Eternal – Branford marsalis

dicembre 16, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, Dischi, Pianoforte, Sassofono, Standards

…. Sometimes, in music as in life, there is nothing more daring than simplicity, especially when sophistication is along for the ride-in the musical instance an artist proceeds through a stripping away of bravura, mannerism, known tricks and accustomed technical resource towards finding the real music and playing its essential substance straight …

(Note di Copertina Eternal Branford Marsalis)

Ho sempre avuto un debole per il fratello sassofonista della famiglia Marsalis, i suoi progetti e la sua musica hanno spesso avuto uno spessore non comune fra le nuove generazioni di sassofonisti, anche nelle sue collaborazioni piu’  ‘frivole’ con Sting.

Sono stato attratto dal look strano di questo disco, e l’ho acquistato senza approfondire troppo i brani che contenesse. Dopo alcune peripezie doganali (pacco da Amazon bloccato alla dogana… tempo di recapito dalla dogana a casa mia circa triplo del tempo di arrivo dagli USA a Milano… ogni commento e’ superfluo) finalmente un paio di giorni fa e’ arrivato tra le mie mani. appena inserito nel lettore CD, ho sentito subito qualcosa di veramente strano, un’emozione particolare, non so’ spiegare esattamente, ma era il disco giusto al momento giusto, il disco piu’ bello che abbia ascoltato da molto tempo a questa parte. Un disco di ballad, ma non nel senso classico, un disco sull’espressione della malinconia, come dice Branford c’e’ della bellezza nella tristezza. Ed e’ un disco che ha un approccio emozionale, completamente emozionale alla musica, tempi dilatati, grande riflessione, registrazione essenziale ed asciutta. Cosa e’ importante nel suonare una ballad? Branford dice che ha impiegato diversi anni a capirlo, capire come non fosse l’aderenza alla melodia a rendere speciale una interpretazione, bensi’ la traduzione delle emozioni che sono contenute nel brano che non passano necessariamente dalla fedelta’ alla melodia (Miles Davis insegna). E paradossalmente le emozioni di chi suona possono rendere gioiosa anche una canzone triste, la chiave di volta per una resa delle ballad e’ proprio questo approccio emozionale. Con il suo quartetto consolidato ormai da anni, quindi e’ iniziato un percorso lungo di avvicinamento a questo disco, tappe successive di maturazione ed esplorazione.
Marsalis, affronta in maniera per me sconvolgente, un repertorio difficile, avvicinandosi al cuore dei brani dal punto di vista emotivo, molto facile da dirsi, difficilissimo da realizzare. Ogni musicista ha portato un brano nel disco, oltre ad una scelta di standards, dalla bellezza eterea, The Ruby and The Pearl di Livingstone/Evans, Gloomy Sunday la famosa suicide song del pianista Ungherese Rezsô Seress che fu addirittura vietata per il suo potenziale suicida (pare sia stata citata in molte lettere di addio ) interpretata da Billie Holliday con l’obbligo di aggiungere uno special piu’ allegro alla fine del testo per renderlo piu’ sopportabile.
Ruby and the Pearl viene raccontata in maniera sensuale, suadente su una ritmica leggera eppure incalzante, l’interplay fra i musicisti e’ presente dalla prima all’ultima nota del disco, durante i soli si sente perfettamente l’abbandono totale al brano, quello che guida sempre e’ l’emozione che e’ stata raccolta dal gruppo dall’ascolto del brano in questo caso una versione di Nat King Cole.
Gloomy Sunday e’ un brano difficile da affrontare, per la sua leggenda ingombrante e per la versione definitiva di Billie Holliday che ne rappresenta appunto la matrice emotiva da cui trarre l’anima musicale. Devo dire che proprio ascoltando Gloomy Sunday, mi sono dovuto fermare un attimo, ero in macchina e l’emozione che ho provato nell’esposizione del tema mi ha fatto piangere, fino ad arrivare al solo di Calderazzo, magnifico essenziale, snello, complesso e semplice, profondo un vero tuffo al cuore. All’interno del brano c’e’ un universo sonoro fatto dal contrabasso e dalla batteria che risuonano solenni eppure lasciano liberi completamente i solisti di viaggiare su questa dimensione assolutamente Europea del brano.
Sempre Branford:
“If you acquire a lot of technique when you’re young it’s like having a lot of money in your pocket. Too many musicians don’t develop past that point, for a number of reasons-one of them the way jazz is taught in this culturebut that misses the whole point of music, which is the expression of emotion. That’s what this album is about. In particular it’s about the expression of melancholy.”
Un disco che ricorda qual’e’ il vero senso della musica, raccontare emozioni, del rapporto fra stile e tecnica. La tecnica al servizio della creatività. Il punto riguarda proprio l’espressione dell’emozione, che e’ il vero fulcro della musica, spesso proprio il jazz viene insegnato esclusivamente attraverso l’applicazione di regole, allontandosi dal fine ultimo e profondo della musica, l’espressione delle emozioni. Il pensiero espresso da Proust appunto riguardo la posizione gerarchica della creativita’ e della tecnica che ne e’ solo il mezzo di espressione, al servizio del pensiero artistico che esiste in un livello superiore a prescindere dalla sua formulazione tecnica che serve esclusivamente per non limitarne le potenzialita’. Insomma acquisire le tecniche da giovani per poi dimenticarle e lasciare semplicemente fluire il pensiero musicale. Questo compito riesce benissimo al quartetto di Marsalis, a tutti i componenti, la batteria di Jeff Watts, riconosciuto universalmente per il suo suono potente, in questo disco dosa con attenzione senza manierismo solo con il cuore il suono della sua batteria, portando il suono ai limiti fisici dello strumento, a volte appena udibile, utilizzandone completamente le dinamiche espressive. Il pianoforte di Calderazzo e’ un pianismo raffinato, i soli sono emozionali, profondi, poche note, tutte emozionanti, sospensioni ,pause, pensieri che si creano durante il processo creativo, pause di rigenerazione , armonizzazioni raffinate, anche in questo caso senza premeditazione, solo sfruttando le immense capacita’ tecniche e la grande sensibilita’ emotiva dell’intero quartetto. Ultimo brano del disco Eternal, un brano dedicato alla moglie di Marsalis, un brano che cerca di descriverne la personalita’, non semplicemente con una dedica attaccata,  Sono sfumature di un anima, raccontate, un compito difficile con citazioni di Coltrane e modulazioni che lo aprono continuamente, lasciando veramente liberta’ di espressione emotiva ai musicisti durante la performance. Un disco che non rappresenta mai un viaggio nell’ego dei musicisti, ma mette sempre la creativita’ al servizio dei brani che raccontano i solisti, rispettando l’anima del brano. Questa concezione estetica dell’album, rende possibile appunto considerare il disco una vera e propria pietra miliare della poetica delle ballad jazz rappresentandone addiruttura una concezione etica.

(ON Air GlOOmY SuNDay and The RuBy And The Pearl BrAnfOrd MArSalis)

Rating: ★★★★★

Enrico Pieranunzi – Trasnoche

dicembre 13, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, Dischi, Pianoforte

… mi piacciono le cose sincere, intense ma anche accurate, è vero…non credo che l’autentica libertà artistica sia fare qualsiasi cosa come viene viene…anzi…nell’estetica c’è una sorta di etica segreta, tutta da cercare.

(Enrico Pieranunzi nelle note di copertina di Trasnoche)

Sono rimasto colpito dalle note di copertina, un’intervista a Pieranunzi, sulla sua musica ed in generale sull’approccio alla creativita’. Questa frase di Pieranunzi, si ricollega al mio post sui Rumori, l’estetica e la liberta’ artistica un tema interessante ed affascinante, questo senso estetico fortissimo che si coglie sempre nella musica di Pieranunzi. Interessante anche il concetto di etica ed estetica, che portano dietro riflessioni complesse, e probabilmente tendono a ‘riportare’ la musica nel suo luogo di origine privilegiato, il mondo dell’inconscio.

Appena inserito il disco nel lettore, sono stato immediatamente invaso da un senso di serenita’ e calma, la tipica sensazione che mi regala la notte ed oltre la notte, il titolo del disco viene da una poesia di Salinas e la scelta e’ dovuta al fatto che il disco e’ stato registrato nel cuore della notte nel magnifico Auditorium Santa Cecilia di Perugia. Si sente la stanchezza quella bella, quella abbandonata alla musica di Pieranunzi e Johnson, che erano reduci da un concerto prima di partire con la session notturna. Atmosfere lunari, evocative e neoclassiche nelle composizioni di Pieranunzi, con una breve pausa di un brano completamente improvvisato.

Non c’e’ molto da aggiungere sull’abilita’ di Marc Johnson e sul pianismo di Enrico Pieranunzi e sulla loro fantastica intesa, complicita’ sicuramente anche umana oltre che musicale. La musica scorre, rilassante, notturna e avvolgente, merito anche della meravigliosa registrazione che riesce a prendere anche la suggestione dell’ambiente in cui e’ stata registrata, microfoni sapienti che riescono a cogliere il corpo possente del pianoforte e l’ambiente in cui e’ collocato, quella piccola meraviglia che e’ l’Auditorium Santa Cecilia di Perugia. Le dinamiche sono incredibili, i vuoti magici e le composizioni di Pieranunzi suggestive ed evocative a partire dai titoli, The Chant of time, Thiaki (Nome classico di Itaca), The way of memories, tutti brani pervasi da una sottile malinconia romantica piena di pianismo classico. Un disco sincero, intenso ,appassionato ed accurato, coraggioso come tutta la produzione di Egea Records, che da sempre spazio ai progetti innovativi e coraggiosi, lasciando da parte le logiche di mercato.

HORIZONTAL, SÍ, TE QUIERO

(P.Salinas)

Horizontal, sí, te quiero.
Mírale la cara al cielo,
de la cara. Déjate ya
de fingir un equilibrio
donde lloramos tú y yo.
Ríndete
a la gran verdad final,
a lo que has de ser conmigo,
tendida ya, paralela,
en la muerte o en el beso.
Horizontal es la noche
en el mar, gran masa trémula
sobre la tierra acostada,
vencida sobre la playa.
El estar de pie, mentira:
sólo correr o tenderse.
Y lo que tú y yo queremos
y el día – ya tan cansado
de estar con su luz, derecho -
es que nos llegue, viviendo
y con temblor de morir,
en lo más alto del beso,
ese quedarse rendidos
por el amor más ingrávido,
al peso de ser de tierra,
materia, carne de vida.
En la noche y la trasnoche,
y el amor y el transamor,
ya cambiados
en horizontes finales,
tú y yo, de nosotros mismos.

(On AIr The ChaNt of TiMe EnRico PIeRanUnzi TRasNochE)

Rating: ★★★★★

Di archi, concerti, pianoforti, dischi, caraibi

dicembre 12, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Archi, Blog, Classica, Concerti, Pianoforte, Strumenti Musicali

Sempre alla ricerca di calma e serenita’, mi sono regalato un fine settimana di full immersion nella musica, una giornata fuori dalle infrastrutture quotidiane. Una giornata per ascoltare due concerti e cercare musica in giro per negozi, e nient’altro. Senza programmi, se non le scadenze degli orari dei concerti. Ore 18 Sala Santa Cecilia Rachmaninoff Concerto per pianoforte ed orchestra n3 e Danze Sinfoniche, Ore 21 Sala Petrassi Michel Camilo Solo Piano, mattina e primo pomeriggio alla ricerca di dischi senza idee, semplicemente aspettando che mi scegliessero loro, guardandomi dagli scaffali dei negozi. Era tanto che non uscivo realmente dal quotidiano, dai pensieri, dalle routine con me stesso. La mia ricerca di musica, ha prodotto danni economici non trascurabili, considerando che i cd saltavano letteralmente nelle mie mani, chiedendomi con aria indifesa di portarmi via con me, e si sa ho l’animo tenero quindi…. Cosi’ senza rendermi conto sono arrivato al primo concerto, in uno stato di assoluta incoscienza, come portato da un’orgia musicale.

Era tanto tempo che desideravo vedere il concerto per pianoforte ed orchestra numero 3 di Rachmaninoff, un concerto che in questi ultimi mesi mi ha fatto molto compagnia, ha risuonato molte volte nel mio lettore cd, nelle varie versioni, poi da quando ho deciso di vederlo dal vivo ancora di piu’, le varie interpretazioni, Horowitz, Kissin, Orozco, Kocsis, tante interpretazioni diverse, piu’ morbide, piu’ calde, piu’ fredde, piu’ spigolose. Un concerto difficile, il pianoforte e’ da virtuosi, alcuni passaggi sono realmente folli, un mare di note in un dialogo fitto con l’orchestra. E’ stato veramente emozionante l’avvio, il suono dell’orchestra, compatto, ero praticamente sotto il palco, e sentivo meravigliosamente bene, ogni piccola sfumatura del suono, il pianoforte Fazioli, cristallino il suono di quel pianoforte che riusciva a reggere l’impatto dell’orchestra, il volto di Demidenko in vero stato di trance emotivo, che canticchiava i passaggi piu’ lirici. Mi sono emozionato, per la forza dell’orchestra per il calore del suono in cui mi sono sentito completamente avvolto, il respiro degli archi, quel soffio magico che si sprigiona dagli archi, mi emoziona sempre, i crescendo che ti arrivavano al centro del petto, e la faccia, quella faccia stanca, veramente stanca del pianista alla fine del concerto, stanca e tesa, cosi’ diversa dalla faccia di Horowitz durante l’incisione a NY, in quel caso una faccia rilassatissima e soddisfatta, le mani di Horwitz volavano sulla tastiera, un po troppo per i miei gusti, la sua faccia non mostrava nessuna emozione, era compiaciuta, compiaciuta della propria arte, naturalmente ogni confronto e’ inutile, e nonostante in qualche passaggio Demidenko sia stato sporco e non sia riuscito nell’improbo compito di essere pulitissimo, mi ha emozionato era realmente dentro il suono, si emozionava e questo ha reso calda l’esecuzione difficilissima. Il concerto mi ha riempito, le Danze sinfoniche sono passate inosservate, non riuscivo ad entrare e concentrarmi, solo qualche guizzo delle percussioni ha richiamato la mia attenzione persa nel cercare di metabolizzare l’emozione di aver finalmente ascoltato il concerto dal vivo.

Una pausa vinosa prima di rientrare in teatro altra sala, altro pubblico, altre atmosfere. La musica caraibica, ritmo e lirismo come solo nei caraibi e’ stato possibile fondere, di Camilo. Gia’ pregusto i montuno indimenticabili, i poliritmi piu’ sfrenati, i tumbao di mano sinistra che ti fanno scuotere il corpo, e non ti fanno sentire la mancanza di nessuno strumento, Camilo e’ una perfetta orchestra di ritmi latino americani, percussioni, pianoforte e basso, tutto nello stesso uomo. Ed il concerto non ha deluso le mie attese, anzi ho trovato un Camilo a tratti molto piu’ meditativo di quello che conoscevo, interpretazioni di Round Midnight, Our Love is here to stay, interessanti , particolarmente Round Midnight vestita di un colore intimista, con una sezione centrale tutta giocata sul suono. Poi le composizioni piu’ grandi di Camilo, Caribe, Why Not, con quella potenza impressionante che veniva fuori dal pianoforte, che dopo 40 minuti di concerto aveva gia’ subito all’accordatura per le bordate fortissime che Camilo regalava…., un ritmo di Guajra trascinante, io davvero raramente ho sentito un pianista portare una Guajra in maniera esemplare come questa suonata da Michel Camilo ieri sera, una miscela di lirismo, ritmo, percussivita’ che mi hanno lasciato senza fiato. Ecco credo davvero che Camilo sia insuperabile per i ritmi caraibici, per la sua capacita’ innata di creare poliritmie, montuno e tumbao di basso perfettamente incastrati, meno memorabili le sue incursioni nel repertorio del jazz classico, dove non ci sono stati guizzi particolarmente interessanti, grande scuola e conoscenza del repertorio, ma niente di nuovo. Quando invece il pianoforte iniziava le incursioni nelle sonorita’ caraibiche c’era da rimanere incantati, per la tecnica e la vera gioia che veniva fuori dal suo modo di suonare, i colori ed i profumi, quelli del caribe. E’ difficile suonare a quei ritmi per novanta minuti, Camilo non si risparmia, le sue mani che percuotono il pianoforte trattandolo come una percussione mi hanno veramente impressionato eppure al termine di questo concerto regala anche due bis, nonostante la fatica sia ben visibile, sia nel suo modo di suonare che sul suo viso.

Non contento della giornata musicale, continuo la serata bevendo ancora qualcosina a casa di amici e poi riascoltando le registrazioni che ho fatto dei concerti a letto, addormentandomi sul secondo movimento del concerto di Rachmaninoff, completamente avvolto dagli archi e dalle sensazioni della giornata, pensieri belli, pensieri brutti, che si sono accavallati durante il giorno, perdendo gradualmente conoscenza e piano piano scivolando nel sonno forse convinto che il mondo che ho ascoltato ieri sera sia quello vero…., con la solita percezione alterata della realta’ che sta decantando solo oggi gradualmente.

(On Air Rachmaninoff Concerto n3 per piano ed orchestra — Guajra Michel Camilo)

Rumori

dicembre 9, 2005 by quoyle  
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E’ difficile suonare, e’ difficile avere delle idee ed avere il coraggio di portarle fino in fondo, e’ difficile essere capaci di avere visibilita’ piu’ ampia e non limitare il proprio orizzonte al momento, e’ difficile lasciare qualcosa nelle persone che ti sono intorno, e’ difficile cercare di non avere pregiudizi, e’ terrbilmente difficile dimenticarsi che il mondo e’ quello… si proprio quello che ti circonda, e’ difficile essere capaci di emozionare, si lo so troppe volte ripeto che e’ difficile ma stanotte mi sembra impossibile ecco non difficile, quando vedi piegare alle logiche dementi, senza coraggio anche le persone a cui vuoi bene, e’ difficile andare avanti se anche chi ti sta intorno e tu conosci bene non ha la forza di affermare la propria idea. La responsabilita’ enorme di chi e’ nella condizione di comunicare anche nel piccolo, non farlo, ma dire quello che gli altri vorrebbero sentirsi dire. Responsabilita’ degli artisti di ogni livello e capacita’, responsabilita’ degli scrittori, dei giornalisti, vedere e tacere, vedere e far finta di nulla, vedere solo il proprio orticello, riempire le pause il nulla con il rumore, avventore idiota vuoi il rumore si noi te lo diamo, alzo i decibel ed i beat di metronomo, per nascondere il pensiero, non vuoi vedere lo schifo che hai dentro, ebbene non te lo faccio vedere. E’ difficile essere sicuri delle proprie idee, cercare di dire qualcosa, lasciarsi invadere dalla musica, cazzo, lasciarsi andare, esiste un peccato enorme, fare musica senza la consapevolezza di quello che si ha nelle mani, senza dire nulla, senza lasciare niente, senza emozionarsi e senza emozionare. Sono ubriaco e triste stasera, quando vedo alcune cose non riesco a far finta di non aver visto.. sempre la stessa storia e quella cazzo di maledetta idiota sensibilita’ , e la musica stanotte la odio.

(On Air Enrico Pieranunzi Live 1997 November)

 

Bem Que Se Quis

dicembre 8, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Standards

"Bem Que Se Quis"

Composição: Pino Daniele/versão: Nelson Motta.

Bem que se quis
depois de tudo ainda ser feliz
mas ja nao ha caminho pra voltar.
O que e que a vida fez da nossa vida?
O que e que a gente nao faz por amor?

Mas tanto faz,
ja me esqueci de te esquecer porque
o teu desejo e o meu melhor prazer
e o meu destino e querer sempre mais
a minha estrada corre pro teu mar

Agora vem pra perto vem
vem depressa vem sem fim dentro de mim
que eu quero sentir
o teu corpo pesando sobre o meu
vem meu amor vem pra mim,
me abraca devagar,
me beija e me faz esquecer.

(On AIR MarISa MOnTe BEm Que Se QUis)

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