Prelude N.2 Scriabin – Chick Corea
agosto 30, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte

Altro regalo della catalogazione, Trio Music Live in Europe, quanto tempo che non lo ascoltavo, troppo tempo, una perla, una scia nella notte, Prelude n 2 Scriabin suonato da Chick Corea, quanto Scriabin e’ nella musica di Corea, musica per pensieri notturni, musica per pensieri sereni, musica per una notte bella, musica per un cielo magico, musica ‘naturale’ armonia dei sensi accordi dell’anima, dalla sapienza di Scriabin e dalle mani in questo caso ispiratissime di Chick Corea.
(On AiR Prelude 2 Scriabin from TriO MUsiC LIVe in Europe Chick Corea)
Di collezioni, stress, musica ed alta fedeltÃ
agosto 29, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte
Martedi’ sera riordino la mia collezione di dischi.
Mi capita spesso di farlo nei momenti di stress
emotivo. Certi lo considererebbero un modo
stupidissimo di passare una serata, io non sono fra
quelli.Questa e’ la mia vita ed e’ bello sguazzarci
in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla.
(Nick Hornby Alta Fedelta’)
Mai un brano di un libro e’ stato piu’ adatto a descrivermi…, in effetti un po tutto il romanzo lo lessi ridendo dall’inizio alla fine perche’ mi ritrovavo davvero nei pensieri del protagonista e nel suo rapporto con la musica. E ok, allora periodo di forte stress emotivo, immancabilmente mi metto con le mani nei miei dischi per ricatalogarli o per ritentare di farlo. Considerando che possiedo qualcosa come 5mila cd che colonizzano gran parte della mia casa, l’impresa e’ ardua.

Questa volta sto tentando la catalogazione elettronica, automatica inserendo il cd nel lettore con un nuovo software, che sembra abbastanza promettente a patto che abbia la pazienza di finire di inserire cd nel lettore. Comunque, facendo questo lavoro che mi impegna il cervellino e mi fa ripercorrere i miei passaggi, a volte mi stupisco di qualche disco che mi capita fra le mani e cerco di ricordare come lo ho comprato da dove sono arrivato li, ho riscoperto un disco di una bellezza suprema, non lo ricordavo cosi’ bello o forse non ero pronto ad ascoltarlo, lo ho divorato come se fosse la prima volta che lo ascoltavo, si tratta di un disco in solo piano di Paul Bley Open to love. Un disco del 1972, di una modernita’ sconvolgente, si sentono delle cose che ho sentito a Mehldau recentemente, un disco di una raffinatezza musicale che non posso descrivere, un uso particolare dei riverberi che alterano in parte il suono del pianoforte, sperimentale avventuroso, pionieristico. Una descrizione di paesaggi interiori bellissima, ansie che diventano serenita’, squarci sonori che si aprono su paesaggi sereni con un’ inquietudine di fondo. Un bel modo di affrontare il piano solo quello di Paul Bley un modo che ha indubbiamente influenzato il lavoro di Jarrett, non so lo trovo affine a come mi sento, cosi’ vorrei suonare in questo periodo, mi ha toccato delle corde profonde, portandomi fuori dalla mia realta’, difficile da spiegare, affido la parola a Paul Bley Open To Love.
(On AiR PauL BleY OPen TO LovE and IDA LupIno)
My Ideal

Era tanto tempo` che cercavo un gruppo che avesse energia dentro, che suonasse per suonare per il gusto di farlo. Il primo problema da risolvere era un bassista, A.A.A Bassista cercasi disperatamente.
Il mio atteggiamente verso i bassisti e’ sempre stato quello di ricerca perpetua, di qualcuno che sapesse intendere quella meraviglia di strumento per quello che e’ strumento anche polifonico con una visione armonica complessa, ed un senso ritmico travolgente… eh gia’ forse difficile da trovare, la ricerca del mio bassista ideale.
Sebastiano lo conobbi nel 1991 all’universita’, studiavamo insieme, un ragazzo introverso, fricchettone decisamente, con gusti musicali variegati dai Living Colour a Keith Jarrett, iniziammo a suonare insieme in una formazione di Rock Progressivo con canzoni dedicate agli indiani d’america (Oh i fricchettoni…), ed a fare piccoli esperimenti nella forma jazzistica.
Beh musicalmente io mi innamorai subito di lui, era una forza, solido, intelligenza musicale altissima, capacita’ di correggere il tiro in pieno volo musicale immediata, uno sguardo e si riusciva a cambiare direzione a volte mi sembrava pensassimo insieme.
Siamo cresciuti insieme musicalmente, facendo tappe importanti di crescita un concerto all’estero e poi la separazione, ognuno per le sue strade, lui musicista professionista, io che smetto di suonare
Ci siamo persi di vista, per 5 anni, qualche giorno fa un sms del chitarrista con cui suono adesso
-Abbiamo una serata il 25 Agosto che si fa?
-Divertiamoci, cazzo metto su una sezione ritmica da paura ok chi se ne sbatte dei soldi, godiamo
-Ok
Allora prendo il telefono e lo chiamo, sono passati tanti anni, ma e’ bello risentirsi insomma senza indugi mi conferma la serata, e finalmente potro’ suonare con il MIO bassista. Un problema risolto, passiamo alla batteria, eh la batteria altro problema eterno, difficile trovare un batterista con cultura musicale eterogenea ( per il tipo di musica che mi piace fare estremamente contaminato dalle radici africane e cubane al jazz newyorkese con puntatine nel pop e nella tradizione italiana..).
Non ho mai trovato un batterista ideale, un percussionista si che per natura sono piu’ contaminati ed aperti alle culture musicali. Qualche sera fa ho avuto la fortuna di suonare con un gruppo di giovanissimi musicisti a Viareggio (la sera della porta sfondata…), il batterista e’ bravo mi piace un bel drumming pulito ed energico, idee musicali, anche se e’ un tipo profondamente maniacale ed ansioso, ripete 50 volte le cose, se un piatto e’ spostato di 1cm rispetto alla sua posizione ideale e’ capace di farne un dramma, per fare i suoni riesce a impiegarci il tempo che ci impiegherebbero i Wiener….. lo chiamo ed immediatamente anche lui con entusiasmo mi conferma la presenza.
Sulla cantante non ci sono dubbi, Lotta, stiamo lavorando insieme da Marzo, una camminata accanto, un’intesa musicale ed umana che va oltre un bel po di queste maledette infrastrutture sociali, un vissuto degli ultimi mesi intenso con una bella fetta di un Quoyle che conosce solo lei. Ancora Sam alla chitarra con cui stiamo facendo un percorso musicale di disciplina ed approfondimento degli standard con altri due meravigliosi musicisti di Firenze. In generale non amo suonare con i chitarristi, non hanno la percezione della potenza devastante che puo’ scatenarsi dai loro strumenti, e se non sono sufficientemente equilibrati tendono a coprire tutto ad impastare con voicings azzardati, alterazioni improbabili e soli al limite della barriera del suono… Sam e’ diverso sa suonare in gruppo (probabilmente anche le esperienze in big band jazz aiutano), deve ancora sviluppare un gusto che non sia solo prettamente jazzistico, ascoltare tutto, pop, blues, classica, etnica etc…, ma il tipo di interazione e la positivita’ del suo carattere sono un’amalgama indispensabile, oltre al fatto che e’ un solista di tutto rispetto.
Insomma il gruppo e’ fatto la scommessa avviata, mettere insieme persone che conosco in ambiti diversi insieme sullo stesso palco, so che sono persone meravigliose, so che la musica per loro e’ pancia e non tecnica, e spero che tutto vada come deve andare.
La prima ed unica prova il 23 Agosto ore 21 a casa del chitarrista, una prova incredibile sono arrivato con tutte le parti scritte, non voglio trasformare questa serata in una Jam Session, quindi il repertorio e’ fatto di brani anche molto complessi, ma vale la pena di rischiare.
Le prove sono continuate fino alle 4 di mattina, tra vino, risate, e stupore per il sound che veniva fuori, dalle atmosfere sognanti e leggermente nordafricane di Calling You, alle tensioni latine di Amore mio Mannaggia a te, al delta del mississipi di Black Coffe, alle aperture nordamericane di Moon and Sand. Il lato umano poi’ e’ meraviglioso sembra si conoscano tutti da una vita ed insomma tutto lascia prevedere una bella serata.
Decidiamo di partire rilassati con un pezzo di Norah Jones Don’t know why, solo basso e voce per i primi chorus, sento subito la scintilla vitale della voglia di suonare , il sound e’ ottimo si sente bene sul palco, il pubblico non e’ numeroso ed abbastanza freddo, ma questo non e’ un problema per noi, abbiamo una tale voglia di suonare che davvero si suona per la meraviglia e lo stupore di quello che viene fuori, il secondo pezzo il Tempo dei Limoni di Tenco e’ la versione piu’ bella che abbia mai suonato, dinamiche, crescendo, soli che parlano, frasi che hanno un senso, il senso dell’attesa, il senso del blues e da questo punto in poi e’ una discesa, You don’t know con un ritmo ed un pedale ossessivo di basso, rhodes che amalgama il tutto, la voce di lotta che esprime quel blues quel dolore e quell’ossessione dell’amore desiderato e perduto. Il mio solo su questo brano e’ lungo, parte con poche note, pochissime, niente voicings sulla mano sinistra, lo lascio venire fuori, non metto filtri non lo disturbo, e cresce sento il basso e la batteria che lo seguono, che lo ascoltano, lo capiscono e lo lasciano venire fuori dolcemente come un amico quando ti ascolta, senza strappi senza sussulti, non so quanto e’ durato il solo forse 4 o 5 strutture, ma lo ho lasciato ad un livello di tensione altissimo, lasciando cadere le dinamiche, per far ripartire un’altro pensiero quello di Samu. Ti senti svuotato dopo un solo cosi’, svuotato ed anche un po scosso, come aver tirato dentro di se dei pezzettini di qualcosa, come essersi guardati dentro, come aver condiviso con gli altri qualcosa di molto intimo ed e’ una bella sensazione. Il concerto e’ durato circa 3 ore… si 3 ore con circa 12 brani, soli belli lunghi ispirati, idee incredibili per uscire dalle inevitabili insidie delle prove limitate, sorrisi ed umanita’ bella, che finisce nel desiderio di continuare a suonare insieme, parlando sugli scalini di una piadineria, raccontandosi pezzettini di vita, briciole di devastazione, pezzi di felicita’ fino all’alba ed alla prossima volta…
My Ideal
Lyrics by: Leo Robin
Music by: Richard Whiting
Will I ever find the girl on my mind, the one who is my ideal
Maybe she’s a dream, and yet she might be
Just around the corner waiting for me.
Will I recognize the light in her eyes, that no other eyes reveal
Or will I pass her by and never even know that she is my ideal.
(On AiR My IDeAl LUcA FloRes)
The meaning of the blues

Appuntamento ore 15.15 Lucca Est, destinazione Barga. Quintetto Hard Bop, repertorio affascinante da Horace Silver a Bobby Timmons passando per Wayne Shorter. Bisogna suonare in strada, il tempo e’ orribile, pioviggina dalla mattina, le nuvole sono addensate in direzione della garfagnana. Grigio fuori, grigio dentro, non mi sento, sono con i pensieri altrove.
Appena arrivati a Barga, ci viene comunicato che si suonera’ al coperto in un Jazz Club, dividendo il palco con un altro gruppo, l;interno del club e’ strano ha qualcosa di affascinante e qualcosa di decadente, il piano e’ un verticale Yamaha che non essendo neanche microfonato morira’ sotto i colpi dei fiati e della batteria, rendendomi praticamente impossibile esprimere un solo pensiero musicale valido. I musicisti dell’altro gruppo creano tensione, invece di scambiarsi pareri, consigli, idee cercano di far vedere i muscoli. Eternamente la diatriba tra tecnica e sentimento, la loro tecnica indubbiamente superiore alla nostra, ma in quanto a sentimento assolutamente carenti. Insomma i nostri 5 pezzi scorrono senza lasciare traccia, non sono mai entrato nella musica, non ho interagito con gli altri, per un misto di indisposizione interiore e situazione esterna oggettivamente ostile.
Spero nella sera, decidiamo di andare a vedere un concerto in teatro, ingresso gratuito (per fortuna) per i musicisti, un progetto in trio Sax-Trombone Pianoforte di Claudio Fasoli……aiuto una noia mortale, resisto 30 minuti, poi mi giro verso i miei compagni di sventura dicendo che sono sulla soglia di un’orchite acuta, scoprendo con piacere che anche gli altri hanno lo stesso mood sonnolento, una musica inutile autoreferenziale, noiosa ed autistica. Preferiamo berci su, allora dritti in enoteca a bere una buona bottiglia di vino rosso. Il vino, ci porta verso la Jam notturna di Barga.
Uhm, dunque alcune considerazioni, o meglio impressioni su questa Jam. L’anima dei pezzi, dove e’ andata a finire…? Spesso nella musica di alcuni jazzisti si sente la ripetitivita’, la scuola, ma nessun approfondimento reale dei brani che si stanno interpretando. Una versione di You don’t know what love is, assolutamente fuori tema, dove sono le lacrime, dov’e’ il dolore dell’amore interrotto, dove e’ il lamento il senso di perdita, muscoli, note e scale, pattern su pattern che si arrampicano sull’armonia distruggendo il lirismo. Dove sono i silenzi che parlano, che raccontano, alcuni musicisti non hanno nulla da raccontare, la parte piu’ bella del jazz e’ il raccontare attraverso i propri soli, raccontare i brani, raccontare quello che i brani ci hanno regalato e lasciato addosso. Ancora Beautiful Love, una ballad, dov’e’ la poesia di questo amore, dove diavolo e’ andata a finire, al massimo era una sveltina a 160 di metronomo, ma cazzo Beautiful Love non e’ un fast, il testo dove si sente il testo? Ancora Alone Together stravolta, violentata, la poesia dell’incontro svanita, la magia di quel "we can weather the great unknown" dove e’ finita in mezzo alle scale, ai volumi assurdi del pianoforte, assoli completamente a palla dalla prima all’ultima nota, senza introduzione, senza climax. Mi sarebbe piaciuto essere nello stato d’animo giusto per andare a suonare, ma ero veramente debilitato mi sentivo perso e talmente svuotato da sapere in partenza che non avrei potuto raccontare nulla, che non avevo niente da dire, niente di interessante da dire, con la sofferenza di voler raccontare, ma non riuscire a trovare il pensiero musicale ed interiore, le parole o le note adatte.
You don’t know what love is (Don Raye/Gene De Paul)
You don’t know what love is
until you’ve learned the meaning of the blues
Until you’ve loved a love you’ve had to lose
you don’t know what love is
you don’t know how lips hurt
until you’ve kissed and had to pay the cost
until you’ve flipped your heart and you have lost
you don’t know what love is
do you know how a lost heart feels
the thought of reminiscing
and how lips that taste of tears
lose their taste for kissing
you don’t know how hearts burn
for love that can not live yet never dies
until you’ve faced each dawn with sleepless eyes
you don’t know what love is
you don’t know how hearts burn
for love that can not live yet never dies
until you’v faced each dawn with sleepless eyes
you don’t know what love is…..what love is….
(On AIr JohN COLtrAne You Don’t know WhAt Love IS)
Colonne Sonore
Musica, musica, musica, ok, allora la colonna sonora di queste ultime settimane, i 5 dischi che si dividono l’onore di girare nei miei lettori CD negli ultimi tempi. Dischi molto diversi tra loro, probabilmente perche’ sto suonando un po di tutto e per suonare bene bisogna ascoltare molto qualsiasi genere musicale (anche se e’ cosi’ difficile etichettare la musica..) Dischi che mi hanno tenuto compagnia in questo ultimo mese di spostamenti, di pensieri, di fine estate.
Alanis Morissette Unplugged MTV
Questo e’ stato il disco che ho ascoltato di piu’, un disco che ho da tanti anni, che periodicamente riscopro. Le canzoni scritte da Alanis sono belle e sono valorizzate in maniera eccellente dagli arrangiamenti acustici. Arpeggi di pianoforte acustico, chitarre acustiche, uso sapiente di percussioni e pianoforti elettrici, basso asciutto e registrazione estremamente live , avvicinano alla voce di Alanis , la rendono piu’ calda ed emozionante. Alcune perle del disco sono l’interpretazione di King of Pain dei Police, I was hoping, con un ritmo sincopato della cassa che ricorda un battito vitale, dei tappeti di pianoforte rhodes tanto discreti da essere quasi ‘invisibili’ nell’economia del pezzo e la bella rabbiosa You oughta know che viene rivisitata e valorizzata da un uso sapiente degli spazi armonici e dalle sottolineature sempre affascinanti del pianoforte. Un disco che mi ha accompagnato negli spostamenti continui, che regala energia, a volte anche un pizzico di malinconia che e’ dentro la matrice armonica utilizzata spesso da Alanis Morissette.
Rating: 




Chucho Valdes Fantasia Cubana
Difficile trovare un’altro artista tanto versatile da poter passare con gusto, eleganza e tecnica scintillante dal Danzon cubano, a Gershwin, alle atmosfere di Debussy e Chopin. Il pianismo di Valdes e’ al suo massimo in questo disco fatto di lirica e variazioni sul tema. Imperdibile l’interpretazione in tre chiavi diverse della Comparsa del grandissimo pianista Ernesto Lecuona. La prima con gli odori tipici del Danzon, la seconda con gli odori di New York, la terza con il cuore pulsante della vecchia europa che sembra uscita dalla penna di Chopin. Ancora nel disco si alternano visite al repertorio di Debussy e Chopin, con una grazia ed una facilita’ incredibili. Adoro il pianismo cubano, in generale i pianisti caraibici hanno tutti un senso del ritmo e del tempo (che probabilmente riflette il senso del tempo e della vita in generale) che crea una tensione ritmica meravigliosa, indietro e poi avanti spostandosi con leggerezza sugli accenti della clave. Un disco bellissimo che avvicina mondi solo in apparenza distanti tra di loro, un ascolto sereno durante i pochi momenti di riposo.
Rating: 




John Taylor Songs and Variations
Un disco magico, che rende pienamente il pianismo di John Taylor, maestro europeo del Jazz, pianista inglese riservato nella sua musicalita’ mai prorompente sempre al servizio di qualcuno, dei fiati di Garbarek nei meravigliosi gruppi con Bill Connors di fine anni 70, alla tromba di Kenny Wheeler, o alla voce di Maria Pia de Vito, un pianista che sa accompagnare, giosce nel fornire la base ai suoi compagni di viaggio. In questo solo piano fatto di canzoni bellissime originali e variazioni, viene fuori l’anima profonda di Taylor, il suo lirismo, e la sua genialita’, dimostrazione che nella musica come nella vita non occorre mostrare i muscoli per dire qualcosa, per comunicare. Ogni singola nota sembra al suo posto, non c’e’ niente che sembri fuori luogo, spesso durante l’ascolto si viene percorsi da un brivido, per quello che e’ raccontato dalle mani discrete di Taylor. Un disco che sembra un racconto, un racconto di un nonno, fantasioso, buono rassicurante, non ci sono passaggi bruschi, ne forzature, tutto avviene nel modo giusto. Un disco che merita ascolto attento, in completa dedizione, per emozionarsi e lasciarsi pervadere dalla bonta’ di questa musica, dalla continua tensione tra quello che e’ scritto e quello che e’ improvvisato.
Rating: 




Danilo Rea Lirico
Questo disco mi incuriosiva, come possono essere rese con il linguaggio del Jazz, le arie della tradizione Lirica? Ebbene questo lavoro di Rea fornisce la risposta, con gusto ed amore per quel materiale. Solo un pianista con le forti basi classiche ed incursioni continue nella tradizione pop, poteva firmare un lavoro del genere. Sono rimasto colpito profondamente da questo ascolto, probabilmente avendo nel mio DNA musicale piu’ italianita’ di quanta ne potessi immaginare.., L’intermezzo della Cavalleria rusticana e’ un piccolo capolavoro che Rea rende magistralmente, possiede il pezzo, ci entra dentro ascoltandone le pieghe piu’ intime. Tutto il lavoro fortunatamente e’ molto pacato, lasciando la tecnica pirotecnica di Rea in sottofondo, nessuna prova di forza per questo disco in cui Rea a mano libera sfumando, gira intorno alla bellezza delle melodie di Puccini, Bizet, Bernstein e Verdi. Si gia’ proprio Verdi, l’interpretazione di Va pensiero di Verdi e’ un’altro buon motivo per ascoltare questo disco insieme all’aria della Tosca E lucean le stelle, dove il mood notturno, lunare di Rea viene fuori completamente riscaldando e riempiendo di autentico sentimento la melodia della Tosca.
Rating: 




Peter Erskine Juni

Adoro la batteria di Peter Erskine, i suoi trii sono meravigliosamente equilibrati, armonie di suoni tra il drumming di Erskine e quello dei suoi compagni di viaggio. Questa incisione e’ magica, interplay a livelli altissimi, tra il pianoforte sempre di John Taylor e quella meraviglia bassistica che rappresenta Palle Danielson. Un disco fatto di liberta’ come quella che esprime l’immagine nella copertina, mare, richiami e frammenti melodici, in mezzo ad un mare di sonorita’ date dai piatti di Erskine e dal basso di Danielson su cui il pianismo di Taylor si muove agilmente fornendo sempre approdo per le idee espresse dal trio. In ogni disco di Peter Erskine ci sono vere e proprie perle compositive, un batterista dalle doti compositive fuori dal comune, lirismo ed introspezione, un mondo interiore che viene prepotentemente fuori dal suo drumming e dall’interazione con gli altri musicisti del trio. Un disco emozionante, vibrante di idee musicali e vera passione ed introspezione musicale.
Rating: 




Il linguaggio della musica è uno, ed è quello dell’anima, là dove le parole ci ingannano con i loro mille significati. E’ libera di volare in paradiso, di scendere nelle viscere dell’inferno o di starsene a galleggiare nel limbo. Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l’ultima. (Luca Flores)
(On AiR I WaS HoPinG AlAniS MorriSeTTE – E lucean le stEllE DaniLo REa)















