Just one of those things (Cole Porter)
ottobre 25, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte, Standards
Sempre dal genio di Cole Porter, un altro brano splendido, le cui interpretazioni eccellenti non mancano, dai Jazz Messengers a Frank Sinatra, fino a Cannonbal Adderley, Gil Evans, Cecile Norby, Jacky Terrasson, per concludere con Bill Evans. Un brano leggero, come il testo da suonare certamente a tempo Medium – up. Le insidie del brano sono notevoli dalla velocita’ sostenuta passando per alcune trappole armoniche, ma il divertimento suonandolo e’ assicurato.
Just one of those things (Cole Porter)
It was just one of those things
Just one of those crazy flings
One of those bells that now and then rings
Just one of those things
It was just one of those nights
Just one of those fabulous flights
A trip to the moon on gossamer wings
Just one of those things
If we’d thought a bit before the end of it
When we started painting the town
We’d have been aware that our love affair
Was too hot not to cool down
So good-bye, dear, and amen
Here’s hoping we meet now and then
It was great fun
But it was just one of those things
(JUst OnE of ThoSe ThingS)
Foglietti e Colori
Esistono serate strane, di quelle che non capisci cosa ti si muove o meglio ti si rivolta dentro (o forse lo capisci e preferisci ignorarlo..). Ecco quando in queste serate ti capita di dover suonare, e’ come giocare d’azzardo, non sai assolutamente cosa potra’ capitare.
Ieri sera ero ripiegato in mille foglietti su me stesso, con il desiderio solo di rinchiudermi in casa mettermi sul divano ed ascoltare un po di musica, di quella che ti fa volare, che ti fa allontanare da te stesso, invece dovevo suonare a San Miniato in un locale appena aperto, con il mio quintetto, una situazione bella umanamente e musicalmente, ma ieri sera davvero troppi lati scuri dentro di me.
Appuntamento ore 20.30 SanMiniato, per la serie musicisti facchini, gia’ perche’ per chi non lo sapesse, la parte piu’ importante di una serata e’ il facchinaggio, casse, mixer, pianoforte, cavi, montare, fare il suono…. ieri sera suonavamo con un batterista che ha del personaggio dei fumetti, una persona puntigliosa quasi maniacale, che monta la batteria sistemandola secondo rapporti di proporzioni di distanza dalle pareti per evitare risonanze, che accorda la batteria fino a che non siamo distrutti psicologicamente, che avvolge i cavi come se fossero dei fili d’oro… insomma erano le 20.30 ha finito di montare la batteria alle 22.30 credo sia un record del mondo…, quindi abbiamo fatto il suono a locale gia’ frequentato per appena 10 minuti, risultato un’acustica sciagurata ed il mio nervosismo amplificato (lo avrei volentieri strozzato con i suoi cavi..).
Aggiungiamo che si suona ad un volume bassissimo al limite dell’ascoltabile (era piu’ presente il brusio della gente), la prima parte e’ stata decisamente contratta, niente di drammatico, ma non siamo mai entrati nello spirito della musica. I miei soli erano autistici, senza nessuna comunicazione con me e con il pubblico, insomma volata via.
Durante la pausa, sono sperduto, mi guardo in giro, nonostante ci siano tante faccie che conosco, amici di Lotta, i musicisti non riesco come sempre mi capita in queste occasioni a spiccicare parola, guardo e non vedo, osservo e trapasso, sento e non ascolto. Bevo una birra fuori dal locale, con un po di pioggia, con lo spettacolo irreale della zona industriale di San Miniato davanti, e si inizia la seconda parte.
Il pubblico e’ diminuito il brusio anche, si inizia con uno strumentale You and the night and the music, e subito si sente che il vento e’ girato, si sente molto meglio e siamo tutti piu’ dentro quello che facciamo (potenza del malto..), il secondo brano e’ la mia ancora di salvezza Calling You di Bob Telson, ecco ancora una volta sempre quest’anno, questo brano mi tira fuori qualcosa, la versione di ieri sera era assolutamente vibrante, solo di basso da paura dinamica in crescendo per lasciare sfogo al piano che monta sotto il solo del basso, la batteria ci segue docilmente e la voce di Lotta si appoggia serena su questo bel tappeto intrecciato, il solo del piano e’ bello cresce , si ascolta e silenzioso fa le pause giuste , cerca di chiamare davvero, occhi chiusi e viaggio interiore, ascoltando solo la musica, mettendomi fuori dalla porta ad osservare dall’esterno, occhi chiusi sempre fino alla fine ascoltando il sogno che si spegne sul sol maggiore. Ancora Black Coffee dinamiche meravigliose crescendo, svuotando, senza paura per finire con una bella versione di SUmmertime sul tempo di Guajra, la Guajra ed il Blues due faccie della stessa musica, il tabacco di Cuba ed il cotone del sudamerica, mi piace il tempo di Guajra e’ un ritmo sensuale, una pulsazione intima, summertime scorre dolcemente come un pomeriggio estivo, piccole folate di vento fresco l’accompagnano verso la fine della serata.
Appena finita non ho niente addosso, non ho purtroppo quella visione alterata, sono molto dentro di me, sempre ripiegato in foglietti, sempre con lo sguardo abbastanza perso che cerca non so bene cosa. La serata finisce come spesso succede a chiacchierare bevendo fuori dal locale, di ogni tipo di argomenti ieri sera pochi esistenzialismi (per fortuna) che mi portano a casa alle 4 con i colori assolutamente identici a quelli che c’erano prima di suonare e non e’ un bel segno.
Camera a Sud (V. Capossela)
Rubami l’amore e rubami
il pensiero di dovermi alzare
e ruba anche l’ombra di fico che copre
il cicalar della comare
che vedo bianco di calce e pale
pigramente virare
e ho in bocca rena di sogno
nella rete del sonno meridiano
che come rena
mi fugge di mano
Che sudati è meglio
e il morso è più maturo
e la fame è più fame
e la morte è più morte
sale e perle sulla fronte
languida sete avara
bellezza che succhi la volontà
dal cielo della bocca
bocca bacio di pesca che mangi il silenzio
del mio cuore
Sud
fuga dell’anima tornare a sud
di me
come si torna sempre all’amor
vivere accesi dall’afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c’è strada per andare
che non sia di camminar
Mescimi il vino più forte più nero
talamo d’affanno
occhio del mistero
olio di giara, grilli, torre saracena
nell’incendio della sera
e uscire di lampare
lentamente nel mare
bussare alle persiane di visioni
e di passi di anziani
Sud
fuga dell’anima tornare a sud
di me
come si torna sempre all’amor
vivere accesi dall’afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c’è strada per andare
che non sia di camminar
rubami la luna e levagli
la smorfia triste quando è piena
e ruba anche la vergine azzurra
che ci spia vestirci stanchi per uscire
fresca camicia di seta in attesa
croccante e stirata
per lo struscio e un’orzata
nel corso affollato in processione
la banda attacca il suo marciar
così va la vita
(ON Air VinIciO CapoSselA CamErA a SuD)
A time for love ( Johnny Mandel )
ottobre 19, 2005 by quoyle
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Ieri sera prove con il trio, ero stanco, messo malino fisicamente, triste, ma non avrei rinunciato per nulla al mondo a quelle 2 ore di prove. Un trio per un pianista e’ qualcosa di fondamentale, e’ un grande amore se funziona bene, se tutti gli ingranaggi girano come dovrebbero, e’ sentire davvero il jazz. Il trio e’ una delle formule jazzistiche piu’ difficili, essere creativi, continuamente inventare, stupire, cercare di uscire dalla ripetitivita’ di tema piano, solo piano, solo basso, scambi con la batteria, tema piano, cercare di costruire un suono unico, un identita’ musicale, ogni brano una suite in cui non si riesca piu’ a riconoscere il piano, il solo, il tema, ma semplicemente un pensiero musicale.
Abbandonare la maledizione di molti pianisti, la mano sinistra invadente, in un trio che funziona la sinistra sa stare al suo posto, non riempie vuoti, non ha paura del silenzio, si fida di quello che ha sotto. Ecco il segreto del trio e’ la fiducia, si e’ innamorati follemente degli altri musicisti che suonano con te fino a non poterne fare a meno, sai che puoi osare, puoi dire quello che hai in testa senza paura, stare in silenzio per qualche battuta, ignorare quel tempo maledetto che scandisce anche la musica, prenderlo per il culo quel tempo, uscire quando vuoi, rientrare, entrare proprio in un altra dimensione spazio temporale. Capisco perche’ i grandi trii della musica jazz siano formazioni cosi’ solide, cosi’ intime anche al di fuori del palco, c’e’ qualcosa che unisce magicamente il pianoforte, il contrabasso e la batteria, tre aspetti diversi del pensiero musicale. Bill Evans e Scott Lafaro ne avevo parlato in un post di quella storia d’amore, di come la musica di Bill Evans abbia per sempre ricercato le note di Lafaro, il suo odore nella musica degli altri contrabbasisti, opera disperata. Del trio di Jarrett ci sarebbero pagine da scrivere, un trio fondamentale, granitico, in cui nonostante la personalita’ ingombrante di Jarrett, e’ l’insieme che viene fuori, non Jarrett, altro trio fondamentale almeno nella mia formazione quello di Chick Corea, Roy Haynes e Miroslav Vitous, Trio Music, contaminazioni percussive, swing cattivo, aperture verso la musica classica, un bel modo di interpretare questa forma. Ancora i trii di John Taylor con Peter Erskine, trii quasi taoistici, di svuotamento, l’importante della ruota e’ il mozzo, e la parte piu’ ingombrante e’ il vuoto, svuotare la musica, ovvero come mantenere uno swing violento svuotando di note e colpi inutili la musica. Ancora i trii di Pieranunzi con Sferra, naturalmente gli ultimi esperimenti di trio di Mehldau, in cui nonostante basso e batteria non siano assolutamente paragonabili artisticamente al genio di Mehldau, sono funzionali e sarebbe impensabile quel trio senza Rossy o Grenadier, i tentativi di superamento della forma del trio di Svensonn e dei Bad Plus, con aperture alle sonorita’ piu’ elettriche dei campionatori.
Ecco lo sapevo ho divagato, il trio mi entusiasma e mi apre ricordi musicali incredibili, insomma ieri sera nonostante le cause ambientali ed interiori decisamente avverse ho fatto di tutto per fare quelle due ore di prove. Di solito propongo qualche pezzo e naturalmente la nostra intesa e’ talmente alta che si tratta quasi sempre di brani che sono nel DNA musicale di Giampaolo e Sebastiano. In questi giorni sono ossessionato da alcuni brani che avevo esplorato nei giorni scorsi, si tratta di Everything i love (di cui una esplorazione e’ online nel radioblog), Just one of those things, So in love tutte di Cole Porter, e la bellissima e quasi sconosciuta ballad A Time for love di Johnny Mandel, un brano che vinse l’Oscar come migliore canzone per il film an American Dream nel 1966 .
Suonare questi brani cosi’ complessi nel loro significato e nelle loro progressioni armoniche e’ sempre una sfida, suonarli tutti in una sera, due take per ogni brano, la prima per avvicinarsi timidamente al cuore del brano, la seconda per esplorarne le pieghe, iniziare ad osare, e’ una cosa meravigliosa, ci si perde, nelle armonie di Porter e di Mandel, quanto conoscevano l’animo umano, in particolare suonare A time for love e’ un esperienza mistica, alla fine della ballad (che i miei due amici non avevano mai ascoltato) avevamo i lucciconi agli occhi, per quelle note meravigliose, quelle armonie sapienti che sapevano cosa toccare e come toccarlo per accendere il sentimento del desiderio di amore, ognuno di noi avra’ fatto i suoi pensieri, avra’ avuto le sue immagini, le sue suggestioni, ed a ben vedere quelle immagini erano li al centro della stanza, nella musica che si univa al centro. Consiglio tre versioni di questo brano una di Shirley Horne, magica, lirismo e sospensioni, la sua voce profonda che canta il desiderio dell’amore, una di Bill Evans, assolutamente imperdibile le armonie di Evans, i suoi vocings, mettono i brividi ed una molto particolare dell’ensemble latino di Poncho Sanchez, registrata e pubblicata in un disco dal vivo, con un sax contralto che e’ struggente. Terminare la prova con quelle sensazioni sulla pelle e’ stato bello ed anche una maledizione, potenza delle note del brano, far sentire nell’aria l’odore dell’amore, cambiare i colori, far piombare il mio animo in uno dei miei soliti stati di coscienza alterata in cui i colori diventano diversi, la realta’ non esiste piu’ per come sono abituato a vederla a sentire una profonda desolazione ed un senso di solitudine fortissimo rientrando a casa sotto la pioggia, dopo una birra con Sebastiano a parlare delle nostre storie, delle difficolta’ , della nostra umanita’, guidando per le strade di periferia di una Pisa desolata e desolante.
A time for love (Mandel/Webster)
A time for summer skies,
For hummingbirds and butterflies.
For tender words that harmonize with love
A time for climbing hills,
For leaning out of window sills
Admiring the daffodils above.
A time for holding hands together,
A time for rainbow colored weather,
A time of make believe that we’ve been draming of.
As time goes drifting by,
The willow bends and so do I.
But oh, my friends, whatever sky above
I’ve known a time for spring, a time for fall,
But best of all a time for love.
(On Air A Time FOr LoVe)
Everything i love
ottobre 18, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Pianoforte, Standards
Noi tutti abbiamo una tendenza alla malattia dell’introspezione,
e l’uomo introspettivo, avendo aperto davanti il multiforme aspetto
del mondo, ne distoglie lo sguardo e fissa soltanto il vuoto che ha dentro di se’.
Ma non immaginiamoci che ci sia qualcosa di grande nell’infelicita’
dell’uomo introspettivo"
(Bertrand Russell La conquista della felicita’)
Mani curiose hanno riportato a galla recentemente questo libro di Bertrand Russell, un libro che avevo letto in tempi remoti, di cui avevo perso assolutamente cognizione, lo avevo amorevolmente ‘preso in prestito’ dai libri di mio zio, il mio adorato zio, il mio fratello maggiore direi, la persona che ha veramente influenzato in maniera forte la mia vita, che ho sempre avuto come esempio nel bene e nel male, cercando di evitare alcuni suoi errori cercando di seguire alcune sue intuizioni, come vedere me con 20 anni in piu’ fino alla sua morte nel 1998. Ci sono alcune sue annotazioni in questo libro, alcune sue sottolineature e sono le stesse che avrei fatto io e questo mi fa sorridere, so che sentivo le cose nel suo stesso modo, vedevo il mondo con i suoi colori, musicista anche lui, pianista, le mani sul pianoforte le ho messe da bambino grazie a lui, tutto quello che amo nella vita in gran parte lo devo a lui.
Buffo anche come questo post che era partito in un altra direzione si sia ricordato di quello che sono e si sia ricordato di quelle sottolineature, di quelle adorabili note a margine della pagina che ho riscoperto in questi giorni. Una bella sorpresa ritrovare questo libro e rileggerlo in questo periodo. Un periodo complicato, di ricerca della felicita’ e di atroce contemplazione del vuoto dentro di me. Questa maledetta tendenza all’introspezione, un vizio direi, che mi tormenta. Certo la violenza psicologica di alcuni eventi recenti e’ stata forte, ha travolto quegli argini costruiti con pazienza e cura nel corso di questi anni, credevo fossero piu’ forti ebbene non lo erano anche se un uragano forza 5 spacca qualsiasi cosa (tranne i bunker antiatomici ma quelli ormai li avevamo messi da parte), ma ancora Russell mi da’ una mano con il semplice buon senso che una ricetta per la felicita’ e’ poi lo scopo di gran parte della filosofia ed in realta’ non esiste

Devo imparare ad avere il senso delle proporzioni, ad avere realmente il desiderio di conquistarla questa felicita’ invece di continuare semplicemente a cercarla (specialmente nei posti sbagliati). Il dolore, sempre presente nelle nostre vite, certamente influenza pesantemente la conquista della felicita’, il dolore fisico, il dolore psicologico, il dolore di questo nostro stile di vita strano in cattivita’.
La rassegnazione e’ di due specie, una radicata nella disperazione, l’altra in una irragiungibile speranza. La prima e’ nociva, la seconda no. L’uomo che ha patito una sconfitta cosi’ grave da rinunciare alla speranza di un successo sicuro, puo’ imparare a rassegnarsi alla disperazione, e se lo fa, abbandonera’ ogni attivita’ seria…. L’uomo la cui rassegnazione si basa su di una speranza irragiungibile agisce in modo completamente diverso. Una speranza irragiungibile deve essere grande ed impersonale. Qualunque sia la mia attivita’ personale, posso essere sconfitto dalla morte o dalle malattie, posso essere sopraffatto dai miei nemici: posso scoprire di essermi messo in una impresa avventata che non puo’ condurre al successo. Il fallimento delle speranze puramente personali puo’ essere inevitabile in mille modi, ma gli scopi personali facevano parte di speranze piu’ grandiose che interessavano l’umanita’, in caso di insuccesso non si patisce una sconfitta tanto assoluta.
Non serve a nulla abbandonarsi senza ritegno al proprio dolore. Il dolore e’ inevitabile e lo si deve aspettare, ma si deve fare tutto il possibile per minimizzarlo. E’ soltanto un sentimentalismo insistere, come qualcuno fa, nel bere fino all’ultima goccia il calice della propria disgrazia. Non nego, naturalmente, che un uomo possa essere spezzato dal dolore, ma dico che un uomo dovrebbe fare tutto quanto sta in suo potere per sfuggire a questo destino, e dovrebbe cercare qualsiasi distrazione, per quanto banale, purche’ non nociva o degradante in se’. Tra quelle che considero nocive e degradanti includo l’ubriachezza il cui scopo e’ di ottenebrare il pensiero almeno momentaneamente. La linea di condotta piu’ saggia e’, non di ottenebrare il pensiero, ma di indirizzarlo verso altre vie, o per lo meno verso vie lontane dalla disgrazia presente. E’ difficile fare cio’ se la vita sino a quel momento, e’ stata concentrata su di iun numero limitato di interessi, e qui pochi interessi sono ora toccati dal dolore.
Un uomo capace di gustare la vita e dotato di un adeguata vitalita’, superera’ qualsiasi disgrazia grazie all’affiorare dopo ogni colpo, di un interesse nella vita e nel mondo che non puo’ essere ristretto al punto da rendere fatale la propria perdita. Il lasciarsi abbattere da una perdita, o persino da parecchie perdite, non e’ cosa da ammirarsi come prova di sensibilita’, bensi’ da deplorarsi come difetto di vitalita’. Tutti i nostri affetti sono alla merce’ della morte che puo’ colpire coloro che amiamo in quasiasi momento. E’ quindi necessario che la nostra vita non abbia quella limitata intensita’ che pone tutto il significato e lo scopo della vita stessa alla merce’ di un incidente
Ancora una volta mi sei venuto in aiuto con queste frasi sottolineate sei arrivato al momento giusto, da mani che non ti conoscevano e ti hanno riportato a me, ricordandomi quanto sei importante e quanto fai parte del mio modo di pensare.
(ON Air Everything i LoVE ColE PORter)
The Ballad of the sad young man

Sing a song of sad young man All the sad young men All the sad young men Misbegotten moon Tommy Wolf and Fran Landesman |
(On AIR The BAllAD Of the SAD Young MAN Keith Jarrett TRIo)















