First Song (For Ruth)
quoyle Novembre 10th, 2005
Copenhagen 3,4,5,6 Marzo 1991, Stan Getz e Kenny Barron suonano insieme per quello che sara’ il testamento musicale di Stan Getz il quale morira’ qualche mese piu’ tardi. Non ci sono molte parole per descrivere quello che e’ stato in quella sera, chissa’ quali pensieri avesse in testa Getz sapendo quale sarebbe stato il suo destino di li’ a pochi mesi. Mai scelta di un pianista per accompagnare un concerto e’ stata piu’ giusta, Kenny Barron e’ in sintonia totale con Getz, non cerca effetti, non va oltre la melodia struggente che Getz suona in ogni brano. Solo 13 brani sono stati pubblicati su CD nel disco People Time, ma fortunatamente tutte le serate furono trasmesse alla radio danese e sono state registrate, lasciando l’ultimo ricordo un vero e proprio epitaffio di Stan Getz.

Credo il vero addio al mondo ed alla musica sia rappresentato da questa ballad struggente di Charlie Haden, First Song for Ruth, che fu’ suonata due volte in quelle serate, una di queste presente nel disco l’altra no, entrambe sono qualcosa di impossibile da raccontare, e non lasciano dubbi ai pensieri di Getz durante quella performance, dolore allo stato puro si materializza dal sassofono, il tema e le armonie di Charlie Haden sono ideali per esprimere il sentimento di perdita, di nostalgia, di mancanza, Getz suona solo melodia, solo lirica, anche il suo solo e’ semplicemente un’altra melodia bellissima sulle linee armoniche di Haden, si intravede un dialogo fra Barron e Getz, un dialogo fra vecchi amici, il sax lascia dopo un solo commovente, e Barron delicatamente riprende dal punto in cui il solo di Getz si era interrotto, continuando liricamente senza orpelli, lasciando alla melodia il compito ingrato di testimoniare il dolore della malattia di Getz, immagino Getz farsi da parte, lasciare il palco a Barron, ascoltando nelle note del pianoforte i suoi pensieri,infatti Barron riprende molte frasi del sassofono aggiungendo appena qualche nota. Dopo pochi minuti di lirismo del pianoforte il sassofono rientra, marcando ancora di piu’ il dolore, l’amore per la vita, il desiderio di suonare, io vi giuro un suono cosi’ da un sassofono non l’ho mai sentito, non ho mai sentito un duo pianoforte e sassofono suonare cosi’, c’e’ molto altro dietro alla musica di Getz e Barron in quella sera, c’e’ la vita, c’e’ la morte, c’e’ il senso di infinito, il dolore della perdita, l’amore, un senso di ineluttabilita’ ed una bellezza eterea, che sconvolge ed invade il cuore. Quando si spengono le ultime note del sassofono di Getz e le vibrazioni delle corde del pianoforte, vengo preso immancabilmente da un senso di perdita, di vuoto, di vero scompiglio dell’anima. Vi lascio tutte e due le versioni, quella pubblicata e quella non pubblicata ed alla poesia di questa musica.

(On Air FirsT SonG For RUth OfficiAL Take aNd AltERnate Take Stan GEtz)
Un anno fa : Reale e Virtuale

Non riesco a commentare,la bellezza di questo brano è sconvolgente e ricca di significati,un inno alla vita.
“People time” è uno dei dischi più emozionanti e struggenti che conosco. E pensare che c’è gente che dice che non vale nulla perché non ci sono assoli particolarmente elaborati e perché Getz è senza fiato. Bah!
Senza fiato?allora non capisco niente di musica.
Gia’ Jazzer, ma davvero molta gente e molti ‘musicisti’ scambiano la musica con la tecnica, l’anima con l’effetto. Barron e’ stratosferico in questo disco, perche’ si accorda completamente con Getz, vibra per simpatia con il sax, non cerca l’effetto, lui il Barron della tecnica stratosferica, cerca la melodia, non i fraseggi di semisemibiscrome, ieri ho trascritto tutti e due i soli sia di piano che di sax di entrmbe le versioni, c’e’ da imparare su come si costruisce una melodia bella su una gia’ troppo bella. Senza fiato? non me ne sono accorto, il suono del sassofono e’ il suono dell’anima in questo disco, il suono di barron e’ quello di un grande uomo, che sa a cosa sta partecipando e quale importanza ha quel momento. Davvero il solo nella prima versione e’ allucinante, e’ come se il pianoforte suonasse con le note di Getz, riprende le idee da dove Stan Getz le aveva interrotte, usa le sue parole, le sue frasi aggiungendo delle piccole cose, e poi riprende il lavoro paziente lasciando la scena a Getz. Questa e’ classe, questa e’ anima, questa e’ poesia, Stan Getz anche nei suoi periodi migliori non aveva mai suonato cosi’ ed un Barron cosi’ ispirato alla ricerca dell’infinito io non lo avevo mai sentito.
OT sai naturalmente che il 16 a Padova c’e’ Bobo Stenson in solo no? Se riesco faccio un salto andata e ritorno e’ un occasione unica e Stenson in solo e’ illuminante a dir poco
Q
..tra vita e morte.. tra morte e vita.. si mescolano così.. senza apparente motivo.. a volte coincidono.. borderline in una dimensione difficile da spiegare..
.. il resto devo ancora “elaborarlo”..
Ciao Dolce Q.
cavoli, quoyle. mi hai fatto venire il groppo in gola. a sciogliermelo interviene il ricordo dell’ultima volta che vidi Getz suonare dal vivo. Doveva essere l’85 o l’86: lo scenario non era quello che potresti immaginare, ovvero non si trattava di un concerto jazz, bensì di un concerto pop-rock: quello, tu non ci crederai, di Huey Lewis (te lo ricordi? cantava the power of love, colonna sonora di Ritorno al Futuro). Non so in quali strane circostanze fosse nata quella strana fugace collaborazione, sta di fatto che ricordo bene una cosa: al mio fianco c’era un signore (all’incirca avrà avuto la mia età di adesso, ovvero 20 anni - no, scherzo, ne ho 36 ormai) che evidentemente amava il jazz e allora spiegava a sua moglie che quello lì che era salito sul palco col sassofono in pancia era un noto talento (!) rovinatosi con l’alcool e la droga, per cui per mantenersi i vizi era costretto ad abbassarsi a fare comparsate nei concerti delle star pop. Questi cosidetti amanti del jazz, che già storcono per principio il naso quando il jazz mette le mani nel fango del pop, quasi dovesse spalare liquame, sono gli stessi perbenisti che quando ascoltano Getz nell’album di cui parli, non sanno far altro che concentrarsi asetticamente sugli aspetti tecnici (senza fiato, quell’ubriacone vigliacco) condannando qualsiasi elemento di impurità: perchè, come hai detto bene tu, molti (e non solo tra gli amanti del snob del jazz) sono convinti che la tecnica sia un fatto sostanzialmente formale e insensibile: non riescono a capire quanto un aspetto tecnico sia in grado di rivestirsi di contenuti emotivi fortissimi. Persino la mancanza di fiato, volendo e ammesso che di tale mancanza sia lecito parlare nel caso di Getz, può essere un fatto emozionante e commuovente per chi rispetta la musica e gli uomini che la fanno. Un altro caso: prendi il concerto di Peterson a Vienna: dove sono i suoi virtuosismi e la spensieratezza del suo tocco (aspetti che hanno ispirato generazioni di pianisti, Barron compreso)? L’emozione del concerto viennese vive sul fatto di poter riascoltare questo maestro dopo che questi si era affacciato alla morte, non dico biologica, ma artistica: a Vienna dimostrò di essere in vita, eccome, ma da lui non si potevano certo pretendere leggerezza e spensieratezza. Vabbè, mi sono dilungato troppo, direi, ma quel groppo dovevo mandarlo giù, in qualche modo. Ciao.
Khresh nono che dilungato, bellissimo commento su cui concordo pienamente.
L’anima della musica suonata e’ qualcosa di impalpabile, perche’ i soli piu’ belli sono di una semplicita’ disarmante, avrebbero potuto suonarli tutti, qualsiasi musicista con una tecnica appena decente, eppure la poesia che c’e’ dentro quella no e’ unica ed irripetibile.
Le contaminazioni, specialmente per i sassofonisti, ma vogliamo parlare per caso del solo di Michael Brecker nel disco di Donald Fagen Maxine? sono 30 secondi scarsi di una bellezza cristallina, e’ una ballad pop, credo ci sia Jeff Porcaro dei toto alla batteria, eppure Brecker e’ divinamnete semplice.
Ogni volta che suono penso sempre ’sii semplice, sii semplice’ e’ nella semplicita’ il trucco, inutile fare scale fantasmagoriche, voicings stratosferici, suonare al tempo giusto, la nota adatta, pensare melodicamente, cantare il tema.
SOno stufo di jazzisti, amanti del genere e musicisti che confondono la musica con l’esercizio. Occorre avere una tecnica piu’ che solida per poter esprimere l’anima, occorre avere una tecnica solida per dimenticare di averla, occorre conoscere a memoria la storia dei brani. Se non hai la tecnica avrai difficolta’ ad esprimere il tuo pensiero, il tuo vocabolario potra’ risentirne, una volta che hai acquisito le tecniche, non devi diventarne schiavo. QUello che arriva (non sempre purtroppo) alla gente e’ il cuore che c’e’ nelle note che suoni, il tocco, il senso del tempo ed il groove non il numero di note al minuto.
Ancora Peterson,l’ho visto a Perugia quest’anno, una mano sinistra ferma, eppure una vitalita’ ed una gioia di vivere che poteva insegnare a chiunque, nel pomeriggio prima del concerto avevo visto Dado Moroni in teatro, tecnica devastante dopo 5 minuti sbadigliavo, tutto uguale, autoreferenziale, noioso. Peterson aveva voglia di suonare aveva ancora cose da dire, inciampava alle volte sui tasti, ma quel cuore Kresh non si sente cosi’ spesso in giro.
A presto
Q
ADORO Stan Getz… un saluto!!!
Dedicata a Ruth Cameron … splendida, non ho molte parole pensando a questa musica.
Concordo calorosamente con ruckert, pensando anche alla splendida versione di Haden fortemente emotiva e disarmante, in collaborazione con Pat Metheny.
Si Quoyle so di Stenson. Pensavo di andarci ma se vieni anche tu non ho dubbi. Inutile dire che mi farebbe molto piacere.
Casomai ci sentiamo per telefono
Meno male che Getz era senza fiato…
l’ho messa in sottofondo…struggente
Non dimentichiamoci la versione suonata da barron e charlie haden (Night and the city)
Scusate non ero loggato .Apocrifo.
…ho lasciato il mio primo commento qui da te più di un mese fa, ma passo spesso a trovarti e ad ascoltare…forse sono un pò ignorante per ciò che concerne il jazz, mi ci sto avvicinando x “colpa” del mio insegnante di batteria…
ho letto un pò gli altri commenti, e proprio ieri stavo dicendo sempre al mio maestro che finalmente ricomincerò a suonare col mio vecchio gruppo perché studiare la tecnica va bene, ma suonare e potersi esprimere con il tuo strumento è tutta un’altra cosa…
questo brano poi si sente che è suonato col cuore e con tutti i sentimenti che potevano pervadere in quel momento Getz.
non sono bravo con le parole, ma spero che qualcosa possa esser giunto a destinazione…
a presto
“Il suo suono era diventato più scuro, come il buon legno quando invecchia”
non ricordo più chi disse questo di Stan Getz, il più bel commmento ad un saxofonista che ho letto.
Non mi stupisce di trovare qui questo pezzo, un album di puro dialogo interiore.
“Non ho mai cercato un pianista che mi accompagnasse, ma uno che mi proteggesse”
Queste sono parole di Stan, un musicista sconfinato, non conosco strade in continua ascesa artistica e lirica come la sua, forse Ben Webster.
Charlie Haden, forse l’unico che abbia saputo veramente raccogliere l’eredità di Mingus bassista, di far cantare quello strumento, di liberarlo veramente dagli armonici gravi, Stan gli telefonò per chiedergli se poteva suonarlo questo pezzo.
Hai ragione sul duo, io ho un altro duo in mente che mi ha regalato momenti di lirismo simili, i due dischi che Archie Shepp registrò con Orace Parlan, due dischi di blues, puri e lirici come solo un vecchio combattente delle barricate free e un pianista poliomielitico potevano fare rientrando nella tradizione; Goin’ Home e Trouble in Mind, edizioni Steeple Chase.
Ti ringrazio per l’alternate take di un brano che ho ascoltato mille volte e che mi racconta ogni volta qualcosa di nuovo e magnifico.
@Leggera, tra vita e morte, un po questo il senso di questa musica, piu’ vita a dire il vero amore per la vita , un bacio
@smile io a dire il vero lo amo piu’ nel periodo finale, quando i sentimenti si sentono di piu’
Un saluto
@ruckert, gia’ non ci sono molte parole, forse io ne ho usate anche troppe.
@arabian ciao:-)
@Jazzer, si ci sentiamo, io non so mercole saro’ a Milano per lavoro rientrando pensavo di deviare per PD per stenson, ci sentiamo cmq per capire se ci vediamo.
@Aldebaran eggia:-)
@Apocrifo, infatti Barron lo conosce bene il brano ed e’ forse il pianista piu’ adatto a suonare questa meraviglia.
@nobody arrivato arrivato, suonare e’ fondamentale se poi hai la fortuna di trovare persone che vogliono esprimere sentimenti compatibili e’ una vera meraviglia
@toporififi, che dire un commento meraviglioso, potrebbe integrare il post, belle le citazioni, quella sul pianista, dio quanto e’ vero cercava un pianista che lo proteggesse, capisco la sensazione, io ho sempre cercato (nel mio piccolissimo) un bassista che mi proteggesse, da cosa ti deve proteggere un’altro strumento… beh qui si apre una discussione enorme, ti dovrebbe proteggere da te stesso, dalla paura dei silenzi, dai vuoti di ispirazione, un accompagnatore in generale dovrebbe tendere una rete di protezione al solista che sta improvvisando, deve riempire e non riempire, deve far dimenticare le preoccupazioni al solista ,deve dare fiducia al solista, non essere ingombrante, voglio dire non annullare con le proprie idee le idee del solista, bella citazione davvero.
Poi si Haden hai ragione, l’unico vero erede di Mingus, anche nelle sperimentazioni, nel suono.
Grazie per questo commento
A presto
Q
Che meraviglia…bella questa sensazione di essere protetti e non accompagnati,bella perchè rivela una tenera fragilità e l’incapacità di essere forti a tutti i costi…che poi a che serve??
Come buttarsi nel vuoto e cadere su un grande petalo soffice che non ti aspettavi di trovare..che ti sostiene e poi ti lascia volare un altro pò e poi ti riprende..
Come sempre ritrovo dei pezzetti di cuore in questo blog e “First song” è uno di questi,è una canzone bellissima e imbarazzantemente semplice eppure perfetta,la canto da sei anni Quoyle e ogni volta mi emoziono,ti manderò le parole che ci ha messo una mia cara amica che sono secondo me un pò più belle delle originali..secondo me…
un bacio
alice
@alice, gia’ che serve essere forti spesso ci riempiono la testa da piccoli, bisogna essere forti bastare a se stessi, non chiedere aiuto, non appoggiarsi… tutte fesserie, poi ci metti una vita a smontarle, almeno io, adesso non sono forte o meglio lo sono se c’e’ bisogno di esserlo non a tutti i costi, non sempre, non con tutti. Mi piace quando accompagno regalare quel petalo di cui parli, pronto ad esserci quando sento che viene richiesto, questo con la voce, con un solista, il trio e’ un altro pianeta ancora, come e’ difficile suonare in trio, il pianoforte e’ accompagnatore e solista, si autosostiene con la mano sinistra, in un certo senso e’ come se ci fossero due personalita’ quella delicata che protegge e quella che deve farsi proteggere. Il ruolo della sezione ritmica tutta mano sinistra, basso e batteria e’ reggere la mano destra del pianoforte senza esagerare, poi a volte anche la destra entra a sorreggere l’idea musicale comune se esiste (ed e’ un bene che esista). sto imparando e capendo tante cose da questa prima vera e seria esperienza in trio, non solo in campo musicale.
Aspetto le parole della tua amica, per caso e’ la stessa che ha messo le parole a Falling Grace di Swallow?
Baci
Q
Ciao, è la prima volta che passo di quì… davvero un gran bel blog!
Anch’io adoro quella registrazione; l’estate scorsa sono riuscito a farmi autografare il disco da Kenny Barron!
Non sapevo però che di quel concerto esistessero altre registrazioni oltre a quelle del doppio album. Mi sapresti dire come è possibile reperire il resto del materiale? Inoltre mi sapresti dire dove trovare le trascrizioni degli assoli di First Song (For Ruth)?
Grazie mille e ancora complimenti!