Che sara’

giugno 27, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog

Non esiste logica, non esiste pieta’, non esiste un momento giusto, non esiste un momento sbagliato, non c’e ragione, non c’e’ decenza, non c’e’ niente da dire, non esiste niente da suonare, niente da capire.

Oh Che sara’

(Buarque de Hollanda – Fossati)

Oh, che sarà, che sarà
che vanno sospirando nelle alcove
che vanno sussurrando in versi e strofe
che vanno combinando in fondo al buio
che gira nelle teste, nelle parole
che accende le candele nelle processioni
che va parlando forte nei portoni
e grida nei mercati che con certezza
sta nella natura nella bellezza
quel che non ha ragione
nè mai ce l’avrà
quel che non ha rimedio
nè mai ce l’avrà
quel che non ha misura.

Oh, che sarà, che sarà
che vive nell’idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati
e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai-e-dai delle meretrici
nel piano derelitto dei banditi.

Oh, che sarà, che sarà
quel che non ha decenza
nè mai ce l’avrà
quel che non ha censura
nè mai ce l’avrà
quel che non ha ragione.

Ah che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
persino il Padreterno da così lontano
guardando quell’inferno dovrà benedire
quel che non ha governo
nè mai ce l’avrà
quel che non ha vergogna
nè mai ce l’avrà
quel che non ha giudizio

Che me la fai? Part II (Blue Moon)

giugno 24, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, Racconti

Appuntamento ore 16.30 casa del bassista, destinazione Siena per scene da un matrimonio Inglese. Fra me gia’ penso con desolazione a quello che potra’ succedere, matrimonio…. inglese…… siena (e che ci faccio io in mezzo a queste tre cose insieme…?).
Naturalmente appuntamento 16.30 ci si ritrova ore 17.30 (ritardo fisiologico si chiama…… poi i sudamericani hanno una concezione molto relativistica del tempo sono certo che Einstein ha lavorato con un Sudamericano mentre elaborava la teoria della relativita’ ristretta..).
Partenza a tutto gas verso Siena, dove il trombettista arrivera’ puntuale, si arriva con la nostra ora di ritardo, un check velocissimo del suono ( dire check e’ un eufemismo fondamentalmente abbiamo solo visto che arrivasse corrente a quello che doveva essere alimentato…) e via alla ricerca del cibo perduto.
Naturalmente gli Inglesi con la loro solita classe non hanno previsto nulla per i poveri musici (a parte richiedere esplicitamente che fossero vestiti di nero… ma dove hanno mai visto un gruppo di salsa funeraria vestito di nero… vabbe il nero mi dona ’sfina’) , allora noi con la nostra solita classe italiana ci abbarbichiamo alle cucine per sfamarci ( a dire il vero attacchiamo un paio di bottiglie di Brunello che non sono affatto male… e del pecorino di Pienza.. meglio di cosi’ :-) )
Per un fenomeno non ben spiegato (gli inglesi di solito son puntuali sara’ la vicinanza dei sudamericani a far ritardare anche loro) si inizia a suonare alle 23 (dovevamo suonare alle 21), inizio pigro Dos Gardenias con il trombettista che ha immerso la tromba in un riverbero che ha dell’incredibile da guinness dei primati credo il trombettista con piu’ riverbero della storia…. e poi giu’ verso gli inferi delle boiate matrimoniali (un lento piano inclinato ci trascina fino a Guantanamera in cui gli Inglesi ormai sfatti dalle cibarie, dal caldo, dal vino si rotolano letteralmente sull’erba improvvisando danze rituali celtiche).
Uno in particolare mi sembra insidioso, e’ grande rosso, tipicamente inglese e ci guarda spesso come per trovare il coraggio di dire qualcosa, io spero che il mio intuito di "mi scusi maestro che me la fa?" si sbagli anche perche’ diamine l’uomo e’ anglosassone eccheccazzo non faranno mica anche loro queste cose?
Il mio intuito non sbagliava, l’orso di londra si avvia a passi spediti verso l’orso di montevideo, lo scontro sembra inevitabile (gia’ sogghigno come comunicheranno un sudamericano che parla uno slang misto di italiano viareggino e spagnolo ed un figuro di 2 metri londinese?)
Vedo che il tipo inizia a parlare e Felipe con tipica classe sudamericana continua a dire ‘ok ok ok ok’, uff decido di intervenire ( ma se mi stavo fermo non era meglio?), il tipo blatera di una cover band inglese che non conosco poi iniza a dire ‘Do you know Tony Bennet, Frank Sinatra yeah yeah’ ed io ‘yes yes, tony bennett frank sinatra… what do you want to sing?’ e lui ‘no no you play come dicite in italia…improvaisssse improvaisssse’ al che non ci vedo piu’ e dico ‘ok i improvisssse you sing i play and you sing ok???’ e lui ‘ ok man blue moon’
Il trombettista mi guarda disperato (il bassista lo avevo escluso dalla trattativa che gia’ non riesca a suonare i nostri pezzi figurati l’improvaissssse) e mi dice ‘non c’e’ sul real book’ ed io candido (o ubriaco) ‘ improvaissse e’ un giro di do dai azzz….’
Parto che sembro Keith Jarrett, mi arrotolo su grumi di note, cluster di accordi (ero ubriaco…) insomma attacco blue moon ballad, soft stile billie holliday tanto per capirci ….. alzo la testa e vedo l’orso inglese sul microfono pronto, con sorriso pieno di schifo malcelato gli faccio cenno di inizare e lui mi fa cenno di ok e parte con ‘balabbaluba bballallbbaa bbbaaabaaaaa blueeeee mooon balalbbbaaaa blubba balabbba ben’ al quadruplo della velocita’ stile platters’
Il trombettista poggia con classe italica la tromba per terra e si avvia verso il dolce, il sudamericano poggia con sudamericana classe il bongo a terra e si avvia verso lo spumante, il bassista gia’ si strafogava da prima, allora io che sono scemooooo? smetto di suonare con italica classe il piano e gli dico ‘i’m sorry we play a different kind of music, we tried but…. you know you know…. improvaissssse please go on’ e lui candido si e’ fatto tutta balabbaluba balabbbumbbum blublbu moonnnnn al microfono in meravigliosa solitudine, solitudini da un matrimonio…

Blue Moon
Blue Moon
You saw me standing alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
Blue Moon
You know just what I was there for
You heard me saying a prayer for
Someone I really could care for
And then there suddenly appeared before me
The only one my arms will hold
I heard somebody whisper please adore me
And when I looked to the Moon it turned to gold
Blue Moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
And then there suddenly appeared before me
The only one my arms will ever hold
I heard somebody whisper please adore me
And when I looked the Moon had turned to gold
Blue moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
Blue moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own

Solitudini (Il piano solo di Keith Jarrett)

giugno 22, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Pianoforte, Schede

This entry is part 1 of 7 in the series La musica di Keith Jarrett


La forma del piano solo non e’ stata piu’ la stessa dopo il primo concerto in piano solo di Keith Jarrett datato 24 Maggio 1970 Apollo Theatre Parigi. Nessuno aveva mai affrontato in solitudine l’avventura di un concerto completamente improvvisato dal vivo, il coraggio e l’energia creativa necessarie per affrontare il pianoforte ed il pubblico ed il confronto con il proprio io, con una forma musicale quasi classica, primo tempo, secondo tempo, encores.

Da quel momento il viaggio di Jarrett nelle solitudini del pianoforte e’ stato un filo conduttore costante della sua carriera, una cartina di tornasole del suo stato di salute fisico e mentale, nei periodi di stanchezza i concerti in solo si diradavano fino a sparire del tutto, nei periodi di forte creativita’ si seguivano a ritmi vorticosi per culminare sempre nella pubblicazione di un disco che concludeva il periodo precedente per iniziare il viaggio verso quelli successivi.

- Le solitudini giovanili

I primi esperimenti di concerto in solo culminano con le registrazioni dei Solo Concerts 20/03/1973  Salle de Spectacles  Epalinges, Switzerland  e 12/07/1973  Kleiner Sendesaal  Bremen, rilasciati con i Solo Concerts. L’approccio che precede queste date e’ estremamente sperimentale ( lascio da parte il caso di Facing You che e’ un solo piano registrato in studio che e’ quasi il punto di partenza dell’avventura solitaria di Jarrett.), ci sono concerti tenuti in solitudini con l’organo ( 16/09/1972   Stockolm, Sweden ), dove il magma sonoro creato dall’organo di Jarrett e’ possente, fortissimo, scava nell’anima di chi ascolta rendendo alcune volte davvero insopportabile l’ascolto per il troppo carico emotivo che le sonorita’ dell’organo producono nell’ascoltatore (una sensazione simile a quella raccontata da Tarkovsky nel mare di Solaris, un mare musicale che pensa e riesce a materializzare nell’ascoltatore incubi e paure del proprio io).

I concerti di Epalinges e Bremen del 1973 sono il primo approdo, la prima tappa delle solitudini Jarrettiane, e l’avvio della tappa di avvicinamento alla forma del concerto di Colonia. Iniziano a materializzarsi i pattern ritmici tipici dei solo piano di Jarrett degli anni 70, le lunghe e sofferte ricerche di soluzioni durante i concerti, le aperture liriche improvvise che cambiano repentinamente il paesaggio sonoro.

Il viaggio verso Colonia e’ magico, esaltante, il vigore artistico giovanile di Jarrett i suoi 30 anni, si sentono tutti nella musica dei concerti del 1973/1974, una lunga tournee italiana Bergamo,Pescara, Perugia, Macerata, Terni, La Spezia, tutti concerti di spessore, si intravede nella tessitura quello che sara’ Colonia, forse ognuno di questi concerti in potenza poteva diventare Colonia. Mi piace particolarmente il concerto di Macerata, l’inizio e’ lirico, appassionato, ma lo sviluppo del lirismo e’ breve, viene immediatamente sovrastato da una potenza ritmica incredibile, una energia vitale e positiva che sconvolge il lirismo introspettivo della partenza. Il bis e’ affidato a Yaqui Indian Folk Song da Tresure Island un pezzo dolce e pacato che ritorna sulle atmosfere contemplative delle prime note del concerto
che definirei  una tappa intermedia di rilevo di cui per fortuna si e’ conservata una registrazione amatoriale di discreta qualita’ che consente di apprezzare bene le qualita’ di questa performance.

Il 2 Agosto del 1974 Jarrett e’ a Terni per un’appendice di Umbria Jazz, che viene trasmessa dalla RAI (Quindici minuti con Keith Jarrett) , e’ buffo vedere Jarrett immerso nel pubblico anche abbastanza rumoroso, a distanza ravvicinata, suonare un pianoforte Kawai di modesta fattura, come e’ diverso dalle atmosfere che ormai sono riservate ai concerti in piano solo di Jarrett, il misticismo panteistico che li circonda. Questa performance e’ spigolosa, ritmica, incredibilmente tagliente, risentendo probabilmente delle condizioni ambientali non proprio ottimali, anche se in questo piccolo estratto si riescono a vedere alcune spigolosita’ del concerto di Colonia, questa data rappresenta l’ultima prima del concerto di Colonia il 24 Gennaio 1975.

Il concerto di Colonia, molte pagine sono state scritte su questo disco, molte ne verranno scritte ancora, una preparazione non programmata, se preferite uno sviluppo artistico durato 5 anni che ha portato a confluire in questo concerto, molti degli elementi che erano stati preparati nei concerti precedenti che contenevano ognuno a modo proprio alcuni tratti  che si ritroveranno nel concerto di Colonia. Idee liriche in apertura e sviluppo di queste idee liriche, forti pattern e pedali ritmici che sono pause di rigenerazione per far ripartire altre idee liriche che si sviluppano e si sovrappongono a volte con livelli di complessita’ inimmaginabili per una performance completamente improvvisata. Leggere la trascrizione del concerto di Colonia e’ un’ esperienza unica, vedere il Dio di Jarrett, sul pentagramma, simile al Dio di Bach, che disegna mondi e stelle, e per ogni nota c’e’ una spiegazione, ogni nota e’ anche graficamente al suo posto, lascia senza fiato. Il concerto di Colonia segna la rivoluzione del modo di intendere il piano solo, non tanto per il suo valore artistico comunque altissimo, ma per il valore sociale che questo disco andra’ a ricoprire, e’ un disco che esce dagli ambienti prettamente jazzistici, e porta questa forma di musica in ambienti classici, ampliando notevolmente gli orizzonti della forma del piano solo.

Una settimana dopo Colonia, viene trasmesso dalla radio tedesca un concerto siamo al 2 Febbraio 1975 Brema, e’ un concerto di una bellezza eterea, sconvolgente, lirico dall’inizio alla fine, i vamp ritmici sono limitatissimi, le idee di Jarrett sono ispirate e tranquille, e’ come se Jarrett sapesse benissimo quello che Colonia sarebbe stato e questo concerto rappresenta una specie di camera di decompressione, in un certo senso la tensione artistica e’ minore nel concerto di Brema, e nelle note, nelle pieghe in ogni pausa di questo concerto si riescono a sentire gli echi di Colonia, come se quell’esperienza artistica fosse gia’ in fase di congelamento nel DNA musicale  di Jarrett.

In effetti il 1975 ed il 1976 sono ancora pieni di splendidi concerti di assestamento (Roechster, Munich, Antibes,..), che rielaborano l’esperienza di Colonia, in un certo senso la assimilano per svilupparla e portarla pienamente a compimento con la tournee giapponese del 1976 che rappresenta a mio parere la chiusura della prima fase di solitudini: I sun Bear Concerts.
Questo cofanetto rappresenta il riassunto delle solitudini giovanili di Jarrett ed e’ una vera perla del pianismo di Keith Jarrett, sicuramente non una delle sue opere piu’ semplici, ne’ tra quelle maggiormente citate. Ogni concerto possiede una propria identita’ diversa, chiaramente definita sin dalle prime note introduttive di ogni esibizione.

Ascoltare dopo molte volte i concerti e’ come vedere la chiusura di un cerchio che parte dai primi concerti in solo del 1973 per passare attraverso il Koln Concert ed esaurirsi almeno in questa forma con i concerti giapponesi. Ogni concerto sembra in qualche modo ricollegarsi a quello che lo ha preceduto, sostenuto da un unico pensiero musicale, lucidissimo con il sentore chiarissimo di una ricerca costante collocata in un periodo di creativita’ brillante di Jarrett. La partecipazione vocale di Jarrett, cosi’ caratteristica dei suoi momenti piu’ "estatici" accompagna costantemente le note dei dischi. Alternanza costante tra le varie sezioni dei concerti di melodia e riff ritmici a volte spigolosi che si rituffano in melodia. Un lavoro difficile, sicuramente non da affrontare come primo ascolto di Jarrett, ma che rimane un ascolto indispensabile per capire veramente a fondo la poetica musicale di Jarrett.
Questi concerti sono intervallati da altri non pubblicati e purtroppo non disponibili neanche amatorialmente per quello che sono riuscito a sapere.

November 5, 1976 Kyoto , Japan Sun Bear Concerts
November 6, 1976 Fukuoka, Japan
November 8, 1976 Osaka , Japan Sun Bear Concerts
November 10, 1976 Tokyo, Japan
November 12, 1976 Nagoya , Japan Sun Bear Concerts
November 14, 1976 Tokyo , Japan Sun Bear Concerts
November 16, 1976 Kanagawa, Japan
November 18, 1976 Sapporo , Japan Sun Bear Concerts

- Le solitudini di passaggio

Con i concerti giapponesi si conclude una fase, in un certo senso la fase della gioventu’ artistica di Jarrett, l’irruenza, la potenza dei pedali ritmici, anche la rabbia che si riesce a sentire in alcuni passaggi, lasciano il posto ad un altro approccio. Nei concerti di questa fase che farei iniziare dal concerto in Vermont nell’agosto del 1977, rilasciato in video, inizia il percorso dell’eta’ adulta, si sentono gli echi del quartetto europeo che ha segnato profondamente l’approccio al solo piano di Jarrett, iniziano ad affacciarsi nelle esibizioni in solo gli standards che caratterizzeranno fortemente il cammino artistico di Jarrett negli anni ottanta. Uno dei pezzi presenti spesso nelle esibizioni in questo periodo e’ la struggente ballad MySong, che affrontata in piano solo e’ incredibilmente incantevole. Purtroppo gli anni ottanta di Jarrett in solo sono male documentati, esistono pochissimi bootleg delle registrazioni effettuate in questo periodo che hanno invece un importanza fondamentale per arrivare a capire i concerti della fine degli anni ottanta, quelli che definirei neoclassici, con chiare evidenze degli studi classici che Jarrett approfondiva in quegli anni. In quel periodo sono degni di nota i concerti del 1979 a Parigi ed Antibes, sono due concerti di grande spessore artistico che chiaramente superano Colonia in maniera netta e decisa, iniziando a ricercare nuove modalita’ di espressione del solo piano. In un certo senso questi concerti si sublimano nella solita release ufficiale che intermezza il periodo, cioe’ 

28/05/1981  Festspielhaus  Bregenz, Austria 
02/06/1981  Herkilessaal  Munich, Germany 

Rilasciati nel disco Concerts, rappresentano il superamento definitivo e netto di Colonia, dove per superamente intendo gli effetti ‘devastanti’ prodotti dall’esperienza di Colonia sono completamente assorbiti e metabolizzati artisticamente in questi dischi che rappresentano il trampolino di lancio verso le meraviglie di Vienna e Parigi.

In effetti i primi tre anni degli anni 80 sono densi di concerti (sono riuscito a contarne almeno 35 e sono un numero impressionante per Jarrett e per l’intensita’ che Jarrett utilizza nei suoi concerti), pochi di questi sono documentati, in questo periodo iniziano ad affacciarsi nel repertorio standards come Mon Coeur est Rouge, Over The Rainbow che rappresenta uno degli standard piu’ suonati in solo da Jarrett.

Ed ancora Over The Rainbow rappresentera’ quasi una costante nelle performance solo di Jarrett  da questo momento in poi, regalando sempre brividi e pelle d’oca ad ogni ascolto, ogni singola versione va al cuore del pezzo, lo seziona, lo esplora in tutta la sua anima lirica, i punti di lirismo raggiunti dalla musica di Jarrett nelle interpretazioni in solo di Over The Rainbow, sono un miracolo di complessita’ e semplicita’.

Tra le non molte testimonianze audio di questo periodo, voglio ricordare il concerto di Nimes in Francia 8 Luglio 1983, il concerto delle rondini, durante tutta la performance live di Jarrett si sentono in sottofondo le rondini, ed e’ un bel sentire, la musica a volte davvero complessa di un Jarrett in piena ricerca di nuove forme, con queste rondini al tramonto di una bella serata estiva, anche in questo caso immancabile il bis con una versione di Over The Rainbow da togliere il fiato.

Il periodo di passaggio si conclude ancora con una release ufficiale il video the last concert registrato in gennaio 1984 a Tokio, si sente chiaramente che sta per succedere qualcosa, qualcosa e’ cambiato, o sta per cambiare, in effetti sta per iniziare il percorso dello Standard Trio, e si sta preparando una nuova fase del piano solo di jarrett, ancora una volta lanciata immediatamente dopo da un disco ‘anomalo’ il Dark Intervals, che lascia la forma in tempi per riproporre piccoli brani lirici, una specie di inno panteistico, con echi classici.

-Le solitudini della maturita’

Le solitudini della maturita’, Jarrett riparte senza preavviso, con un lavoro interiore, ed immediatamente dopo DarkIntervals ed il Solo Tribute del 1987, senza altri concerti di preparazione arriva a Parigi il 17 Ottobre 1988 con la registrazione del Paris Concert. Un concerto che rappresenta ancora una volta un cambio repentino di direzione. Lo studio dei classici, Bach su tutti, emerge in modo pregnante, la fuga iniziale di questo concerto lascia senza parole, per sfociare in un dolorosissimo pedale centrale, in cui riemerge il magma sonoro dei sentimenti e  la ricerca furiosa di una direzione, e gli echi delle solitudini giovanili. Un discorso a parte lo meritano i bis primo fra tutti The Wind di Russel Freeman, uno standard non suonato spesso da Jarrett (mi risulta solo due volte dal vivo qui a Parigi e l’anno dopo ad Antibes) che lascia davvero senza parole per il lirismo che viene fuori. Si sente inequivocabile anche il lavoro di approfondimento che viene fatto da Jarrett con il trio sugli standards Jazz. Un inno ecco, questo disco sembra un grande inno alla musica e’ difficile credere che questo disco sia improvvisato e’ tutto talmente bello, naturale, ispirato, corale. Jarrett stesso con le sue classiche "esternazioni" vocali accompagna i pezzi piu’ significativi di questo disco.

Ancora una volta la settimana dopo Jarrett si esibisce a Madrid ed il concerto viene trasmesso alla televisione, il concerto di Madrid e’ un altro esempio di concerto che segue un capolavoro, si sentono gli echi di Parigi, ancora fughe , ancora Bach, ma tutto piu’ tranquillo come se il materiale prodotto nel concerto di Parigi dovesse essere metabolizzato con calma, con la consapevolezza del punto raggiunto con la performance precedente.

Dopo il concerto di Madrid, Parigi viene lentamente metabolizzato,  con la presenza costante di Over The Rainbow come bis dei solo piano, tutte versioni diverse, ognuna con una magia tutta particolare. Una tappa importante di questo viaggio della maturita’ e’ il concerto di Antibes del 1989, fatto di brani piccoli, e standards tra cui I love you Porgy, RoundMidnight, come se l’energia creativa fosse assopita per generare nuovo materiale completamente improvvisato. Il tutto porta in maniera quasi inaspettata al concerto di Vienna , un concerto ancora una volta classico,  questa volta gli echi sono diversi non solo Bach, ma Stravinski, Mozart . Jarrett ha definito per molto tempo questo concerto come uno dei suoi lavori migliori :" this music speaks "the language of the flame itself."

Certamente in nessun disco la tradizione musicale europea e’ cosi’ pesantemente presente, nella logica dello sviluppo del concerto e nelle sonorita’. Il 1992 e’ un anno di transizione per Jarrett, pochi concerti,  alcuni anche molto belli come Monaco 1992, e la comparsa di altri standards come Mona Lisa (poi registrato dal trio) nel repertorio dei bis. Il 1993 ed il 1994 sono anni difficili per jarrett, molto stanco, con un solo concerto il 5 Novembre 1993 a Roma Auditorium Santa Cecilia con una particolarita’ nel bis Jarrett suonaTwo-Part Invention No. 8 In F Major (Johann Sebastian Bach) , un pezzo classico ( una visione delle future registrazioni in solo di Bach).

Quindi dopo due anni di pausa si arriva al Concerto della Scala 1995, un concerto che e’ bellissimo, e non e’ una cosa scontata solo per  la cornice. I biglietti di questo concerto furono esauriti in un giorno, un evento anche per Jarrett stesso che ha confessato di essere emozionato al pensiero di suonare in un teatro come quello della scala, ed ancora una volta l’europa influenza molto il flusso improvvisativo di Jarrett, la struttura di base e’ simile a quella di Vienna e Parigi, impianto neoclassico nelle forme e nelle armonie, il disco e’ pieno di intuizioni geniali, frammenti di melodia che emergono dal magma sonoro per essere accolte dalle mani di Jarrett e sviluppate, un concerto davvero importante nelle solitudini Jarrettiane. Il bis affidato a Over The Rainbow e’ delizioso, ancora una volta, e raccoglie l’eredita’ di tutte le versioni suonate da Jarrett in precedenza. L’effetto del concerto alla scala si fa sentire nella lunga ed intensa tournee italiana del 1996, Modena, Napoli, Torino, Genova, tutti concerti di altissimo spessore, con l’arricchimento del repertorio di Bis con standards come Danny Boy e Mon Coeur Est Rouge.

E poi dopo il 1996 pausa, una piccola ripresa nel 1999 con due concerti in Giappone, frammentati, fatti di molti piccoli pezzi, quasi una prova generale di quello che succedera’ nel 2002, con i tre concerti 149,150 e 151 di Osaka e Tokio.

Radiance, le solitudini del futuro, un disco folgorante, ancora di rielaborazione che chiude una fase importante e ne apre un’altra come sempre un disco di approdo/passaggio e’ costituito di tante piccole composizioni, piccole perle che si sviluppano sul filo dello sviluppo artistico del solo di Jarrett. Il concerto di Osaka ed una parte di quello di Tokio diventeranno Radiance, probabilmente il disco che riassume il percorso fatto da Jarrett in 32 anni di piano solo, presentando un nuovo modo di interpretare questa sfida in solo con il pianoforte. Quello che colpisce di Radiance e’ il legame indissolubile di ogni pezzo con il suo precedente, un unico pensiero musicale che lega i momenti del concerto anche in due serate successive, un flusso di coscienza continuo che lega indissolubilmente i pezzi che non possono essere ascoltati che in questa sequenza logica, cluster sonori magnetici, ostinati, in Radiance e’ presente tutto il materiale dell’esperienza solitaria di Jarrett. Un ascolto difficile, lungo, che si svela solo dopo tanti ascolti, ancora non ho metabolizzato tutto quello che c’e’ in questo disco, si sente a tratti anche il dolore, la difficolta’ nell’elaborare il materiale, nelle risoluzioni che sembrano non arrivare, nelle intuizioni geniali immediatamente colte e sviluppate dalla sapienza musicale di Jarrett.

Un discorso a parte merita il concerto di Tokio non pubblicato che contiene tutti standards, interpretati con una dolcezza indescrivibile, Bewitched, Everytime we say goodbye,  Angel Eyes, With a Song in my heart, tutti brani che parlano di amore, un amore che viene fuori ad ogni tocco del pianoforte da parte di Jarrett (ricorda il solo piano in studio The Melody at Night with you, altro disco atipico della carriera solitaria di Jarrett, suonato all’uscita dalla lunga malattia e dedicato completamente all’amore di Jarrett per la moglie).

-Le solitudini del futuro

La strada per le solitudini del futuro e’ aperta ed un assaggio di quello che puo’ succedere Jarrett lo ha dato con la tournee in solo del 2004, Roma, Vienna e Barcellona, in particolare con il concerto di Vienna che contiene echi della dodecafonia di Schoenberg, la fatica a trovare un filone unitario che frammenta i pezzi che seguono l’introduzione, ed ancora momenti corali di matrice gospel, blues, tutta la sua enorme esperienza dei concerti in solo viene fuori in questa performance di Vienna, che sono certo rappresenta ancora un momento di assorbimento della genialita’ di Radiance, che portera’ verso ancora una volta un altro mondo di solitudini che aspetto con ansia di ascoltare….

Rating: ★★★★★

Doctor3 Winter Tales (Intermezzo)

giugno 21, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Batteria, Citazioni, Contrabasso, Pianoforte

La storia della musica e’ un continuo
stratificarsi di citazioni dotte una sopra
 l’altra, utili a dire quello che per molti
sembra indicibile.Perche’ un accordo
 in tonalita’ minore e’ piu’ triste dello
stesso accordo in maggiore?
Chi puo’ spiegarlo? Forse quelli che ti
raccontano che la  diminuzione di un
semitono sulla terza di un accordo di
quinta porta ad una diminuzione del
proprio stato d’animo e dunque intristisce?
Sciocchezze, nessuno riesce a dare
una spiegazione accettabile.

(Roberto Cotroneo Presto con Fuoco)

Difficile spiegare questo disco, cosa accomuna Mascagni, Tom Waits, Duke Ellington, Sting, George Gershwin, Modugno, Beatles, Morricone? Cosa c’e’ di magico nella registrazione live non perfetta di alcune serate invernali del trio Doctor 3 ad Orvieto nel 2003?
Cosa rende l’intermezzo della cavalleria rusticana di Mascagni interpretato da Rea, all’inizio ed alla fine del disco, letteralmente magnetico, costringendomi ad ascoltarlo ripetutamente da 3 giorni? Le risposte sono probabilmente tutte sciocchezze, non riesco a dare una spiegazione accettabile, solo l’ascolto del materiale contenuto in questo disco puo’ testimoniare la ricchezza di sfumature timbriche e di emozioni che il trio di Danilo Rea, Enzo PietroPaoli e Fabrizio Sferra riesce a creare in queste performance dal vivo.
La gioia di giocare con il materiale sonoro piu’ vario (non a caso l’ultimo lavoro del trio si chiama bambini forever), l’energia a volte addirittura eccessiva che viene fuori dalla musica, l’affrontare con disinvoltura passaggi che portano senza troppe remore e pregiudizi dai territori sonori di Sting a quelli di Tom Waits, la naturalezza con cui tutto scorre, il drumming cosi’ aperto ed arioso di Sferra, la solidita’ del basso di Pietropaoli ed il pianismo di Rea, un pianismo classico che adora Chopin senza ombra di dubbio, sono tutte cose che e’ impossibile raccontare con le parole solo un ascolto rendera’ possibile gustare l’imperfezione vitale di questa magnifica registrazione. Citazioni di materiale sonoro intervallati da favole, racconti improvvisati completamente con gioia dal trio, 6 capitoli di una bellissima storia di inverno.

Il dio di Bach e’ un dio che crea l’universo,le stelle ed i mondi, e poi ti da un certificato di garanzia, qualora qualcosa non funzionasse. Quello di Mozart fa tutto cio’ che gli compete e poi non ti da le chiavi per entrare. Fatti tuoi se non capisci come si apre quella porta. Il dio di Chopin non c’e’. In questa mitologia musicale e’ un parente lontano, ombroso e geniale, ma soprattutto incompleto. E’ un frammento di tempo: straordinario per la sua incompiutezza, ma pur sempre imperfetto. C’e’ una genialita’ nell’imperfezione, e Chopin fu genio dell’imperfezione.

L’ascolto del trio in questa registrazione riesce quindi a regalare attraverso l’imperfezione della registrazione dal vivo non programmata (cosa successa spesso nei grandi dischi della storia del Jazz), le emozioni tipiche della gioia dell’arte improvvisativa, la tensione creativa, l’imponderabile che e’ sempre presente nel frammento di tempo che e’ rappresentato da una performance dal vivo. Le due diverse interpretazioni dell’intermezzo della cavalleria rusticana di Mascagni testimoniano quanto possa essere diverso il mood di due approcci diversi in due frammenti di tempo diversi ad un brano, poi il perche’ non riesca piu’ a smettere di ascoltare questo disco rimane una domanda senza risposta (ed in realta’ non mi interessa averla questa risposta, godo delle sensazioni anche di malinconia profonda che riesce a farmi entrare questo ascolto in alcuni frammenti di tempo congelati in questa registrazione..)

(On AiR InTeRmezZo CaVallEria RuSticAna PiEtro MAscAgni)

Rating: ★★★★★

All the way ( Travelling..)

giugno 16, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog

Ho ancora addosso i postumi della notte di Domenica, una paura insensata folle, un dolore al centro del petto, una mano che mi tiene sulle spallette anche se e’ a 300 chilometri, niente sonno, un giorno in mezzo al rumore del lavoro, a negoziare del nulla con gli occhi sul telefonino, volendo stare accanto a loro, sms e’ entrato, il cuore batte forte, un ora, due ore, allora? come va, ancora niente, niente, tre ore, quattro ore, cinque ore, immagino la sua disperazione, e finalmente un altro sms, e’ uscito, esco anche io di corsa dall’apnea, telefono, allora e la sento piangere, e mi nascondo in un angolino di quel cacchio di corridoio anche io a versare ancora qualche lacrima. Rientro in macchina niente sonno da 48 ore, non sono stanco mi sento solo come quando ti sei fatto del male ed hai addosso i postumi. Un amica mi invita a cena (per fortuna, non sono in grado di stare solo non ho voglia, vorrei una mano sulla testa), ancora una notte complicata, poco sonno, in attesa di partire ed arrivare giu’ prima possibile, il viaggio, prima parte lenta, musica e voci, una fermata a Roma a trovare quella mano che mi ha tenuto sulla spalletta, due ore di sosta, e giu’ di nuovo, le ultime tre ore del viaggio con una piacevole sensazione di avere davvero una mano sulla testa, una voce che mi tiene sveglio fino alle 3 e 30 fino a quando il motore e’ spento, che mi accarezza ad ogni sussulto.

Entro in casa, sono solo, come e’ strano arrivare a casa ‘tua’ e non trovarli, non trovare nessuno ad aspettarti, non e’ una bella sensazione e’ come vivere in anticipo qualcosa che dovra’ capitare, non mi piace, rimuovo il pensiero, mi butto sul letto, sono distrutto emotivamente e fisicamente distrutto.

Poi la stanza, il grigio, vedere sentire addosso il suo dolore, tubi da tutte le parti, la non dignita’ del dolore, che posti terribili i nostri ospedali, sono posti che hanno qualcosa di inumano, non c’e’ calore, posti dove la vita e’ congelata, sospesa, con i ponti levatoi alzati. Perche’ sei voluto restare qui, non lo capisco, lo squallore di quella vista dalla finestra, montagne di sigarette sul balcone, una ciminiera che sbuffa, il cielo grigio, la stanza grigia, ed io che forse inconsapevolmente cerco di portarti un po di colore, una maglietta gialla, e ti tengo la mano che questo e’ il posto dove vorrei restare, per tutte quelle volte che hai tenuto la mia mano, e ti vedo bene papa’, ti vedo bene, stai reagendo bene, ed anche questa volta mi ritrovo ad imparare qualcosa, da voi due, dall’amore che leggo negli occhi della mamma e mi sento (piacevolmente) escluso da questo vostro rapporto, dalla tua mano che ti tiene la testa adesso piu’ che mai e sorrido, dentro ed anche fuori, che forse qualcosa abbiamo imparato tutti in questi anni, e siamo uniti e questa volta parliamo, non ci sono segreti ed il dolore e’ li in bella vista, non ce lo nascondiamo, no non lo nascondiamo piu’.

All the way Cahn/Van Heusen

When somebody loves you

It’s no good unless he loves you – all the way

Happy to be near you

When you need someone to cheer you – all the way

Taller than the tallest tree is

That’s how it’s got to feel

Deeper than the deep blue see is

That’s how deep it goes – if it’s real

When somebody needs you

It’s no good unless he needs you – all the way

Through the good or lean years

And for all the in between years – come what may

Who know where the road will lead us

Only a fool would say

But if you’ll let me love you

It’s for sure I’m gonna love you – all the way, all the way

(On AiR EtTa JoNes All tHe WaY)

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