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Solitudini (Il piano solo di Keith Jarrett)

quoyle Giugno 22nd, 2005

La forma del piano solo non e’ stata piu’ la stessa dopo il primo concerto in piano solo di Keith Jarrett datato 24 Maggio 1970 Apollo Theatre Parigi. Nessuno aveva mai affrontato in solitudine l’avventura di un concerto completamente improvvisato dal vivo, il coraggio e l’energia creativa necessarie per affrontare il pianoforte ed il pubblico ed il confronto con il proprio io, con una forma musicale quasi classica, primo tempo, secondo tempo, encores.

Da quel momento il viaggio di Jarrett nelle solitudini del pianoforte e’ stato un filo conduttore costante della sua carriera, una cartina di tornasole del suo stato di salute fisico e mentale, nei periodi di stanchezza i concerti in solo si diradavano fino a sparire del tutto, nei periodi di forte creativita’ si seguivano a ritmi vorticosi per culminare sempre nella pubblicazione di un disco che concludeva il periodo precedente per iniziare il viaggio verso quelli successivi.

- Le solitudini giovanili

I primi esperimenti di concerto in solo culminano con le registrazioni dei Solo Concerts 20/03/1973  Salle de Spectacles  Epalinges, Switzerland  e 12/07/1973  Kleiner Sendesaal  Bremen, rilasciati con i Solo Concerts. L’approccio che precede queste date e’ estremamente sperimentale ( lascio da parte il caso di Facing You che e’ un solo piano registrato in studio che e’ quasi il punto di partenza dell’avventura solitaria di Jarrett.), ci sono concerti tenuti in solitudini con l’organo ( 16/09/1972   Stockolm, Sweden ), dove il magma sonoro creato dall’organo di Jarrett e’ possente, fortissimo, scava nell’anima di chi ascolta rendendo alcune volte davvero insopportabile l’ascolto per il troppo carico emotivo che le sonorita’ dell’organo producono nell’ascoltatore (una sensazione simile a quella raccontata da Tarkovsky nel mare di Solaris, un mare musicale che pensa e riesce a materializzare nell’ascoltatore incubi e paure del proprio io).

I concerti di Epalinges e Bremen del 1973 sono il primo approdo, la prima tappa delle solitudini Jarrettiane, e l’avvio della tappa di avvicinamento alla forma del concerto di Colonia. Iniziano a materializzarsi i pattern ritmici tipici dei solo piano di Jarrett degli anni 70, le lunghe e sofferte ricerche di soluzioni durante i concerti, le aperture liriche improvvise che cambiano repentinamente il paesaggio sonoro.

Il viaggio verso Colonia e’ magico, esaltante, il vigore artistico giovanile di Jarrett i suoi 30 anni, si sentono tutti nella musica dei concerti del 1973/1974, una lunga tournee italiana Bergamo,Pescara, Perugia, Macerata, Terni, La Spezia, tutti concerti di spessore, si intravede nella tessitura quello che sara’ Colonia, forse ognuno di questi concerti in potenza poteva diventare Colonia. Mi piace particolarmente il concerto di Macerata, l’inizio e’ lirico, appassionato, ma lo sviluppo del lirismo e’ breve, viene immediatamente sovrastato da una potenza ritmica incredibile, una energia vitale e positiva che sconvolge il lirismo introspettivo della partenza. Il bis e’ affidato a Yaqui Indian Folk Song da Tresure Island un pezzo dolce e pacato che ritorna sulle atmosfere contemplative delle prime note del concerto
che definirei  una tappa intermedia di rilevo di cui per fortuna si e’ conservata una registrazione amatoriale di discreta qualita’ che consente di apprezzare bene le qualita’ di questa performance.

Il 2 Agosto del 1974 Jarrett e’ a Terni per un’appendice di Umbria Jazz, che viene trasmessa dalla RAI (Quindici minuti con Keith Jarrett) , e’ buffo vedere Jarrett immerso nel pubblico anche abbastanza rumoroso, a distanza ravvicinata, suonare un pianoforte Kawai di modesta fattura, come e’ diverso dalle atmosfere che ormai sono riservate ai concerti in piano solo di Jarrett, il misticismo panteistico che li circonda. Questa performance e’ spigolosa, ritmica, incredibilmente tagliente, risentendo probabilmente delle condizioni ambientali non proprio ottimali, anche se in questo piccolo estratto si riescono a vedere alcune spigolosita’ del concerto di Colonia, questa data rappresenta l’ultima prima del concerto di Colonia il 24 Gennaio 1975.

Il concerto di Colonia, molte pagine sono state scritte su questo disco, molte ne verranno scritte ancora, una preparazione non programmata, se preferite uno sviluppo artistico durato 5 anni che ha portato a confluire in questo concerto, molti degli elementi che erano stati preparati nei concerti precedenti che contenevano ognuno a modo proprio alcuni tratti  che si ritroveranno nel concerto di Colonia. Idee liriche in apertura e sviluppo di queste idee liriche, forti pattern e pedali ritmici che sono pause di rigenerazione per far ripartire altre idee liriche che si sviluppano e si sovrappongono a volte con livelli di complessita’ inimmaginabili per una performance completamente improvvisata. Leggere la trascrizione del concerto di Colonia e’ un’ esperienza unica, vedere il Dio di Jarrett, sul pentagramma, simile al Dio di Bach, che disegna mondi e stelle, e per ogni nota c’e’ una spiegazione, ogni nota e’ anche graficamente al suo posto, lascia senza fiato. Il concerto di Colonia segna la rivoluzione del modo di intendere il piano solo, non tanto per il suo valore artistico comunque altissimo, ma per il valore sociale che questo disco andra’ a ricoprire, e’ un disco che esce dagli ambienti prettamente jazzistici, e porta questa forma di musica in ambienti classici, ampliando notevolmente gli orizzonti della forma del piano solo.

Una settimana dopo Colonia, viene trasmesso dalla radio tedesca un concerto siamo al 2 Febbraio 1975 Brema, e’ un concerto di una bellezza eterea, sconvolgente, lirico dall’inizio alla fine, i vamp ritmici sono limitatissimi, le idee di Jarrett sono ispirate e tranquille, e’ come se Jarrett sapesse benissimo quello che Colonia sarebbe stato e questo concerto rappresenta una specie di camera di decompressione, in un certo senso la tensione artistica e’ minore nel concerto di Brema, e nelle note, nelle pieghe in ogni pausa di questo concerto si riescono a sentire gli echi di Colonia, come se quell’esperienza artistica fosse gia’ in fase di congelamento nel DNA musicale  di Jarrett.

In effetti il 1975 ed il 1976 sono ancora pieni di splendidi concerti di assestamento (Roechster, Munich, Antibes,..), che rielaborano l’esperienza di Colonia, in un certo senso la assimilano per svilupparla e portarla pienamente a compimento con la tournee giapponese del 1976 che rappresenta a mio parere la chiusura della prima fase di solitudini: I sun Bear Concerts.
Questo cofanetto rappresenta il riassunto delle solitudini giovanili di Jarrett ed e’ una vera perla del pianismo di Keith Jarrett, sicuramente non una delle sue opere piu’ semplici, ne’ tra quelle maggiormente citate. Ogni concerto possiede una propria identita’ diversa, chiaramente definita sin dalle prime note introduttive di ogni esibizione.

Ascoltare dopo molte volte i concerti e’ come vedere la chiusura di un cerchio che parte dai primi concerti in solo del 1973 per passare attraverso il Koln Concert ed esaurirsi almeno in questa forma con i concerti giapponesi. Ogni concerto sembra in qualche modo ricollegarsi a quello che lo ha preceduto, sostenuto da un unico pensiero musicale, lucidissimo con il sentore chiarissimo di una ricerca costante collocata in un periodo di creativita’ brillante di Jarrett. La partecipazione vocale di Jarrett, cosi’ caratteristica dei suoi momenti piu’ "estatici" accompagna costantemente le note dei dischi. Alternanza costante tra le varie sezioni dei concerti di melodia e riff ritmici a volte spigolosi che si rituffano in melodia. Un lavoro difficile, sicuramente non da affrontare come primo ascolto di Jarrett, ma che rimane un ascolto indispensabile per capire veramente a fondo la poetica musicale di Jarrett.
Questi concerti sono intervallati da altri non pubblicati e purtroppo non disponibili neanche amatorialmente per quello che sono riuscito a sapere.

November 5, 1976 Kyoto , Japan Sun Bear Concerts
November 6, 1976 Fukuoka, Japan
November 8, 1976 Osaka , Japan Sun Bear Concerts
November 10, 1976 Tokyo, Japan
November 12, 1976 Nagoya , Japan Sun Bear Concerts
November 14, 1976 Tokyo , Japan Sun Bear Concerts
November 16, 1976 Kanagawa, Japan
November 18, 1976 Sapporo , Japan Sun Bear Concerts

- Le solitudini di passaggio

Con i concerti giapponesi si conclude una fase, in un certo senso la fase della gioventu’ artistica di Jarrett, l’irruenza, la potenza dei pedali ritmici, anche la rabbia che si riesce a sentire in alcuni passaggi, lasciano il posto ad un altro approccio. Nei concerti di questa fase che farei iniziare dal concerto in Vermont nell’agosto del 1977, rilasciato in video, inizia il percorso dell’eta’ adulta, si sentono gli echi del quartetto europeo che ha segnato profondamente l’approccio al solo piano di Jarrett, iniziano ad affacciarsi nelle esibizioni in solo gli standards che caratterizzeranno fortemente il cammino artistico di Jarrett negli anni ottanta. Uno dei pezzi presenti spesso nelle esibizioni in questo periodo e’ la struggente ballad MySong, che affrontata in piano solo e’ incredibilmente incantevole. Purtroppo gli anni ottanta di Jarrett in solo sono male documentati, esistono pochissimi bootleg delle registrazioni effettuate in questo periodo che hanno invece un importanza fondamentale per arrivare a capire i concerti della fine degli anni ottanta, quelli che definirei neoclassici, con chiare evidenze degli studi classici che Jarrett approfondiva in quegli anni. In quel periodo sono degni di nota i concerti del 1979 a Parigi ed Antibes, sono due concerti di grande spessore artistico che chiaramente superano Colonia in maniera netta e decisa, iniziando a ricercare nuove modalita’ di espressione del solo piano. In un certo senso questi concerti si sublimano nella solita release ufficiale che intermezza il periodo, cioe’ 

28/05/1981  Festspielhaus  Bregenz, Austria 
02/06/1981  Herkilessaal  Munich, Germany 

Rilasciati nel disco Concerts, rappresentano il superamento definitivo e netto di Colonia, dove per superamente intendo gli effetti ‘devastanti’ prodotti dall’esperienza di Colonia sono completamente assorbiti e metabolizzati artisticamente in questi dischi che rappresentano il trampolino di lancio verso le meraviglie di Vienna e Parigi.

In effetti i primi tre anni degli anni 80 sono densi di concerti (sono riuscito a contarne almeno 35 e sono un numero impressionante per Jarrett e per l’intensita’ che Jarrett utilizza nei suoi concerti), pochi di questi sono documentati, in questo periodo iniziano ad affacciarsi nel repertorio standards come Mon Coeur est Rouge, Over The Rainbow che rappresenta uno degli standard piu’ suonati in solo da Jarrett.

Ed ancora Over The Rainbow rappresentera’ quasi una costante nelle performance solo di Jarrett  da questo momento in poi, regalando sempre brividi e pelle d’oca ad ogni ascolto, ogni singola versione va al cuore del pezzo, lo seziona, lo esplora in tutta la sua anima lirica, i punti di lirismo raggiunti dalla musica di Jarrett nelle interpretazioni in solo di Over The Rainbow, sono un miracolo di complessita’ e semplicita’.

Tra le non molte testimonianze audio di questo periodo, voglio ricordare il concerto di Nimes in Francia 8 Luglio 1983, il concerto delle rondini, durante tutta la performance live di Jarrett si sentono in sottofondo le rondini, ed e’ un bel sentire, la musica a volte davvero complessa di un Jarrett in piena ricerca di nuove forme, con queste rondini al tramonto di una bella serata estiva, anche in questo caso immancabile il bis con una versione di Over The Rainbow da togliere il fiato.

Il periodo di passaggio si conclude ancora con una release ufficiale il video the last concert registrato in gennaio 1984 a Tokio, si sente chiaramente che sta per succedere qualcosa, qualcosa e’ cambiato, o sta per cambiare, in effetti sta per iniziare il percorso dello Standard Trio, e si sta preparando una nuova fase del piano solo di jarrett, ancora una volta lanciata immediatamente dopo da un disco ‘anomalo’ il Dark Intervals, che lascia la forma in tempi per riproporre piccoli brani lirici, una specie di inno panteistico, con echi classici.

-Le solitudini della maturita’

Le solitudini della maturita’, Jarrett riparte senza preavviso, con un lavoro interiore, ed immediatamente dopo DarkIntervals ed il Solo Tribute del 1987, senza altri concerti di preparazione arriva a Parigi il 17 Ottobre 1988 con la registrazione del Paris Concert. Un concerto che rappresenta ancora una volta un cambio repentino di direzione. Lo studio dei classici, Bach su tutti, emerge in modo pregnante, la fuga iniziale di questo concerto lascia senza parole, per sfociare in un dolorosissimo pedale centrale, in cui riemerge il magma sonoro dei sentimenti e  la ricerca furiosa di una direzione, e gli echi delle solitudini giovanili. Un discorso a parte lo meritano i bis primo fra tutti The Wind di Russel Freeman, uno standard non suonato spesso da Jarrett (mi risulta solo due volte dal vivo qui a Parigi e l’anno dopo ad Antibes) che lascia davvero senza parole per il lirismo che viene fuori. Si sente inequivocabile anche il lavoro di approfondimento che viene fatto da Jarrett con il trio sugli standards Jazz. Un inno ecco, questo disco sembra un grande inno alla musica e’ difficile credere che questo disco sia improvvisato e’ tutto talmente bello, naturale, ispirato, corale. Jarrett stesso con le sue classiche "esternazioni" vocali accompagna i pezzi piu’ significativi di questo disco.

Ancora una volta la settimana dopo Jarrett si esibisce a Madrid ed il concerto viene trasmesso alla televisione, il concerto di Madrid e’ un altro esempio di concerto che segue un capolavoro, si sentono gli echi di Parigi, ancora fughe , ancora Bach, ma tutto piu’ tranquillo come se il materiale prodotto nel concerto di Parigi dovesse essere metabolizzato con calma, con la consapevolezza del punto raggiunto con la performance precedente.

Dopo il concerto di Madrid, Parigi viene lentamente metabolizzato,  con la presenza costante di Over The Rainbow come bis dei solo piano, tutte versioni diverse, ognuna con una magia tutta particolare. Una tappa importante di questo viaggio della maturita’ e’ il concerto di Antibes del 1989, fatto di brani piccoli, e standards tra cui I love you Porgy, RoundMidnight, come se l’energia creativa fosse assopita per generare nuovo materiale completamente improvvisato. Il tutto porta in maniera quasi inaspettata al concerto di Vienna , un concerto ancora una volta classico,  questa volta gli echi sono diversi non solo Bach, ma Stravinski, Mozart . Jarrett ha definito per molto tempo questo concerto come uno dei suoi lavori migliori :" this music speaks "the language of the flame itself."

Certamente in nessun disco la tradizione musicale europea e’ cosi’ pesantemente presente, nella logica dello sviluppo del concerto e nelle sonorita’. Il 1992 e’ un anno di transizione per Jarrett, pochi concerti,  alcuni anche molto belli come Monaco 1992, e la comparsa di altri standards come Mona Lisa (poi registrato dal trio) nel repertorio dei bis. Il 1993 ed il 1994 sono anni difficili per jarrett, molto stanco, con un solo concerto il 5 Novembre 1993 a Roma Auditorium Santa Cecilia con una particolarita’ nel bis Jarrett suonaTwo-Part Invention No. 8 In F Major (Johann Sebastian Bach) , un pezzo classico ( una visione delle future registrazioni in solo di Bach).

Quindi dopo due anni di pausa si arriva al Concerto della Scala 1995, un concerto che e’ bellissimo, e non e’ una cosa scontata solo per  la cornice. I biglietti di questo concerto furono esauriti in un giorno, un evento anche per Jarrett stesso che ha confessato di essere emozionato al pensiero di suonare in un teatro come quello della scala, ed ancora una volta l’europa influenza molto il flusso improvvisativo di Jarrett, la struttura di base e’ simile a quella di Vienna e Parigi, impianto neoclassico nelle forme e nelle armonie, il disco e’ pieno di intuizioni geniali, frammenti di melodia che emergono dal magma sonoro per essere accolte dalle mani di Jarrett e sviluppate, un concerto davvero importante nelle solitudini Jarrettiane. Il bis affidato a Over The Rainbow e’ delizioso, ancora una volta, e raccoglie l’eredita’ di tutte le versioni suonate da Jarrett in precedenza. L’effetto del concerto alla scala si fa sentire nella lunga ed intensa tournee italiana del 1996, Modena, Napoli, Torino, Genova, tutti concerti di altissimo spessore, con l’arricchimento del repertorio di Bis con standards come Danny Boy e Mon Coeur Est Rouge.

E poi dopo il 1996 pausa, una piccola ripresa nel 1999 con due concerti in Giappone, frammentati, fatti di molti piccoli pezzi, quasi una prova generale di quello che succedera’ nel 2002, con i tre concerti 149,150 e 151 di Osaka e Tokio.

Radiance, le solitudini del futuro, un disco folgorante, ancora di rielaborazione che chiude una fase importante e ne apre un’altra come sempre un disco di approdo/passaggio e’ costituito di tante piccole composizioni, piccole perle che si sviluppano sul filo dello sviluppo artistico del solo di Jarrett. Il concerto di Osaka ed una parte di quello di Tokio diventeranno Radiance, probabilmente il disco che riassume il percorso fatto da Jarrett in 32 anni di piano solo, presentando un nuovo modo di interpretare questa sfida in solo con il pianoforte. Quello che colpisce di Radiance e’ il legame indissolubile di ogni pezzo con il suo precedente, un unico pensiero musicale che lega i momenti del concerto anche in due serate successive, un flusso di coscienza continuo che lega indissolubilmente i pezzi che non possono essere ascoltati che in questa sequenza logica, cluster sonori magnetici, ostinati, in Radiance e’ presente tutto il materiale dell’esperienza solitaria di Jarrett. Un ascolto difficile, lungo, che si svela solo dopo tanti ascolti, ancora non ho metabolizzato tutto quello che c’e’ in questo disco, si sente a tratti anche il dolore, la difficolta’ nell’elaborare il materiale, nelle risoluzioni che sembrano non arrivare, nelle intuizioni geniali immediatamente colte e sviluppate dalla sapienza musicale di Jarrett.

Un discorso a parte merita il concerto di Tokio non pubblicato che contiene tutti standards, interpretati con una dolcezza indescrivibile, Bewitched, Everytime we say goodbye,  Angel Eyes, With a Song in my heart, tutti brani che parlano di amore, un amore che viene fuori ad ogni tocco del pianoforte da parte di Jarrett (ricorda il solo piano in studio The Melody at Night with you, altro disco atipico della carriera solitaria di Jarrett, suonato all’uscita dalla lunga malattia e dedicato completamente all’amore di Jarrett per la moglie).

-Le solitudini del futuro

La strada per le solitudini del futuro e’ aperta ed un assaggio di quello che puo’ succedere Jarrett lo ha dato con la tournee in solo del 2004, Roma, Vienna e Barcellona, in particolare con il concerto di Vienna che contiene echi della dodecafonia di Schoenberg, la fatica a trovare un filone unitario che frammenta i pezzi che seguono l’introduzione, ed ancora momenti corali di matrice gospel, blues, tutta la sua enorme esperienza dei concerti in solo viene fuori in questa performance di Vienna, che sono certo rappresenta ancora un momento di assorbimento della genialita’ di Radiance, che portera’ verso ancora una volta un altro mondo di solitudini che aspetto con ansia di ascoltare….

Rating: ★★★★★

Un anno fa :

15 Responses to “Solitudini (Il piano solo di Keith Jarrett)”

  1. Pannonicaon 22 Giu 2005 at 13:48

    No… dico… questo blog mi è sempre piaciuto per la quantità e la qualità delle cose che mi ha fatto scoprire su un mondo, quello della musica, che amo tanto e che rappresenta una parte considerevole di me; ma una valanga, anzi, un MAGMA (parola che ti sento utilizzare spesso) di input così, tutti in una volta, è veramente travolgente, anzi DEVASTANTE (altra parola proveniente dal tuo vocabolario). Si sente tanto che sono una tua aficionada lettrice?

    Possiedo alcuni dei cd che hai citato e mi affretterò a comprare Vienna 1991 e Radiance!

    Hai scelto un personalissimo angolo da cui osservare la carriera di Jarrett, Mr. Quoyle.

    L’evoluzione dei suoi piano solo, delle sue solitudini: una scelta che parla indubbiamente da sé e che rende con chiarezza tutto il fascino, il bisogno e la malinconia della solitudine.

    Uno sguardo acuto e trasversale, sulla sua forza e la sua debolezza.

    Bellissimo post.

    Parola di Nica.

  2. Jazzeron 22 Giu 2005 at 14:01

    Orpo quanta roba succosa… leggerò con calma, molta calma…

  3. ruckerton 23 Giu 2005 at 12:13

    Ho letto la prima parte poi ho deciso di fermarmi. Copio incollo stampo e leggo su carta, perchè è una lettura che merita attenzione, calma ed una matita per cerchiare i passaggi significativi. Nel mentre ti lascio un grazie per aver scritto. Ciao

  4. ermionetraipinion 23 Giu 2005 at 12:31

    io ho letto…tutto d’un fiato.

    e man mano che avanzavo la voglia di ascoltare…era sempre più forte.

    bellissimo, quoyle. bellobellissimo.

  5. quoyleon 23 Giu 2005 at 13:37

    @ Nica, che dire mi fa piacere ti piaccia quello che ho scritto, per me Mr Jarrett rappresenta qualcosa di piu’ di uno dei tanti musicisti bravi, e’ una di quelle cose che mi hanno cambiato la vita ed il modo di percepirla, e questo post non vuole essere un esercizio di stile, ma un tentativo di capire meglio la sua arte, il suo messaggio, il suo linguaggio. Ecco perche’ mi sono dedidacto e mi dedico a ricercare le sue registrazioni non ufficiali, capire cosa ha suonato dal vivo nella storia, adesso sto facendo un lavoro simile per il trio Standard ed il quartetto europeo, il tutto conto di metterlo on line , date e track list dei concerti, almeno di una buona parte di questi. Si e’ molto personale questo post, anche se in apparenza potrebbe non sembrare, in Jarrett ritrovo le mie solitudini, il mio modo di affrontare me stesso, ed a volte l’ascolto di Jarrett mi spaventa, mi denuda, mi mette davanti a quello che magari non vorrei vedere.

    Baci

    @Jazzer, fammi sapere ci tengo molto ad un tuo parere.

    @Ruckert, idem come per Jazzer, mi interessa profondamente il tuo parere su questa visione dei soli di Jarrett.

    @Ermione, felice che l’effetto sia questo, di aumentare la curiosita’ ad ascoltare il suo lavoro.:-)

  6. auranoiron 23 Giu 2005 at 16:41

    Che cosa dire di questo regalo? Che pur non conoscendoti mi affascini. (senza riferimenti sessuali!!!!). Grazie Quoyle per tutto questo, per questi mondi, per queste latitudini….poi io quando sento e vedo parlare di jarrett mi sciolgo…

  7. latendarossaon 24 Giu 2005 at 13:10

    Sonos enza parole…un blog me ra vi glio so.

    Poi dedicato al jazz…

    Io ho il cd di Jarrett alla Scala. Se non sbagio fu il primo musicista jazza suonare in quel teatro, un evento.

    Tornerò… :)

    Marcello

  8. ArabianPhoenixon 25 Giu 2005 at 14:35

    Se esiste un dio, Jarrett è un dito delle sue infinite dita. Esagero? Non direi proprio… E la sua solitudine urlata o sussurrata non necessità commenti. L’ascolto intenso è sufficiente. Questo spaccato “biografico” Fab è grandioso nel suo essere esaustivo sotto molti punti di vista. E sono parecchi. Elencarli è superfluo… praticamente come commentare Jarrett. Un forte abbraccio.

  9. quoyleon 25 Giu 2005 at 17:38

    Arabian :-) ) Le solitudini di cui parla Jarrett le sento mie terribilmente mie, dolorosamente a volte, sussurrate, mai esagerate e’ vero, mi piaceva navigare tra le sue solitudini, era quasi un modo per navigare tra le mie, e comunque hai ragione pienamente,la maestosita’ delle sue solitudini non ha bisogno di commmenti ho cercato di seguire il suo sentiero in punta di piedi guardando meravigliato a quello che raccontavano le sue mani.

  10. Jazzeron 26 Giu 2005 at 00:54

    Chapeau monsieur Quoyle, chapeau!

    Io conosco solo i dischi ufficiali di Jarrett quindi su quelli mi debbo basare; questa evoluzione che tu descrivi nei “soli” ora mi è più evidente. Ho sempre pensato che nei concerti in solo J. soffrisse, ora non solo ne ho la conferma ma capisco anche il perché.

    Poi da quando ho letto tempo fa il tuo post sul concerto di Parigi ho parecchio rivalutato quel disco. La Scala (a parte l’Over the rainbow da brividi) non so, mi continua a rimanere indigesta, mi pare quasi che J. non voglia parlare a me, non sono in sintonia. Quanto ai Sun bear concerts li ho sempre visti come una chiave di volta della carriera di J., come un momento di non ritorno; sembra dire “sono arrivato qui, ho fatto questo, ora chiudo pagina e invento qualcos’altro”.

    Radiance, invece, è la somma di tutto, il bene e il male di una carriera - intesa come ricerca costante e appagazione nel suonare - è il sapere che si è in grado di domare il pianoforte in ogni sua piega, ma allo stesso tempo si ha paura a farlo perché il dominio assoluto darebbe orgine solo a castelli di sabbia. Invece la musica di J. è viva, dolorosamente e meravigliosamente viva, e reale, e ci parla di lui, del suo mondo e di cosa lo circonda. E se ciò è e sarà ancora solitudine - ma solitudine positiva, creativa e energetica - ebbene credo che lo ama davvero, senza esserne un mero adoratore, saprà seguirlo ancora perché J. dalla sua solitudine ci parla.

    Ho anche l’impressione che sarà proprio nei “solo” il futuro di J.: dal 2001 mi pare infatti che, pur mantenendo un’alta qualità, ci sia comunque un calo, assolutamente fisiologico. Dopo Inside out e Always let me go, che trovo piuttosto “pesanti” anche se contengono cose interessanti, Up for it non mi ha lasciato ricordi indelebili e l’ultimo The out-of-towner mi pare un disco un po’ inutile.

    Quindi è proprio da sè stesso e dalla musica che ha dentro che J. trova linfa per creare ancora.

    Io lo aspetto.

  11. ruckerton 28 Giu 2005 at 16:16

    Ho letto molto attentamente tutto e devo dire che nelle tue parole ho trovato tantissimi spunti di interesse.

    Prima di tutto devo complimentarmi per lo sforzo di sintesi e di insieme che sei riuscito a dare con questa lettura davvero utile. Non è facile riassumere in questo modo decenni di musica con competenza, ma anche tanto amore che fuoriesce dalle righe. Un filo conduttore che unisce la storia della musica di Jarrett era qualcosa difficile da disegnare in questo modo, ci vuole molta attenzione e sensibilità. Una lettura utile, di quelle che fanno crescere, quindi, ma non solo, infatti è anche molto bella. Mi sono piaciute immensamente alcune metafore che hai usato perché rendono perfettamente l’idea della musica di Jarrett: magma sonoro e carico emotivo; “vedere il Dio di Jarrett, sul pentagramma, simile al Dio di Bach, che disegna mondi e stelle” … quanto è bella questa frase, vorrei averla scritta io (anche le parole suonano).

    In altri momenti si vede l’attenzione che hai dato all’ascolto soffermandoti anche sui particoli del circostante (le rondini, la voce di jarrett). Su Colonia poi secondo me cogli un punto importante. Questo concerto è stato amato quanto criticato. Ho letto alcune critiche che secondo me sono ingenerose. Chi lo critica per me perde di vista il valore sociale di impatto e di trasformazione nel modo di intendere il piano solo, non riesce insomma a contestualizzare il “come” e il “quando” della genesi del concerto e le prospettive che ha aperto. Questi aspetti per me sono fondamentali per valutare un’opera d’arte superando la dicotomia bello/brutto. Indipendentemente dai gusti ci sono valori ineludibili. Il concerto di colonia li ha e ricordarli è un bene.

    Però mi fai davvero morire di curiosità per il concerto del 2 febbraio di Brema, per non parlare dei tutti gli altri tasselli che mi mancano e non sono pochi. Giusto anche ricordare le relazioni tra la classica e Jarrett da Bach a Schoemberg (su Haendel che dici?).

    Poi il concerto de La Scala secondo me (con tutti i miei limiti conoscitivi nella mia visione di insieme per la mancanza di quei tasselli famosi) è uno dei più belli. Mi ritrovo perfettamente nell’idea di intuizione, madre della sorpresa che ho ogni volta che l’ascolto.

    Su Radiance già sai come la penso e mi sono ritrovato moltissimo nelle tue parole, anche in quelle di chiusura sul futuro. A proposito … sai … a Roma dovevo esserci invece mentre mi preparavo per ritagliarmi i giorni per il viaggio in mezza giornata si sono venduti i biglietti. Un mio amico era lì e mi ha parlato di una serata meravigliosa. Non dubitavo.

    Insomma quoyle più che aggiungere scrivo per ringraziarti, perché in queste pagine imparo molto e trovo una sincera e vitale passione, che, credimi, non sono poi così diffuse. Ciao

  12. quoyleon 28 Giu 2005 at 17:01

    @ruckert, Jazzer, aspettavo con ansia un vostro parere su questo post:-)

    La frase sul dio di Jarrett sarebbe piaciuto molto anche a me scriverla e’ una citazione riadattata del libro di Cotroneo presto con fuoco che avevo ripreso fra le mani e citato nel post sui Doctor3, parlava del Dio Bach io la ho leggermente variata e riadattata diciamo che ho fatto una variazione sul tema (vero spirito jazzistico:-)) )

    Jazzer sono felice che tu abbia rivalutato il concerto di Parigi trovo che sia un punto di passaggio fondamentale della poetica di Jarrett. Assolutamente d’accordo con te sulla portata dei SunBearConcerts

    Per i tasselli che vi mancano, mi farebbe molto piacere farveli ascoltare, sono certo che sono indispensabili per capire a fondo il lavoro di Jarrett e non solo, per quello sono un cacciatore senza sosta di registrazioni non ufficiali perche’ specialmente nel jazz (ma non solo) danno veramente idea di quale sia il percorso ed il processo creativo dell’artista.

    Si Roma e’ stata una bella serata ed un concerto molto bello, difficile per Jarrett, un Jarrett molto umano avevo scritto una recensione a Novembre.

    Oh stasera giusto per farvi invidia vado a Fiesole a sentire un’altra solitudine importante Brad Mehldau, ne parlero’ , anche le sue solitudini meritano attenzione.

    A presto

    Quoyle

  13. ruckerton 28 Giu 2005 at 18:09

    Bella l’idea della variazione sul tema :)

    Resto in attesa di tasselli e di notizie anche su Mehldau :)

    ciao e grazie

  14. Jazzeron 29 Giu 2005 at 23:36

    No! Niente Mehldau please! Almeno fino a quando non mi passa l’incazzatura di non poterlo andare a vedere qui a due passi da casa mia. ;-)

  15. AMALTEOon 05 Gen 2007 at 17:41

    mi aggiungo qui il 5 genaio 2007.

    Due versioni INEDITE di Prism meglio di quella che ho copiato su youtube del 1985 a

    ma allora il 2007 sta già portando qualcosa di nuovo!

    io ho solo quelle contenute in: Personal mountains (1979) e Changes (1984)

    supplico …

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