The meaning of the blues

agosto 23, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Concerti, Standards

Appuntamento ore 15.15 Lucca Est, destinazione Barga. Quintetto Hard Bop, repertorio affascinante da Horace Silver a Bobby Timmons passando per Wayne Shorter. Bisogna suonare in strada, il tempo e’ orribile, pioviggina dalla mattina, le nuvole sono addensate in direzione della garfagnana. Grigio fuori, grigio dentro, non mi sento, sono con i pensieri altrove.

Appena arrivati a Barga, ci viene comunicato che si suonera’ al coperto in un Jazz Club, dividendo il palco con un altro gruppo, l;interno del club e’ strano ha qualcosa di affascinante e qualcosa di decadente, il piano e’ un verticale Yamaha che non essendo neanche microfonato morira’ sotto i colpi dei fiati e della batteria, rendendomi praticamente impossibile esprimere un solo pensiero musicale valido. I musicisti dell’altro gruppo creano tensione, invece di scambiarsi pareri, consigli, idee cercano di far vedere i muscoli. Eternamente la diatriba tra tecnica e sentimento, la loro tecnica indubbiamente superiore alla nostra, ma in quanto a sentimento assolutamente carenti. Insomma i nostri 5 pezzi scorrono senza lasciare traccia, non sono mai entrato nella musica, non ho interagito con gli altri, per un misto di indisposizione interiore e situazione esterna oggettivamente ostile.

Spero nella sera, decidiamo di andare a vedere un concerto in teatro, ingresso gratuito (per fortuna) per i musicisti, un progetto in trio Sax-Trombone Pianoforte di Claudio Fasoli……aiuto una noia mortale, resisto 30 minuti, poi mi giro verso i miei compagni di sventura dicendo che sono sulla soglia di un’orchite acuta, scoprendo con piacere che anche gli altri hanno lo stesso mood sonnolento, una musica inutile autoreferenziale, noiosa ed autistica. Preferiamo berci su, allora dritti in enoteca a bere una buona bottiglia di vino rosso. Il vino, ci porta verso la Jam notturna di Barga.

Uhm, dunque alcune considerazioni, o meglio impressioni su questa Jam. L’anima dei pezzi, dove e’ andata a finire…? Spesso nella musica di alcuni jazzisti si sente la ripetitivita’, la scuola, ma nessun approfondimento reale dei brani che si stanno interpretando. Una versione di You don’t know what love is, assolutamente fuori tema, dove sono le lacrime, dov’e’ il dolore dell’amore interrotto, dove e’ il lamento il senso di perdita, muscoli, note e scale, pattern su pattern che si arrampicano sull’armonia distruggendo il lirismo. Dove sono i silenzi che parlano, che raccontano, alcuni musicisti non hanno nulla da raccontare, la parte piu’ bella del jazz e’ il raccontare attraverso i propri soli, raccontare i brani, raccontare quello che i brani ci hanno regalato e lasciato addosso. Ancora Beautiful Love, una ballad, dov’e’ la poesia di questo amore, dove diavolo e’ andata a finire, al massimo era una sveltina a 160 di metronomo, ma cazzo Beautiful Love non e’ un fast, il testo dove si sente il testo? Ancora Alone Together stravolta, violentata, la poesia dell’incontro svanita, la magia di quel  "we can weather the great unknown" dove e’ finita in mezzo alle scale, ai volumi assurdi del pianoforte, assoli completamente a palla dalla prima all’ultima nota, senza introduzione, senza climax. Mi sarebbe piaciuto essere nello stato d’animo giusto per andare a suonare, ma ero veramente debilitato mi sentivo perso e talmente svuotato da sapere in partenza che non avrei potuto raccontare nulla, che non avevo niente da dire, niente di interessante da dire, con la sofferenza di voler raccontare, ma non riuscire a trovare il pensiero musicale ed interiore, le parole o le note adatte.

You don’t know what love is (Don Raye/Gene De Paul)

You don’t know what love is

until you’ve learned the meaning of the blues

Until you’ve loved a love you’ve had to lose

you don’t know what love is



you don’t know how lips hurt

until you’ve kissed and had to pay the cost

until you’ve flipped your heart and you have lost

you don’t know what love is

do you know how a lost heart feels

the thought of reminiscing

and how lips that taste of tears

lose their taste for kissing



you don’t know how hearts burn

for love that can not live yet never dies

until you’ve faced each dawn with sleepless eyes

you don’t know what love is



you don’t know how hearts burn

for love that can not live yet never dies

until you’v faced each dawn with sleepless eyes

you don’t know what love is…..what love is….

(On AIr JohN COLtrAne You Don’t know WhAt Love IS)

Un anno fa :

Commenti

32 Responses to “The meaning of the blues”
  1. rakele scrive:

    sai, forse ti sembrerà strano, ma io insegno e per me insegnare è come suonare in gruppo. a volte entro in aula e non “entro nella musica”. a volte quello che facciamo (io e gli studenti) non lascia nessuna traccia.

    a me piace la lezione quando riesco ad emozionarmi ed emozionare.

    ciao.

    Raquel

  2. nocedifool scrive:

    una cosa però è vera. a quei musicisti si potrebbe dire You don’t know what love is… perché se non amano la musica tanto da scavare e tentare di entrare nell’anima di ciò che suonano, ho dubbi sul fatto che riescano ad amare qualcun altro. viviamo e amiamo con la stessa passione. quando non c’è in ciò che facciamo forse non c’è neppure nel modo in cui viviamo… ma com’è difficile e a volte straziante…

  3. nocedifool scrive:

    ah! ps. mi sembrava un po’ strana questa versione di coltrane on air… ho pensato, caspita! mi sembrava di sentirci un po’ troppa citazione della tosca!!!

  4. quoyle scrive:

    @raquel no non mi sembra strano credo sia una sensazione analoga a quella che descrivo :-) in parte e’ quello che succede con il pubblico quando si suona

    @noce sai che sono d’accordo e cmq grazie di tutto un bacio

    Ah certo questa e’ la tosca stasera va on line coltrane :-)

  5. Jazzer scrive:

    Già. A furia di de-costruire fino a smembrare gli standard si perde il loro senso iniziale, la loro profonda essenza. Rischiano di diventare solo una serie di accordi su cui improvvisare invece che raccontare delle storie. Mi pare che – non sempre per fortuna – manca l’umiltà di confrontarsi con qualcosa di grande, con la storia, rischiando solo di esibire la propria supponenza.

  6. 319 scrive:

    molto dolce questa inedita versione di E lucean le stelle al pianoforte… Un saluto quoyle :)

  7. caleidoscopique scrive:

    Ma le considerazioni -non ho capito bene- riguardano l’esibizione del tuo gruppo e te o dell’altro?

    Perché rileggendo, dal mio punto di vista di estraneo alla vicenda, la cosa è ambigua…

  8. quoyle scrive:

    Riguardano la jam….

    Ciao

  9. caleidoscopique scrive:

    allora non capisco (non so) in cosa consisteva questa jam…:(

  10. utente anonimo scrive:

    E’ tutto semplice ma all’apparenza complicato,non c’è niente da fare,nella musica non si può mentire..o meglio puoi farlo ma si sente…si sente tutto..arriva tutto,nel momento in cui ti metti ad ascoltare decidi di vibrare insieme e se chi sta suonando non vibra dentro lo senti.

    Poverini questi musicisti che hai incontrato(e che sempre incontrerai!),mi fanno una gran tenerezza perchè hanno scelto un linguaggio che è il jazz,difficile ,perchè non ci appartiene e spesso del jazz hanno colto solo la sfida tecnica e non il potere immenso di aprire la mente e il cuore,dimenticando che la forza di noi italiani,la nostra arma segreta è nella melodia e nel lirismo ,nella poesia e nel respiro,dimenticando che la tecnica è sempre e comunque il mezzo per comunicare e non il fine ultimo,non lo scopo.

    Se poi invece dovesse essere questo l’intento,ovvero sommergere l’ascoltatore di note su note che non dicono nulla allora,bene…bravo,sei bravo e allora?

    E’ come nella vita,chi ha più dentro usa meno parole ma quelle giuste.

    un bacio grande

    alice

  11. quoyle scrive:

    @caleidoscopique la jam e’ una pratica jazzistica in cui qualsiasi musicista presente in sala si mette a suonare, senza aver mai provato, un repertorio comune cche e’ quello degli standards jazz, quindi puoi suonare davvero con chiunque in jam:-)

    @Alice, non ho parole davvero, hai detto meravigliosamente quello che avrei voluto dire

    Questo e’ il cuore della faccenda un italiano un europeo hanno radici diverse e devono valorizzarle, la tecnica e’ il mezzo e’ fondamentale per renderti libero, a patto di non diventare un filtro che annulla la creativita’…,poi e’ una meraviglia quello che dici sul jazz sul suo potere di aprire la mente ed il cuore e’ una forma di espressione unica, che regala delle possibilita’ enormi… ti devo assolutamente sentire cantare :-)

    Un bacio

    Q

  12. nocedifool scrive:

    alice sì sì, vista la sensibilità che dimostri in ogni tuo passaggio qui dentro, ormai credo siamo in diversi a desiderare di sentirti cantare. ci fai questo regalo? quando? dove?

  13. caleidoscopique scrive:

    pensavo che tu suonassi con un tuo gruppo e non con persone sconosciute, quindi non coglievo, pensavo a due esibizioni a parte, prima un gruppo e poi l’altro. :P

  14. quoyle scrive:

    Infatti nel pomeriggio abbiamo suonato con il nostro gruppo nella rassegna, la sera tutti i 50 musicisti che hanno suonato con i rispettivi gruppi si sono mischiati e quella era la jam

    Ciao:-)

  15. farolit scrive:

    Ed io fin’ora mi sono persa questo blog?!

    Com’è potuto accadere?

    :-)

  16. Sahishin scrive:

    Non credo che si tratti di “scegliere” come suonare. Il sentimento (se ce l’hai dentro) esce.

    Esempio classico Winton Marsalis, tecnica sopraffina ma feeling zero.

    ciao Quoyle

  17. quoyle scrive:

    @ farolit :-)

    @ Sahishin perfettamente d’accordo, devi saper vibrare come diceva Alice e non puoi fingere di saperlo fare.

    Oh a proposito di Marsalis Wynton che Branford sa vibrare eccome…, ho una citazione di Jarrett che lo ammazza….

    “I’ve never heard anything Wynton (Marsalis) played sound like it meant anything at all. Wynton has no voice and no presence. His music sounds like a talented high-school trumpet player to me… He’s jazzy the same way someone who drives a BMW is sporty.”

    (Keith Jarrett su Wynton Marsalis)

    E come dargli torto io dopo 2 minuti di scale ed acuti di Marsalis sbadiglio:-)

    A presto

    Q

  18. Sahishin scrive:

    Adoro Branford, e il suo suono.

    Il sax mio vecchio amore a metà.

    E’ sempre lì (vecchio Jamaha), sembra in attesa che qualcuno si decida a sputarci l’anima dentro.

    Tanto bella quanto vera la citazione di Jarrett.

    buonenote quoyle

  19. nocedifool scrive:

    ah ma qui andiamo giù pesante… quoyle ancora mi citi quell’isterico di jarrett che non vuole che si appaluda dopo gli assoli cioè che non vuole che il pubblico trasportato dalla musica segua l’entusiasmo e risponda a chi quell’entusiasmo gliel’ha saputo generare!!! tanto di cappello a jarrett ma quanta anima gli è rimasta se ha perso il senso del fare musica? uno che resta nella musica come in un’ovatta estatica che riguarda soltanto lui e nessun orecchio fuori per me ha perso il contatto con il senso della musica, l’anima della musica. è un po’ quello che ha fatto l’amico fritz fasoli a barga… hanno suonato solo per loro stessi. non è jazz quello. non c’è anima. c’è autoreferenzialità. tu lo hai definito autismo. ecco.

    in conclusione, sfogata la mia vena incazzereccia… su marsalis concordo ;)

    sul sentimento che esce se ce l’hai e non serve scegliere, come dice sahishin, pure. :)

  20. quoyle scrive:

    Oh… ma sono d’accordo solo che jarrett la musica la sente… poi che sia disturbato non ci sono piu’ dubbi, il problema jarrett e’ cmq diverso purtroppo sono convinto sia davvero ad un altro livello di consapevolezza ed e’ anche un idealista del cazzo, pretende un mondo ideale, ma la musica e’ dentro di lui non ci sono dubbi, ecco negli ultimi tempi noto dei momenti di stanca specialmente in trio, non certamente in solo e sai che sono in linea su fasoli & friends, siamo scappati del resto….:-)

    Ciao

  21. utente anonimo scrive:

    Ciao noce,spero anche io di riuscire a cantare presto per voi..magari con Mr.Quoyle..sarebbe bello,se deve succedere sarà,lo so.

    un bacio

  22. utente anonimo scrive:

    ops

    p.s.

    alice

  23. rakele scrive:

    Ho visto Marsalis a Perugia un giorno, ma non si trattava di un conceto, ma una conferenza su Dizzy Gillespie. Mi è tanto piaciuto! E mi piace la famiglia Marsalis. Mi piace anche Keith Jarrett.

    :)

  24. quoyle scrive:

    @Alice :-) sarebbe bello ne sono sicuro.

    Bacio

    @Rakele Branford e’ un grandissimo del sax, Wynton purtroppo non mi entusiasma, troppa tecnica e troppo freddo, vabbe’ su Jarrett non parlo che altrimenti chi la sente noce… :-)

  25. rakele scrive:

    può essere troppo freddo, ma ti giuro che quella conferenza è stata fantastica. :)

  26. evdea scrive:

    Ricambio la visita… un saluto!

  27. nocedifool scrive:

    scappa uagliò scappaaaaaaaa

    ;)

  28. utente anonimo scrive:

    Il fatto è che molti musicisti (o presunti tali) vivono la musica come proiezione egotica, come mezzo per soddisfare il loro esibizionismo. Ovvero, sfruttano il pezzo (sia esso uno standard jazz, o una fuga bachiana, o una canzone napoletana: proseguire a piacimento) esclusivamente per mostrare sè stessi.

    Questo può avere anche un aspetto (apparentemente) positivo, quando il musicista – esecutore, come tanti hanno già scritto benissimo, vuole esibire la sua “anima” (ed è in possesso della tecnica necessaria a farlo…).

    Però, a ben vedere, si tratta sempre di una appropriazione indebita, di una sorta di tradimento delle intenzioni del musicista – compositore.

    Certo, la musica è un’arte che può essere vissuta come totalmente concettuale o totalmente estetica. Il fatto è che la sovrabbondanza della tecnica mette in ombra entrambe le cose…

    Slowhand

    http://www.oracamminiamoeretti.com/oce/weblog.php?id=0

  29. quoyle scrive:

    Ciao Slow Hand sono d’accordo in parte, per quanto riguarda il jazz specialmente, il concetto di improvvisazione porta inevitabilmente a contaminare le intenzioni del compositore con quelle del’escutore, anzi queste due figure nel jazz per molti aspetti coincidono, rendendo labile il confine tra chi ha scritto e chi esegue essendo l’improvvisazione composizione in tempo reale.

    Certamente la tecnica eccessiva nasconde l’anima e molti improvvisatori non approfondiscono in maniera adeguata quello che e’ il significato intimo e profondo del brano che stanno interpretando ed in quel caso ne stravolgono spesso in modo sciagurato il significato, non conoscendone il testo, non conoscendone la storia non conoscendo le sue evoluzioni, ma solo l’impianto formale:-)

    Un saluto e benvenuto

  30. mario rififi scrive:

    “Master your instrument. Master the music. And then forget all that bullshit and just play.”
    Charlie Parker

  31. Wolf93 scrive:

    I can’t really explain it more than that. ,

  32. mario rififi scrive:

    Il problema della tecnica è che nasconde troppe mancanze interiori, la gente che suona oggi ha spesso paura dei sentimenti, perchè i sentimenti, e tu quoyle lo sai, fanno soffrire.
    Basta sentire Chet Baker cantare You don’t know what love is per capirlo.
    Parker diceva che il jazz sarebbe morto se avesse perso il blues, il blues esorcizza la nostra sofferenza, a patto di passarci dentro.

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