My wild irish rose

dicembre 6, 2009 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, Focuson, Intervals, Nord

My Wild Irish Rose,
The sweetest flow’r that grows,
You may search ev’rywhere,
But none can compare
With My Wild Irish Rose.
My Wild Irish Rose,
The dearest flow’r that grows,
And some day for my sake,
She may let me take
The bloom from My Wild Irish Rose.
(Traditional Irish Song)

(Pianoteq 3.5 Erald Player on MacBook Pro)

On Air: Quoyle My Wild Irish Rose

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Un anno fa :

Commenti

5 Responses to “My wild irish rose”
  1. quoyle scrive:

    C’era un tempo in cui scrivevo, in cui avrei raccontato alcune cose, i sentimenti le emozioni. Ho creduto che la scrittura sul blog potesse portare fuori alcuni nodi, alcuni mulinelli. Ed in parte per un periodo lo ha fatto, adesso e’ subentrato lo stesso pudore, la stessa paura di sempre di raccontare.
    Alla fine Venerdi’ e’ stata una bella serata, a tratti dolorosa a tratti luminosa, l’unica certezza era che i musicisti erano quelli giusti, nessuna negatività. Sto bene quando sospendo la mia vita tra quelle note, sto bene quando la notte passa alla luce calda ed accogliente di un bancone dopo aver suonato, sto bene quando perdo di vista la quotidianita’ che mi sono scelto.

    • sadwalk scrive:

      Conosco molto bene ciò di cui parli. Io ho capito che spesso non si ha paura di raccontare, si ha paura di essere. Si ha paura a raccontarsi per come si è. La scrittura porta fuori i nodi, come li porta fuori la parola. Non deve per forza essere una scrittura pubblica. Così come le parole possono essere affidate a chi sa capire. Sentire. Tenere. La sensazione più dolorosa, frustrante, è quella di scoprire che -nonostante le convinzioni, gli sforzi- non si è riusciti ad andare avanti. La sensazione di un tempo infruttuoso. In realtà, un tempo così denso di pensieri, di autoanalisi, infruttuoso non lo è mai, per noi; ma lo sembra spesso, quando non si ha qualcuno che ne condivida attimi, gesti, emozioni.

  2. quoyle scrive:

    “La sensazione più dolorosa, frustrante, è quella di scoprire che -nonostante le convinzioni, gli sforzi- non si è riusciti ad andare avanti.”

    E’ proprio cosi’ la sensazione del cerchio, dopo tutto questo vagare, frugare, parlare, Anche se hai ragione alla fine sembra infruttuoso ma non lo e’ qualcosa da qualche parte rimane.
    C’e’ una canzone meravigliosa che mi ha sempre accompagnato e che non ho mai osato toccare nemmeno con il pensiero.Una strofa dice queste parole..

    “At first my heart thought you could break this jinx for me.
    That love would turn the trick to end despair.”

    Pensare che qualcosa possa di esterno a noi che sia un amore o una passione o qualsiasi cosa, possa rompere le barriere e risolvere i nostri problemi, far finire la disparita’…
    Ma la disparita’ e’ il cuore dell’universo, l’anisotropia e’ ovunque e forse stanotte ho bevuto un pochino troppo per cui mi fermo qui.
    Grazie per il tuo commento, di cuore.

    • sadwalk scrive:

      Forse proprio questo è il punto: pensare che qualcosa di ESTERNO possa risolvere i problemi. La sensazione di immobilità può nascere da questo? L’attesa di qualcuno (qualcosa) che finalmente ci porti la nostra vita?
      Mi hai fatto pensare allo splendido standard di Weill, “Lonely House” (”Lonely house, lonely me: funny with so many neighbours how lonely you can be…”).
      Conosci la versione di Betty Carter? Al piano c’è Geri Allen.
      Mi piace parlare con te.
      http://www.youtube.com/watch?v=iemkYXz8UNs

  3. JackRamon scrive:

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