Jan Garbarek - “L’idea del nord'’
quoyle Novembre 17th, 2008
7 Places
1 Preludio
2 L’educazione “Sentimentale”
3 Don Cherry
4 Nothern Lights
5 Bobo Stenson & KeithJarrett
6 Esperienze
7 Places
8 One World
A1 Discografia Jan Garbarek
Mai titolo di un disco e’ stato piu’ adatto per definire l’inizio e l’avvio della fase centrale della carriera musicale di un artista. Ancora l’altro aspetto della tradizione Saami, il rispetto assoluto dei luoghi, della natura, intesa in profonda sintonia con animali ed uomini.
Il progetto musicale di Garbarek in questo periodo approda a due punti fondamentali :
“1977 - Jan Garbarek - Places ECM 1118 - 1978 - Jan Garbarek -
Photo with Blue Sky ECM 1135′’
Si inserisce la collaborazione del pianista John Taylor che per l’occasione suona anche l’organo. Il disco Places e’ la somma di tutte le esperienze elaborate negli anni precedenti di Garbarek. E’ un disco completamente votato alla ricerca del suono, ambienti sonori dipinti, uso dei riverberi, armonci della chitarra, magma sonoro dell’organo e splendide melodie che si aprono ricordando alcune produzioni di quel periodo anche di Pat Metheny, come la
bellissima Entering, con l’introduzione della melodia fatta dall’organo e dalla voce di Garbarek che ripete il tema, ancora rielaborato dalla chitarra di Bill Connors, con l’organo che gradualmente diverge, complicando le armonie.
Il disco Photo with blue sky ancora riprende paesaggi sonori, ritratti impressionisti di natura e cultura nordica. Disco dalle grandi atmosfere, dalle grandi aperture e dalle atmosfere rilassate e dolci di un autunno scandinavo.
Ancora l’organo a canne, protagonista del disco
“1979 - Jan Garbarek/Kjel Johansen AftenLand ECM 11169′’
Un disco veramente particolare nella produzione artistica del sassofonista. In un certo senso sembra legato alla produzione precedente Places e Photo with Blue Sky, un passo indietro nel magma sonoro, tagliente. Un disco difficile e controverso.
Sicuramente uno dei piu’ discussi nella carriera di Garbarek.
“Sulla lista di controllo dei clichè della ECM e di Garbarek, questo album balza in vetta. Nordico? Senza dubbio. Malinconico? Di sicuro. D’atmosfera? Assolutamente sì. Ma di certo non funky o swingante'’
Cook & Morton Penguin Guide to Jazz on CD
Questa definizione del disco lascia molte perplessita’. Il suo unico difetto sembra quello di non essere funky o swingante. Emblema di un tentativo di catalogare il jazz semplicemente con un riferimento allo swing o al funky. Veramente limitante e reazionaria come descrizione che non riesce ad andare oltre le definizioni puramente accadamiche di Jazz.
Se il jazz fosse racchiuso in questa definizione allora dovremmo eliminare dalla lista dei capolavori di questa musica gran parte delle produzioni che ne hanno fatto la storia. Il disco e’ pieno di riferimenti etnici, la liturgia voce coro dell’ultima traccia Tegn, tipica del folclore, con un pedale modale anticipa e porta nella musica di Garbarek i primi riferimenti medioorientali ed arabeggianti che saranno parte delle collaborazioni negli anni 80 con Ravi Shankar e Zakir Hussein.
E’ un disco “difficile da sostenere'’ per tutta la sua durata, con la sua intensità sonora a volte troppo forte, eppure e’ intriso di una tale varieta’ timbrica ottenuta con due strumenti cosi’ lontani nelle origini e nelle modalita’ espressive quali l’organo ed il sassofono che si rimane davvero colpiti dalla
concezione profonda e di ricerca che si sprigiona nell’ascolto del disco.
Ancora i riferimenti ai canti gregoriani, al serialismo dodecafonico, all’abbandono della tonalità, alle deliziose improvvisazioni modali.
C’è talmente tanto materiale in questo disco che solo un ascolto ripetuto, attento e spogliato da qualsiasi pregiudizio riesce a rendere pienamente giustizia, lasciando intravedere alla fine che in questo disco c’è si un riferimento al passato a Dis per esempio, ma c’è anche molto del futuro prossimo di Garbarek, ed in questo senso è il vero crocevia della carriera di Garbarek, l’album che segna un prima ed un dopo. Niente sarà più uguale dopo AftenLand.
Sempre dello stesso anno anche se pubblicato molti anni dopo il disco
“1979 - Keith Jarrett Personal Mountains ECM 1382′’
Il disco rappresenta una grande testimonianza dell’arte del quartetto europeo di Keith Jarrett. Performance ottima di tutto il quartetto ormai alla fine dell’esperienza musicale. Il disco è un viaggio nei meandri dell’esplorazione di tutte le fasi attraversate del quartetto unico nella storia della musica jazz
contemporanea.
Ascoltandolo si sentono reminescenze di Mysong, di Death and the Flower, la freddezza del sax nordico di Garbarek, quella batteria cosi’ “europea” di Jon Christensen, il basso monolitico di Palle Danielson.
Il pezzo iniziale è appunto la title track “Personal Mountains”, un pezzo molto ritmico, spigoloso, forse espressione davvero delle vette di eccellenza raggiunte dalle individualita’ di questo quartetto, impossibile non rimanere colpiti dalla forza propulsiva della batteria, dalla varieta’ dei colori con cui Christensen accompagna il pezzo, i pattern spigolosi del piano di Jarrett, accompagnati dal lirismo del sax di Garbarek. Il pezzo finisce con un’atmosfera contemplativa che introduce un vero capolavoro compositivo di Jarrett Prism (piu’ tardi interpretato in trio nell’album Change). Prism, ovvero come visualizzare uno spettro armonico attraverso il prisma fornito dalle armonie sapienti di Jarrett, dal tema struggente cantato dal contrabbasso.
Davvero tutto il disco forse vale questo pezzo, sapienza armonica, melodica, ritmica, il quartetto europeo nella sua migliore angolazione, il solo di Garbarek e’ qualcosa di assolutamente imperdibile, sempre legato all’armonia del pezzo, riesce ad essere lirico, ritmico, ad esplorare il colore tonale
del pezzo immaginato da Jarrett.
Il disco prosegue con Oasis un pezzo giocato sui suoni, sull’interplay, si sente una rielaborazione della storia di Jarrett, echi della sua precedente esperienza con il 4teto americano, proiezioni verso il trio futuro. Ancora con Innocence il trio riporta atmosfere del grande disco MY Song, il pezzo e’
assolutamente una perla compositiva, nella grande tradizione del trio, armonie classiche lo introducono, Jarrett nella sua essenza piu’ profonda, un tema di una serenita’ inconsueta, tocca le corde della pace nei miei recettori cerebrali, grande interplay con il basso di Danielsson e con quei meravigliosi piatti di Christensen.
Il disco si conclude con un “classico” blues tanto caro a Jarrett “Late Night Willie”, alcuni pattern sonori ancora sono precursori dei pattern che sentiremo nel trio di Jarrett, degna conclusione di un grandissimo disco, espressione suprema della poetica musicale del 4tetto, penultimo atto in ordine cronologico ma vero testamento artistico dell’ispirazione che ha legato questi 4 grandi musicisti.
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