Home at last
Home, home at last, dopo una settimana di spostamenti una giornata a casa, aprire la porta, mura familiari, la gioia del ritorno ad Itaca, ricongiungersi con il proprio io, dopo aver fatto per una settimana l’esatto contrario di quello che sono (o forse di quello che vorrei essere…).
Riappropiarsi dei propri spazi, dei propri pensieri, ricongiungere il corpo con la sua essenza che era rimasta da qualche parte in questa casa, home, home at last, conosco questa sensazione, questo desiderio di tornare e poi ripartire subito, il fastidio di partire e la necessita’ di partire, la gioia di ritornare e la tristezza di ritornare. Ricongiungersi anche con la paura, quella peggiore, quella che abita in questa casa da qualche parte, insieme a quella calma, ricongiungersi con tutto quello che era rimasto sospeso, dopo aver chiuso la porta prima di partire.
Gia’ ieri sera di ritorno da Milano, e prima dall’Irlanda, in macchina verso casa, momenti di solitudine , guardare la linea al centro della strada, la pioggia fitta, gli Steely Dan ad alto volume (altro disco Gaucho), piano piano riprendere contatto con se stessi, salutarsi, riconciliarsi. La stanchezza amplifica moltissimo le sensazioni in un certo senso le distorce, le allunga, le stropiccia, le maltratta, fa vedere le cose in maniera strana… e comunque home at last
Home at Last (Steely Dan)
I know this super highway, this bright familiar sun
I guess that I’m the lucky one
Who wrote that tired sea song, set on this peaceful shore
You think you’ve heard this one before
Well the danger on the rocks is surely past
Still I remain tied to the mast
Could it be that I have found my home at last
Home at last
She serves the smooth retsina, she keeps me safe and warm
It’s just the calm before the storm
Call in my reservation, so long hey thanks my friend
I guess I’ll try my luck again
On green dolphin street (Musica a quattro mani)
maggio 15, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Concerti, Pianoforte, Standards
Ci sono serate in cui suonare e’ una maledizione, un mix di indisposizione personale e di ostilita’ ambientale, suonare in posti o per gente dove la musica non conta nulla, fai parte dell’arredo, una versione umana di un lettore cd diciamo, e questo tipo di serate possono o venire benissimo perche’ ti diverti a suonare o malissimo perche’ non riesci a dire un bel niente, sei sommerso dal rumore circostante, senza riuscire ad ascoltare quello che viene suonato.
Stasera e’ stata una di quelle serate da dimenticare, completamente, niente anima, molto nervosismo sul palco e pochissima interazione con gli altri musicisti, una fotografia reale del mio stato d’animo che non poteva non riflettersi sulla musica. La fine di questa tortura musicale e’ arrivata intorno all’una di notte, un tavolino fuori a parlare di quello che e’ successo, ma in realta’ non ho nemmeno voglia di ascoltare le solite fesserie, il bassista mi dice :"Ehi c’e un bel piano a coda in una stanza li in fondo…", beh io non me lo faccio ripetere mi avvio verso l’altro salone dove c’era stato un matrimonio e trovo il pianoforte ed il pianista che ha suonato per il matrimonio che sta sbaraccando.
Allora mi presento "ehm ciao, sono il pianista della porta accanto…. abbiamo finito di suonare e poiche’ mi hanno detto che qui c’era un pianoforte vero ecco come dire dopo aver suonato per tutta la sera male su un pianoforte elettrico volevo cosi’ rifarmi un po le orecchie…", ci presentiamo toh e’ anche lui di Taranto io inizio mentre parliamo a suonicchiare motivi, inizio con un accenno di Autumn Leaves, ma non mi da soddisfazione, passo a I remember Clifford,… uhm, allora Round about Midnight, frasi piccole accenni, all’improvviso mi viene in mente On Green Dolphin street di Kaper/Washington, un pezzo bellissimo, gia’ colonna sonora del film medesimo non altrettanto bello ed infatti quasi dimenticato del 1947, e inizia ad ingranare questo pianoforte mi regala un sussulto finalmente risento il cuore ripartire, mi giro e vedo l’altro pianista che ha preso una sedia e si e’ messo vicino a me dice allora ce la facciamo la suonata a 4 mani delle due di notte?
Ed io :"Vai!!" , allora lui prende i bassi io i medio alti, inizia un riff su on green dolphin street notevole, notevolissimo, mi piace il tocco, ed io inizio a svisare sugli acuti. E’ bello quello che viene fuori, mi diverto molto, iniziamo a giocare un po sul ritmo, arriva un po di gente che si mette intorno al pianoforte ed io finalmente mi ricordo di cosa significhi suonare, suonare sul serio, e divertirsi a suonare dopo la sofferenza umana e musicale della prima parte della serata, il pezzo dura qualcosa come 15 minuti ed e’ bello che sia successa questa cosa, cosi’ semplice e piccola, cosi’ spontanea come il sorriso che avevamo tutti e due (che anche lui avra’ sofferto a suonare per quel matrimonio) alla fine di questa meraviglia di repertorio comune che rappresentano gli standard jazz. Grazie Marcello per questa bella suonata a 4 mani delle due di notte:-)
ON GREEN DOLPHIN STREET 1947
Lyrics by Ned Washington
Music by Bronislau Kaper
It seems like a dream , and i know it happen
a men a men a kiss , and then good bye
romance was the thing , we were the players
i never think of this , when the lighter side lullaby
lover one lovely day
love came planning to stay
green dolphin street supplied the setting
a setting of love beyond forgetting
though moments apart
memories live in my heart
i can”t forget all the lover found on
i can kiss the ground on
green dolphin street
lover one lovely day
love came planning to stay
green dolphin street supplied the setting
a setting of love beyond forgetting
though moments apart
memories live in my heart
i can”t forget all the lover found on
i can kiss the ground on
green dolphin street
green dolphin street
|| C | C | Cm7 | Cm7 |
| D7/C | D7/C Db/C | C | C |
| Dm7 | G7 G7#5 | C | C |
| Fm7 | Bb7 Bb7#5 | Eb | Eb G7 |
| C | C | Cm7 | Cm7 |
| D7/C | D7/C Db/C | C | C |
| Dm7 | G7 E7 | Am | D7 D7b9 |
| C Gdim7 | Dm7 / G7 G7#5 | C | (Dm7 G7) ||
Kenny Barron Milano 11/05/2005 (Spring can really….)
maggio 12, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Concerti, Pianoforte
Mi piace quando ascolto un concerto, riassumerlo con un pezzo che lo ha rappresentato, quello di ieri sera di Kenny Barron ed il suo trio e’ certamente rappresentato da una deliziosa ed intima interpretazione in solo piano di Spring can really hang you up the most.
Kenny Barron, energia e delicatezza, poesia e ritmo, tradizione e modernita’, un pianista completo, con un tocco sul pianoforte morbido, che riesce ad essere sempre leggero con una morbidezza nel passare da un registro all’altro del pianoforte che ha dell’incredibile.
Sui compagni sul palco Don Riley un pezzo di storia del jazz, un simpatico vecchino che ha suonato con Thelonius Monk, Hank Jones, Clarck Terry etc… ed il roccioso contrabbasista David Williams collaboratore di Cedar Walton personaggio simpatico tanto da meritarsi il nick di David ‘Happy’ Williams.
Il primo set parte con un pezzo caro a Kenny Barron Softly as in a morning sunrise, un pezzo dalla struttura semplice, un pezzo di storia, mi viene in mente la sua interpretazione stellare durante l’ultima sessione con Stan Getz People Time nel 1986, Barron lo conosce in ogni angolino questo pezzo ed i muscoli si sciolgono immediatamente, il secondo pezzo e’ un originale di Barron, una ritmica latina lenta, le armonie sono struggenti, l’intro di piano mi lascia senza fiato, lo ascolto ad occhi chiusi ed e’ una meraviglia la costruzione del suo solo, un crescendo leggero, nota dopo nota ti ritrovi nel vortice della creativita’ di Barron e non sai come ci sei arrivato li, il solo di williams non e’ da meno, energia pura e voglia di suonare nella fisicita’ di williams che tratta il suo contrabbasso come se fosse un estensione del suo corpo.
Neanche il tempo di capire ed il buon kenny parte con un altro colpo basso, Body & soul, adoro questo pezzo lo ascolto perdendomi completamente nelle note, nella storia che esce da questo brano, le voci meravigliose che lo hanno interpretato. E" una versione lunghissima qualcosa come 14 minuti di grande creativita’ e dolcezza.
Il viaggio continua quindi con There is no greater love, altro standard che adoro, tanto semplice quanto complesso da rendere, e Barron e’ incredibile, e’ incredibile quanto sia capace di comunicare con la sua musica, non esagera mai con la tecnica, non produce effetti speciali e’ sempre molto misurato, e riesce ad entrare nel cuore dei pezzi, mi stupisce il suo essere cosi’ classico eppure cosi’ moderno allo stesso tempo, probabilmente e’ quella fluidita’ di movimento sul piano come se avvesse il portamento acceso sul pianoforte, e’ stupefacente vedere come le sue linee ricordino quelle di un fiato con la ricchezza armonica della mano sinistra.
Quindi un blues, eggia non poteva mancare un blues, suonato in maniera classica, la batteria di Riley solida un pezzo di storia del jazz, lo guardo, questo vecchino dall’espressione dolce e penso a cosa stia pensando, a tutti i concerti meravigliosi che ha fatto a quante volte avra’ suonato quei pezzi, cosa non darei per stare nella sua testa per qualche minuto… e mentre mi perdo in questi pensieri arriva la perla di questo concerto una versione in solo piano di Spring Can really hang up you the most, armonie sofisticate, che Barron forgia secondo la sua sensibilita’ musicale, il pianoforte e’ docile sotto le sue mani enormi e delicate, sono proprio sotto il palco potrei toccarlo, per quanto e’ vicino fisicamente ma dalla sua espressione occhi chiusi, capisco che e’ proprio lontano in quel momento, e’ lontanissimo dalla sua espressione fisica, una meraviglia questa interpretazione, troppo breve, troppo breve ah quanto vorrei continuasse con il piano solo, ma il primo set termina con un pezzo che non conosco, sembra un pezzo bop, classico ma non riesco ad identificare il titolo.
Beh insomma e’ ancora presto e decido di restare a sentire anche il secondo set, poi non capita tutti i giorni di sentire Barron, devo aspettare un ora circa ma l’attesa vale certamente. Il secondo set inizia intorno alle 23.30, ormai siamo in pochissimi forse 20 persone, un po di delusione per questa cosa, ma come e’ possibile che tanta bellezza vada sprecata, per sole 20 persone? Alcune considerazioni sullo stato del jazz che non e’ cosi’ in salute in italia, insomma mi intristice vedere un locale che puo’ contenere tranquillamente 300 persone contenerne 100 nel primo set e 20 nel secondo per un musicista del calibro di Kenny Barron. Il secondo set lo ascolto piu’ emozionalmente, ed anche loro suonano in maniera diversa, e’ molto latino questo set, si sente Barron accennare spesso dei magnifici Montuno di pianoforte, si sente il basso spessissimo andare in tumbao, ed intorno alle 24, cosa ti tira fuori il buon vecchio Barron…. Round About Midnight ed io naturalmente sono in visibilio (non e’ un caso che questo blog si chiami cosi’), ah lo conosco questo pezzo, chiudo gli occhi e vedo le sue mani dove sono sul pianoforte, me lo godo completamente, ed ancora penso a Riley quante volte lo avra’ suonato con Monk, attraverso di lui e’ come se Monk l’orso fosse li con noi ad ascoltare questa sua bellissima composizione, dopo questa interpretazione sono esausto ascolto in maniera un po stanca, le altre interpretazioni, tra cui una bella e ritmicamente vivace di Black Orpheus con moltissimi riferimenti alla ritmica cubana, Lover Man con tutta l’anima blues che contiene al suo interno per concludere il concerto con un blues che scorre via tranquillo.
Insomma un bel concerto, in cui ho faticato un po ad entrare per la mia stanchezza fisica e per i tanti pensieri che non riuscivo a mettere in un’ area di memoria protetta a girare senza rompermi le scatole che ogni tanto si riaffacciavano facendomi perdere qualche momento di ascolto che poi dovevo inseguire nuovamente, ma certamente il messaggio e’:
Spring can really hang you up the most (T.Wolf/F.Landesman)
Once I was a sentimental thing;
threw my heart away each spring.
Now a spring romance
hasn’t got a chance.
Promised my first dance to winter.
All I’ve got to show’s a splinter
for my little fling.
Spring this year has got me feeling
like a horse that never left the post.
I lie in my room
staring up at the ceiling.
Spring can really hang you up the most.
Morning’s kiss wakes trees and flowers,
and to them I’d like to drink a toast.
But I walk in the park
just to kill the lonely hours.
Spring can really hang you up the most.
All afternoon the birds twitter-twitt.
I know the tune. This is love, this is it.
Heard it before
and don’t I know the score.
And I’ve decided that spring is a bore.
Love seems sure around the new year.
Now it’s April. Love is just a ghost.
Spring arrived on time,
only what became of you, dear?
Spring can really hang you up the most.
Spring can really hang you up the most.
Love came my way. I thought it would last.
We had our day, now it’s all in the past.
Spring came along, a season of song,
full of sweet promise
but something went wrong.
Doctors once prescribed a tonic.
Sulfur and molasses was the dose.
Didn’t help one bit.
My condition must be chronic.
Spring can really hang you up the most.
All alone, the party is over.
Old man winter was a gracious host.
But when you keep praying
for snow to hide the clover,
spring can really hang you up the most.
Standards Live – Keith Jarrett 1985
maggio 10, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Appunti jazz, Batteria, Contrabasso, Pianoforte, Standards
Ogni standards jazz ha una sua essenza, un colore tonale attorno cui orbitare, ed un colore emotivo dato dalla sua storia ( i testi, il suo compositore, le sue interpretazioni eccellenti). Nessuno meglio di Keith Jarrett ( a dire il vero del trio di Keith Jarrett) riesce a fondere questi due aspetti per restituire la vera anima dei pezzi interpretati. Prendiamo come esempio il primo pezzo del disco, Stella by starlight, un grande classico del Jazz, difficile da interpretare, spesso snobbato come "banale" dai finti jazzisti , inizia con il colore tonale un AbM7 che Jarrett sviluppa per oltre 3 minuti fino alla presentazione necessaria, naturale del tema. Jarrett si lascia attraversare dall’anima del pezzo, dalla grande melodia di Victor young, con in mente il testo dello standard, senza acrobazie armoniche, con in mente solo la consapevolezza del pezzo, concede solo delle piccole geniali sostituzioni armoniche che non stravolgono il colore tonale del pezzo, arrivando al solo, la mano destra scorre accompagnata dal canto di jarrett, la sinistra si limita a pochi intermezzi giusto su alcuni passaggi, con voicing essenziali, il solo di Stella by starlight e’ possibile cantarlo per intero, e’ una continua variazione melodica sul tema originario che gravita intorno appunto a quel famoso colore tonale. Il pezzo cresce e termina con un’ultimo tocco di genialita’ ancora elaborazioni, questa volta molto sofisticate dell’armonia originale che si concludono riaffermando il colore tonale fondamentalmente positivo del pezzo Bb semplice e cristallino appena accenato sulla tastiera.
E cerco di ricordare quante altre interpretazioni ho sentito del pezzo, e quante sicuramente ne ha ascoltate Jarrett, e quante riescono ad essere cosi’ fedeli alla storia del pezzo (Miles, Ella fitzgerald, Red Garland) ma forse quella che mi ricordo di piu’ e che di nuovo mi sembrava rendere l’anima del pezzo e’ quella del quintetto di Miles (Hancock,Coleman,Williams Carter) My funny Valentine concert) un grande disco anche quello a suo modo alla ricerca della profondita’, delle origini degli standards. Il disco continua con un pezzo sicuramente meno famoso, The Wrong Blues, sempre di Alec Wilder, pezzo ed autore davvero poco esplorati, il titolo mi intriga e’ buffo leggermente sgraziato ed e’ cosi’ che il trio lo interpreta, sento subito il grande piatto di DeJohnette ed il dialogo fitto con il contrabbasso di Peacock, non ho termini di paragone, e l’ascolto piu’ leggero, il solo di jarrett e’ sempre estremamente teso ritmicamente fino ad arrivare al finale sfumato in un minuto, smontato un pezzo alla volta fino alle ultime note di pianoforte.
Il viaggio nella rilettura degli standards continua con Falling in Love with love, un altro grande classico di tutti i tempi un tempo up , swing incredibile, il tema e’ fedele all’originale, il solo potrebbe essere una bellissima linea melodica, il testimone passa al basso di Gary Peacock per un solo in cui e’ bellissimo sentire dietro il pensiero musicale dell’entita trio che dialoga con il basso, non lasciandolo solo, cosa che in realta’ accade anche nei solo di Jarrett, a conferma del dialogo si va verso un dialogo pianoforte batteria prima della esposizione finale del tema, un finale buffo quasi tirato via. Il pezzo successivo non ha discussione Too young to go steady, il paragone inevitabile con Ballads di Coltrane, inizio classico Ballad ancora con tre note si capisce il colore tonale caldissimo del pezzo, immagino un rosso, arancione bello giovane..ma come fa… ed ecco che invece parte su quel colore tonale un’invenzione ritmica propulsiva puer essendo dolce, colori latini, raffinati per questa ballad magica. Adoro la batteria di Dejohnette in questo pezzo, delicata e decisa, quei tom, i colori che riesce a regalare al pezzo, mentre Jarrett, continua a creare melodie una piu’ bella dell’altra sull’impianto armonico del pezzo. E’ un genio, si diverte, ed ha proposto una versione completamente nuova del pezzo rimanendo fedele all’idea originale. Il disco continua con The Way you look tonight, un pezzo meno famoso , ancora un tempo medium up, inizio deciso, non ci sono dubbi, un do semplice e chiaro che non ammette repliche, il solo decisamente swing bop si sviluppa sul treno di supporto, Dejohnette e’ in grande forma ed il suo solo e’ assolutamente lirico, anche la batteria esprime il senso del colore tonale ed emozionale del pezzo, il tema conclusivo porta il pubblico ad acclamare un bis, il trio regala una versione essenziale di Old Country, colore tonale struggente, di rimpianto dato dal testo legato alla gioventuì perduta, una costruzione del pezzo graduale fino ad arrivare al tema finale che si smonta rapidamente come se l’energia emozionale del trio fosse finita di colpo. Grande disco, premessa fondamentale di quello che sara’ il lavoro "storico" di rilettura dei pezzi che hanno fatto la storia del Jazz nei venti anni successivi a questo evento.
Rating: 




Smile….

Smile (C. Chaplin)
Smile though your heart is aching
Smile even though it’s breaking
When there are clouds in the sky, you’ll get by
If you smile through your fear and sorrow
Smile and maybe tomorrow
You’ll see the sun come shining through for you
Light up your face with gladness
Hide every trace of sadness
Although a tear may be ever so near
That’s the time you must keep on trying
Smile, what’s the use of crying?
You’ll find that life is still worthwhile
If you just smile
That’s the time you must keep on trying
Smile, what’s the use of crying?
You’ll find that life is still worthwhile
If you just smile















