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Archive for Luglio, 2008

Jazz pà svenska

quoyle Luglio 7th, 2008

Per quanto la diffusione dell’inglese possa aver facilitato la comunicazione a livello mondiale, e’ negativo che il dominio crescente di questa lingua abbia portato ad un grado notevole di ignoranza, se non ad una effettiva diminuzione, riguardo ai risultati o alla poetica della produzione culturale di altre lingue
(Gunnar Ekelof Poeta Svedese)

Questa affermazione e’ applicabile anche alla musica, dove spesso il rapporto della cultura europea con il jazz e’ stato quello di imitazione e dimenticanza delle radici folkloriche della musica. Unita ad una concezione puramente lineare del tempo, dove un qualsiasi atto assume una connotazione reazionaria o progressista,questa concezione ha portato la musica “colta” europea ad allontanarsi dalla radice melodica, rinchiudendosi in una fortezza intellettuale, perennemente alla ricerca del progressista.

Unica faro in questo quadro musicale, in Europa e’ stata la Scandinavia, quella corrente che viene appunto definita Jazz Scandinavo, che viene da lontano dagli anni 60, con la contaminazione avvenuta di grandi pionieri della World Music come Don Cherry e George Russell che hanno frequentato le giovani generazioni di Jazzisti Svedesi,Norvegesi e Danesi.

La via Europea al Jazz puo’ essere riassunta in questi cardini :

  • Semplicita’ Melodica
  • Raffinatezza Cromatica
  • Ripetitivita’ Folclorica (Seriale)
  • Drammaticita’ Melodico
  • Sobrieta’ Modale

Tutti elementi presenti e riconoscibili nelle opere dei musicisti scandinavi. A partire dal sassofonista Norvegese Jan Garbarek, e di tutto il giro di musicisti maturati e cresciuti dagli anni sessanta in poi (Christiensen, Daniellson, Gullin, Pedersen, Stenson, Johansson, etc…)

La Svezia in particolare ha prodotto e continua a produrre talenti del jazz europeo specialmente nell’arte del pianoforte. Ultimo sfortunato talento il pianista Esbjorn Svensson, appena scomparso ad appena 44 anni, nel fiore della creativita’, esempio magnifico di quello che la musica deve essere, non un punto in una progressione lineare, non una ricerca spasmodica del progressivismo, ma un grafo che riesce a prendere spunto dalla tradizione a guardare avanti senza porsi il problema di un posizionamento nel tempo e commerciale. Questa era la musica di Svensson, primo grande figlio del geniale pianista Svedese Jan Johansson, morto anch’egli prematuramente ad appena 37 anni nel 1968.

Ascoltando la musica di Johansson ancora piu’ di quella di Svensson si riesce a percepire la bellezza cristallina della tradizione Nordica, delle melodie introverse e malinconiche, sciamaniche e ripetitive, della tradizione scandinava.
Il disco Jazz pa svenska e’ stato il disco di jazz piu’ venduto in Svezia di tutti i tempi, raccolta di melodie popolari, fuse con uno swing energico, con una raffinatezza melodica ed una sobrieta’ modale che non ha paragoni nelle produzioni continentali.
Esempio a mio parere ancora insuperato di “world music” nel piu’ vero ed intenso significato del termine. Un’opera di ricerca legata alla semplicita’, come le altre opere di Johansson alla ricerca delle contaminazioni slave nel folclore Scandinavo con i dischi Jazz pa Rynska e Jazz pa ungarska. Un lavoro interrotto drammaticamente in una fredda mattina di inverno nel 1968 da un incidente stradale verso un concerto.

La via pero’ era aperta, il seme aveva fecondato intere generazioni di musicisti Jazz, come appunto Esbjorn Svensson, che voglio ricordare dopo giorni passati a trovare una strada per farlo in questo modo, attraverso i contatti con il suo padre artistico e attraverso il rapporto globale con tutta la musica, lontano dalle etichette che odiava attaccare alla musica, lontano dai critici dalla percezione lineare di cui la musica e’ piena. Uno dei brani piu’ belli del trio appunto Car Crush e’ dedicato alla scomparsa di Johansson, ricordando il suo sound delicato e malinconico tipico del floclore scandinavo.

Ed in un certo senso la voce di questi artisti era stata preceduta da grandi artisti della tradizione colta Europea che avevano saputo “rompere” con la concezione progressista e lineare, come il compositore Finlandese Sibelius e l’ungherese Bartok (ancora una volta tradizione slava e scandinava si avvicinano piu’ di quello che potrebbe sembrare)

La maggior parte della musica ben scritta e’ interminabile. ma non e’ nulla piu’ che uno scarabocchio di note.Manca la vita interiore. Hanno costruito un enorme cantiere navale, ma dov’e’ la nave?

La cosa che colpisce di piu’ dei compositori di oggi e’ l’elucubrazione. Quello che scrivono rassomiglia di piu’ alla matematica, che alla musica, a volte e’ solo matematica. E’ grave che spesso sia priva di vita interiore. Non riesco a concepire che la musica del futuro sara’ cosi’ artefatta come lo e’ oggi. E’ inconcepibile che in quello che si scrive oggi manchi completamente un etica….. Cio’ che e’ eterno a volte abita forme molto modeste.
(J. Sibelius)

E appunto questa la strada intrapresa da molti jazzisti scandinavi, la ricerca della forma semplice della radice popolare, lontano dalla tentazione di estremizzare il linguaggio, e non e’ un caso che questa corrente sia stata influenzata da gente come Cecil Taylor, Archie Sheep, Don Cherry, Paul Bley, Eric Dolphy, gente della cosiddetta “new thing” che paradossalmente attingeva alla tradizione piu’ di quello che pensassero i critici dell’epoca.
Tutti questi musicisti approdati nella recettiva scandinavia sono riusciti a fecondare e rinnovare il linguaggio del jazz in Europa riuscendo a ripopolare dalla piu’ profonda semplicita’ tonale popolare.

Ed il merito piu’ grande e’ sicuramente dello sciamano della musica moderna Don Cherry , che negli anni sessanta raccolse informazioni su quella che si puo’ chiamare musica etnica, raccogliendo informazioni su modi e scale indiane, su pezzi di melodie popolari degli indiani d’america, ricercando la magia curativa del suono, il potere di individuazione della musica rielaborando il concetto di individuazione Junghiano, riuscendo a trovare la via verso il mondo dell’archetipo dove appunto il sogno e l’arte sono le vie privilegiate , fruttuosi e polivalenti verso l’archetipo.

L’archetipo delle melodie ancestrali, primordiali riportate alla luce da Johansson, l’archetipo delle composizioni originali di Svensson che si rifanno in maniera evidente alla tradizione popolare svedese, il suono curativo urlante del sassofono di Garbarek, che sembra richiamare il potere sciamanico della musica, un lavoro denso di significati profondi evidenti e meno evidenti, una tessitura continua di rimandi al passato e proiezioni nel futuro, fuori dal maledetto asse cartesiano che imbriglia gran parte della nostra cultura occidentale, proiettata in un progressivismo senza senso.

Ed e’ forse questa etica che si percepisce in ogni singola nota dei musicisti scandinavi, che mi colpisce che riesce a far risuonare il suono ancestrale dentro di noi, rendendo comprensibile anche quello che e’ difficilmente comprensibile come in una vibrazione naturale, rendendo l’anima dell’ascoltatore una corda che vibra in simpatica con l’archetipo espresso dalla musica suonata.
Ed e’ in questo modo parallelo, che voglio ricordare Esbjorn Svensson, rendendolo partecipe del tutto, rendendo omaggio alla sua musica, criticata dai soliti positivisti progressisti come “semplice” ed invece intrisa di un respiro panteistico, che prende la sua origine dal lavoro geniale e purtroppo poco noto di quello che molti considerano il miglior talento Europeo mai apparso sulle scene musicali appunto quel grande Jan Johansson che condivide con Svensson il destino sfortunato, la genialita’ indiscussa e l’attenzione alle forme melodiche.

On Air Jazz pa svenska