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Jan Garbarek - “L’idea del nord'’

quoyle Novembre 17th, 2008

8 One World

1 Preludio
2 L’educazione “Sentimentale”
3 Don Cherry
4 Nothern Lights
5 Bobo Stenson & KeithJarrett
6 Esperienze
7 Places
8 One World
A1 Discografia Jan Garbarek

I dischi degli anni ottanta rappresentano la sintesi della poetica musicale immaginata da Don Cherry: One World, ovvero la globalizzazione sana della musica, la fusione naturale non forzata di stili, tradizioni diverse fuse in un unico suono guidato dal potere vocale del sassofono di Garbarek.

Il periodo si apre con il disco

“1981 - Jan Garbarek Paths Prints ECM 1223′’

Registrato negli spazi del Talent studio di Oslo, il disco vede l’arte sonora di Bill Frisell unirsi a Garbarek, Weber, Christiensen. Il disco rappresenta l’ideale prosecuzione del lavoro di Aftenland, questa volta molto piu’ legato al sistema tonale, con richiami di elegie pastorali nordiche. L’atonalita’ di AftenLand e’ lontana, e l’album e’ decisamente bipolare, riesce a passare dalla rabbia alla tenerezza, dalla tonalita’ all’atonalita’. E’ un qualcosa di profondamente nordico.

La correlazione con la letteratura nordica e con un certo senso di transitorieta’ del tempo e’ ancora piu’ evidente con il disco

“1984 - It’s ok to listen to the gray voice - ECM 1294′’

Un disco che vede la chitarra di David Torn sostituire le sonorita’ di Bill Frisell, continuando a fornire tessitura armonica glaciale alla voce di Garbarek che spesso vede il tema doppiato dal contrabasso di Weber. Il disco prende ispirazione da una lettura di Garbarek, una raccolta di brani di Transtromer “
Truth Barriers'’ .

Tomas Transtomer e’ un cantore del tempo, tempo inteso come piccolo istante che riesce a trasformare gli eventi, cercando di andare oltre il quotidiano, oltre gli schemi che riusciamo a percorrere nella vita di tutti i giorni. Sentimento comune a molta della letteratura scandinava, comune nei romanzi di
Lagerkvist, comune nelle opere di Munch. Ed in questo i brani di questo disco sono accomunati dal ritratto estemporaneo di piccoli istanti onirici di tempo proiettati nella scoperta di dimensioni nuove.

Vagabondo della musica, viandante, Jan Garbarek riesce a rappresentare nell’album

“1983 - Jan Garbarek Group Wayfarer ECM 1259′’

Il significato della parola Wayfarer e’ viandante, alla ricerca appunto di nuovi sentieri musicali da esplorare, anche attraverso l’uso saggio della tecnologia. Lascia sorpresi come l’affacciarsi della tecnologia nella musica di Garbarek, non scalfisca di una virgola il significato archetipico della musica che rimane profondamente ed intimamente primordiale.

Ed e’ forse questo uno dei meriti piu’ grandi di Garbarek, essere sempre riuscito ad integrare nella propria opera elementi tecnologicamente avanzati (campionatori, sintetizzatori, riverberi) lasciando inalterato il significato profondo ed istintuale dell’esperienza musicale.)

L’aspetto Sami della musica di Garbarek appare estremamente evidente nel disco

“1986 - Jan Garbarek All those born with Wings ECM 1324′’

“La prima cosa che mi ricorda e’ la registrazione di un concerto di joik finlandese che mi ha dato un mio amico, una bizzarra celebrazione semi-sciamanica e pienamente estatica dell’infinito passato nel presente, che sopravvive con forza intatta in un’epoca di elettricità, microfoni, sintetizzatori, riuscendo ancora a tuffarsi nel cuore delle nomadi visioni folk da una cultura che abbraccia tutta l’Asia, dalla Lapponia a Ulan Bator ed oltre'’
Mark Sinker Recensione su Wire Magazine Aprile 87

La tecnologia e’ pienamente inserita nelle tessiture armoniche di questo disco, campionamenti, tappeti synth, il sassofono usato come una voce animale nella notte, note lunghe sostenute, voci di sassofono che si sovrappongono, ancora una volta l’introduzione di uno strumento a fiato della tradizione giapponese come lo shakukaki, che perfettamente si integra nel disegno globale del disco, seguito da un drammatico tappeto di archi digitalizzati.

Non so se questo paragone e’ troppo azzardato, ma il canto di Garbarek sembra essere il canto dello sviluppo sostenibile, il ritorno ai ritmi naturali del cosmo, ai ritmi della terra, del pulsare del sangue, del susseguirsi delle stagioni (1992 Twelve Moons ECM 1500)

Canti profondamente radicati nel susseguirsi dei cicli naturali di vita e morte, rinascita, stagioni, un canto distante dallo spreco di risorse del nostro secolo, un canto che ricorda le origini, che ricorda il mondo, il mondo in cui tutto e’ regolato dai cicli meravigliosamente disegnati di una natura perfetta, la natura possente ed onnipresente del profondo Nord, una religiosità profonda singolare ed interiore in rapporto con il tutto del cosmo. Panteismo di musica e sentimento.

Aspetto ancora piu’ esplorato nel disco successivo

“1988 - Jan Garbarek Legend of Seven Dreams ECM 1381′’

Il disco contiene atmosfere del folclore nordico, con titoli evocativi come “He comes from the north, It’s name is secret road, Aichuri the song man'’ . La cultura animista e visionaria della musica di Garbarek raggiunge probabilmente il punto piu’ alto in questo disco che riesce con loop ripetuti elettronici a far entrare l’ascoltatore in uno stato di profonda risonanza con la musica.

La commistione tra la voce del sax o del flauto di Garbarek, la taglienza dei sintetizzatori, la ripetitività ritmica riescono a rievocare i riti sciamanici della cultura Sami.

In particolare i tamburi riverberati e taglienti del brano Aichuri The Song man rievocano i rituali primordiali della cultura Saami.

I Saami hanno una vera e propria cerimonia del tamburo. Lo sciamano lo usa nei riti e viene utilizzato per propiziare il futuro e leggere una direzione. Durante il periodo del tamburo ciascuna famiglia lo usa per evocare gli dei e gli spiriti. Denunciato come “strumento del diavolo” dai missionari cristiani
il tamburo venne confiscato e gli sciamani perseguitati. Molti tamburi vennero distrutti o regalati come souvenir alle famiglie aristocratiche e reali d’Europa. Oggi esistono solo 70 tamburi che si trovano principalmente nei musei in Svezia ed in Norvegia.
I Saami stanno tentando di farli tornare nelle loro terre da dove sono partiti.

One world appare evidente nel disco

“1984 - Shankar Song for Everyone ECM 1286′’

Ascoltando questo disco si viene proiettati in una dimensione musicale senza precedenti. La naturalezza con cui vengono miscelati i modi indiani, le percussioni di Trilok Gurtu, il sitar di Shankar, la voce del sassofono soprano di Garbarek, il tutto proiettato in una dimensione di semplicita’ popolare. La
title track credo rappresenti il punto piu’ alto raggiunto nella concezione della musica panculturale. Si miscela linguaggio jazz,
tradizione popolare norvegese, serialita’ dodecafonica, modalita’ indiana ed europea, cicli ritmici indiani, il tutto con una naturalezza che ha del magico.

Esiste un percorso ideale che Garbarek ha seguito nella sua concezione musicale che parte da alcune scale popolari Norvegesi, passando per i balcani con inflessioni turche o arabe per arrivare ad esplorare la musica popolare indiana ed asiatica.

La musica orientale non ha nulla a che vedere con le composizione scritte su carta e penna, i musicisti orientali quando si esibiscono in pubblico difficilmente sono legati ad una partitura, semplicemente per il fatto che una cosa di questo tipo non ha senso. Il momento della produzione e’ fuso con quello della riproduzione. La forma chiara, definita mentalmente e l’impulso momentaneo ed indefinito raggiungono un perfetto
equilibrio. La notazione distruggerebbe tale equilibrio a tutto vantaggio della finalità, un fattore estraneo, questo, che annullerebbe la potenzialità della melodia che fluisce in libertà, a beneficio di una piatta impersonalità.
(Curt Sachs - Le sorgenti della musica - Boringhieri - Pag 49)

“1988 - Agnes Buenas Garnas/Jan Garbarek - Rosenfole Medieval Songs from Norway ECM 1402′’

Una voce ancestrale del medioevo Norvegese, un disco ipnotico, dove si ascolta il potere evocativo delle melodie medievali, la tecnologia e’ onnipresente, con Garbarek che suona tutto dai sassofoni ai tappeti sintetici, alle percussioni. Eppure il fluire essenziale di queste melodie e’ intatto, non si riesce a definire la linea di demarcazione tra passato e futuro, tra folclore ancestrale e tecnologia.

E’ tutto cosi’ meravigliosamente in armonia, la voce della cantante Sami Agnes Buenas Garnas, i tappeti, la ripetitivita’ ipnotica delle melodie, l’essenza pura della musica.Le distese del Nord della Norvegia medievale, ritornano immediatamente in mente, lande brumose, crepuscolari. Garbarek riesce a rievocare atmosfere cosi’ lontane nel tempo e nello spazio ancora annullando il senso cartesiano del tempo. E la magnifica Margjit og Targjei Risvollo, sedici minuti di una piccola cella melodica ripetuti all’infinito, partendo dal canto semplice, sovrapponendo ad ogni giro uno strato sonoro ulteriore,
un’arpeggio di un gelido pad FM, un campionamento percussivo, un tappeto di synth, la voce del sassofono, fino a creare una tensione quasi insopportabile.

Ancora il Medioevo e’ il protagonista del disco

“1990 - Jan Garbarek I took up the runes ECM 1442′’

Canti medievali, si sentono le pipes, ed ancora i tempi di marcia, questa volta l’elettronica e’ piu’ discreta ed appare in evidenza il sound degli anni novanta dello Jan Garbarek Group, il pianoforte meditativo di Rainer Bruninghaus, il basso lirico di Eberard Weber, la batteria di Manu Katche’ le percussioni di Marilyn Mazur .

Il disco ripercorre ancora atmosfere crepuscolari con la bellissima suite Molde Canticle, opera in cinque parti commissionata dal Molde Jazz Festival proprio nel 1990. Una cittadina Molde che ha sempre segnato i momenti importanti della carriera di Garbarek dagli esordi con Russell e l’incontro con
Christiensen, e questa opera sembra un vero e proprio omaggio al potere carismatico di un luogo ancora uno joik per Molde composto dallo sciamano Garbarek.

Un pensiero a parte merita la bellissima Bueno Hora Buenos Vientos, che rappresenta a mio avviso il vero archetipo dello Jan Garbarek Group negli anni novanta, l’inconfondibile batteria di Manu Katchè cosi’ caratteristicamente etnica, e la chiusura del pianoforte di Bruninghaus che continua a ciclare sostituendo l’armonia semplice ed essenziale del brano senza togliere niente alla bellezza ancestrale della melodia.

To be completed…

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