli altri hanno da dire e cercare di raccontare come sto, quello che ho dentro, come sto…. e domani un altro concerto nessuna aspettativa, quello che ho provato stasera e’ meraviglioso e questo mi basta per adesso, questo sentire amplificato , questo odore dolce di Firenze in primavera, queste luci soffuse, questa stanza estranea… come sto…

Hallelujah

aprile 11, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog

C’e’ un tempo per tutto, a volte lo senti arrivare , a volte ti ritrovi dentro e non ti sei neanche accorto del tempo che arrivava, adesso sono stanco, troppo stanco, ho un dolore troppo grosso dentro e non riesco piu’ ad ignorarlo. Forse ho sopravvalutato le mie capacita’, il mio desiderio di infinito che non serve a nulla se non cerco di indagare su questo dolore, questo dolore che sono bravissimo ad ignorare , ma che non voglio piu’ ignorare. E stasera, ed in questi giorni, lo lascio uscire, mi lascio penetrare voglio sentirlo bene, perche’ forse e’ l’unico modo per combatterlo, sono in riserva davvero stanco, alla perenne ricerca di risposte che non possono arrivare dall’esterno ma solo da quello che ho dentro. Tutto il mio tempo passato a proteggere gli altri, sempre attento che nessuno potesse preoccuparsi per come sto e nessuno se tu non dai l’avvio ti fa la domanda piu’ bella del mondo se sincera "Come stai?", ed io sono stanco, risponderei sto male va male, sono affaticato. Tutta questa protezione alla fine ti fa innalzare barriere di incomunicabilita’, paradossalmente con le persone con cui non dovrebbero esserci barriere e ti ritrovi con i tuoi genitori che sono degli estranei, gli affetti che non sanno quello che hai dentro, alla fine forse neanche il tuo io piu’ vero lo sa… ed adesso sono proprio in riserva, sento che e’ il tempo di capire meglio, il tempo di avere il coraggio di guardare dentro quello che e’ successo in questi anni di incuria, quel dolore al centro del petto lo richiede, la fatica di fare le cose piu’ elementari me lo richiede..

I heard there was a secret chord
That david played and it pleased the lord
But you don’t really care for music, do you?
Well it goes like this:
The fourth, the fifth, the minor fall and the major lift
The baffled king composing hallelujah

Hallelujah, hallelujah, hallelujah, hallelujah

Well your faith was strong but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrough ya
She tied you to her kitchen chair
She broke your throne and she cut your hair
And from your lips she drew the hallelujah

Hallelujah, hallelujah, hallelujah, hallelujah

Well, maybe I’ve been here before
I’ve seen this room and I’ve walked this floor
I used to live with leonard before I knew ya
I’ve seen your flag on the marble arch
But love is not a victory march
It’s a cold and it’s a broken hallelujah

Hallelujah, hallelujah, hallelujah, hallelujah

There was a time when you let me know
What’s really going on below
But now you never show that to me do ya
But remember when I moved in you
And the holy dove was moving too
And every breath you drew was hallelujah

Hallelujah, hallelujah, hallelujah, hallelujah

And maybe there’s a God above
But all I’ve ever learned from love
Was how to shoot somebody who outdrew ya
Well it’s not a cry that you hear at night
It’s not somebody who’s seen the light
It’s a cold and it’s a broken hallelujah

Hallelujah, hallelujah, hallelujah, hallelujah
Hallelujah, hallelujah, hallelujah, halle…
It’s not what you’re told
It’s not her face
It’s not his touch
In the room you both share
Where he’s gone when he loved
When your time and your memory fills your dreams
When you’re honest and together
Together no more
No more
Hallelujah, until you’re nothing
Hallelujah, baby, until she’s everywhere
Hallelujah, until together you are somewhere I’d lost
Hallelujah, hallelujah.

Peter Erskine – You Never Know

aprile 10, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Batteria, Contrabasso, Pianoforte, Standards

Atmosfere rarefatte, sospensioni, riflessioni, delicatezza, il fluire circolare e naturale della musica e dei pensieri mentre si ascolta questo trio, cosi’ eterogeneo nei suoi componenti e cosi’ omogeneo e caratteristico nella sua identita’ sonora. John Taylor eclettico e romantico nel suo modo di suonare il pianoforte, Palle Danielsson una roccia un contrabbassista solido, caposcuola del jazz europeo e Peter Erskine, un batterista per cui non riusciro’ mai a trovare aggettivi che riescano a rendergli pienamente giustizia per il suo modo assolutamente unico di interpretare il drumming e far suonare in maniera cosi’ eterea e colorata la batteria. Un disco del 1992 , caratterizzato sempre dalla perfezione formale delle incisioni ECM, i suoni degli strumenti caratterizzati dai tecnici di Manfred Eicher si avvicinano sempre agli ideali, ecco se si vuole sapere come dovrebbe suonare un pianoforte idealmente, il campione di riferimento, basta ascoltare una delle registrazioni ECM e questa naturalmente non fa eccezione.

Il primo disco di questo trio, non esagero a considerarlo uno dei trii piu’ importanti degli ultimi anni, che ha prodotto in questa formazione 4 dischi sempre per la ECM. Sempre mi piace ascoltare il suono dell’Europa, l’introspezione tipica dei musicisti Europei in questa incisione, e la caratteristica di risultare un entita’ unica, quasi non distinguibile o scomponibile nelle sue portanti. Un trio da definirsi impressionista, probabilmente erede della tradizione del trio di evans, si delineano netti i paesaggi nella musica che si ascolta in questo disco ed un incredibile senso di possesso del tempo e dello spazio sonoro. La  musica respira e’ ampia, non si intravedono i confini se non la linea d’orizzonte, le frasi larghe Taylor lascia crescere la frase non forza mai il tempo, ha un modo di suonare riflessivo e paziente. Sono presenti le suggestioni dei quartetti europei di Jarrett, il pianismo di Bobo Stenson (uno dei miei pianisti preferiti) e dei suoi trii attraverso la mano solida di Danielsson, Erskine invece porta la ventata di sperimentazione, le esperienze cosi’ incredibilmente eterogenee dei Weather Report, degli Steps Ahead ed il suo modo lirico di approcciare la batteria (non e’ un caso che il terzo pezzo del disco sia un originale di Erskine ed il pezzo piu’ lirico ed impressionista di questo disco)

La scelta dei pezzi e’ interessante si parte da suggestioni intimistiche di New Old Age un originale di Taylor per continuare il percorso attraverso originali di Erskine e alcuni pezzi di un grandissimo compositore quale Vince Mendoza (Amber Wave e She Never Has a window) per finire con una vera perla di pianismo di Taylor, un interpretazione di un pezzo non troppo famoso di Cole Porter Everything i love da Let’s face it. L’intro di piano di Taylor e’ magico, coglie esattamente il colore tonale del pezzo, quell’essenza che lo caratterizza, il suono e’ dolce innamorato come lo sono i testi del pezzo, una meraviglia l’ascolto , lo swing cosi’ etereo e nello stesso tempo entrante delle spazzole di Peter Erskine, il walking bass asimmetrico di Danielsson, e su questo tappeto magico il pianismo europeo di Taylor trova la sua giusta dimensione. L’ascolto regala serenita’, brividi e paesaggi sonori cosi’ ben delineati da diventare visivi…. Everything i love

 

EVERYTHING I LOVE  (Cole Porter) ("Let’s Face It")

If I were Lord Byron, I’d write you, sweet siren, a poem inspirin’, a killer diller-oo.

Too bad I’m no poet, I happen to know it, but anyway here’s a roundelay that I wrote last night about you.

You are to me everything. My life to be, everything.

When in my sleep you appear, fair skies of deep blue appear,

Each time our lips touch again, I yearn for you oh so much again.

You are my fav’rite star, my haven in heaven above. You are everything I love.

Rating: ★★★½☆

A Kind of Blue (My Favourite thing Blue in Green)

aprile 8, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Appunti jazz, Citazioni, Pianoforte, Tromba

“There is a Japanese visual art in which the artist is forced to be spontaneous. He must paint on a thin stretched parchment with a special brush and black water paint in such a way that an unnatural or interrupted stroke will destroy the line or break through the parchment. Erasures or changes are impossible. These artists must practice a particular discipline, that of allowing the idea to express itself in communication with their hands in such a direct way that deliberation cannot interfere. The resulting pictures lack the complex composition and textures of ordinary painting, but it is said that those who see well find something captured that escapes explanation.."

C’è un’arte visuale giapponese nella quale l’artista è costretto a essere spontaneo. Deve dipingire su una sottile pergamena tesa con un pennello speciale e pittura nera ad acqua, in un modo tale che un tocco non naturale o discontinuo, distruggera’ la linea o rompera’ la pergamena.

Cancellature o modifiche sono impossibili. Questi artisti devono praticare una disciplina particolare, quella che permette loro di esprimere l’idea stessa attraverso le loro mani in un modo tale che nessuna deliberazione personale possa interferire.

Le figure risultanti, mancano di complessita’ e sono molto distanti dalla pittura classica, ma si dice che coloro i quali sanno guardare veramente si trovano catturati da qualcosa che va oltre qualsiasi spiegazione…."

Bill Evans dalle note di copertina di A Kind of Blue

« Pagina precedentePagina successiva »