Ahmad Jamal – La nascita del jazz moderno

aprile 19, 2007 by quoyle  
Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Pianoforte, Schede, Storia jazz

Gelsomino
Photo by AllaboutJazz

Se Bobo Stenson rappresenta in un certo senso la voce Europea profonda del jazz, Ahmad Jamal rappresenta la voce intima e profonda del pianismo afroamericano. Nato nel 1930 a Pittsburgh divenne Ahmad Jamal negli anni cinquanta, dopo la conversione all’ Islam. Rimase virtualmente sconosciuto al grande pubblico fino al 1958 con il disco At The Pershing registrato con la grande sezione ritmica Israel Crosby al basso e Vernel Fournier alla batteria.

Lo stesso Jamal parla in questo modo di questo primo disco nel suo sito

My most famous recording was done in Chicago in 1958 at the Pershing Hotel with two of the most talented musicians of the century, Israel Crosby and Vernell Fournier.

In un periodo del piano Jazz dominato dal virtuosismo, Ahmad Jamal riusci’ a dimostrare che si potevano ottenere grandi risultati con eleganza e con semplicita’, ponendo sempre un attenzione particolare al ritmo. Il suo pianismo degli inizi e’ ritmico, semplice, pulsante, attacchi precisi e netti che sorprendono l’ascoltatore, catturando immediatamente l’attenzione.

In un certo senso quando Ahmad interpreta uno standard sembra sempre di aver ascoltato la versione definitiva, i suoi attacchi precisi e decisi riescono ad entrare nel cuore del brano immediatamente creando una tensione ritmica e drammatica che pochi pianisti sanno creare immediatamente all’inizio del solo. Sono memorabili ed ancora oggi trattate come paragoni le sue versioni di But not for me, Poinciana, ed il brano Ahmad’s Rumba che fu orchestrato nel 1956 da Gil Evans e Miles Davis (New Rumba).

Curiosa la vita di Jahmal, dopo aver raggiunto il successo con l’interessamento di Miles, nel 1959 sciolse il trio per un pellegrinaggio nei luoghi sacri dell’Islam. Al suo ritorno decise di aprire un jazz Club in Chicago, spartano semplice che infatti chiuse i battenti l’anno dopo anche per la delusione di Jahmal che non concepiva lo stile un po dissoluto dei musicisti jazz, probabilmente queste sue incomprensioni verso uno stile di vita che non riconosceva lo portarono praticamente ad un ritiro dalla scena fino alla fine degli anni 60 per ricominciare con uno stile completamente diverso dallo stile percussivo ed essenziale che lo contraddistingueva all’inizio degli anni 50. Comparare il pianismo di Jamal al fuoco pirotecnico di Bud Powell, Oscar Peterson che impazzavano sulla scena in quegli anni e’ un’ esperienza particolare, sembra di riappropiarsi dello spazio, dell’armonia, dell’equilibrio.

Potrebbe sembrare banale ma non lo era a quel tempo, in un certo senso l’uso di tensioni e di sonorita’ piu’ aperte, e’ stato iniziato da Jamal per essere poi sviscerato da Bill Evans, Keith Jarrett e tutti i pianisti moderni. Ecco perche’ fa un po tristezza non vedere il nome di Jamal accostato ai grandissimi del jazz, in un certo senso si potrebbe certamente paragonare la genialita’ di Jamal a quella di Ellington o quella di Miles Davis e Coltrane, l’influenza di Jamal sul jazz e’ sicuramente maggiore di quella che si potrebbe sospettare.

I gruppi di laboratori di Miles degli anni 50 hanno preso in prestito molte delle idee concepite ed intuite da Jamal, Miles era una spugna, riusci’ ad assorbire sviluppare e far germogliare le idee geniali di Jamal. In un certo senso possiamo ipotizzare che il cuore del jazz moderno venga da questo connubio di genialita’, l’influenza di Jamal su Davis che elabora e porta all’estrema conseguenza la rivoluzione. In una registrazione del 1955 di Jamal, Pavanne di Morton Gould, si intravede quello che sara’ il jazz modale un vamp alternato di Dmin7 alternato con uno di Ebmin7 che richiama in maniera inequivocabile quello che fara’ Davis con So What con qualche anno di ritardo (1958 Milestones). e Coltrane con Impressions ancora piu’ avanti.

Pianist Ahmad Jamal may have had a bigger impact on jazz than you think
Houston Press

Jamal ha sempre affermato che l’elemento vincente dell’arte improvvisativa e’ l’elemento sorpresa, concetto ripreso anche da Jarrett che sicuramente ha avuto grandi influenze dal pianismo di Jamal, certamente per l’uso dello spazio e per la capacita’ drammatica dei suoi crescendo.
Le sue apparizioni non sono moltissime, ma e’ veramente difficile trovare un pianista che abbia avuto piu’ influenza nella storia del piano Jazz, una storia fatta di apparizioni e sparizioni lunghissime, sempre presente nella musica degli altri che hanno portato avanti molte sue idee rivoluzionarie nel modo di intendere il pianoforte nel trio jazz.

On Air Ahmad Jamal la nascita del jazz moderno

Bobo Stenson la voce europea del jazz

marzo 27, 2007 by quoyle  
Inserito nella categoria Appunti jazz, Bootlegs, Focuson, Pianoforte, Schede, Storia jazz

La tradizione europea del jazz, in un certo senso nasce dal nord europa, da sempre il nord del continente e’ stato particolarmente recettivo rispetto al jazz nero, all’arrivo in Europa dei grandi del jazz nell’immediato dopoguerra, in particolare la Danimarca. Alcuni nomi su tutti il giovanissimo N.H Pedersen che appena a 17 anni suonava con Ben Webster, la batteria di Alex Riel, ed il percorso di acquisizione del linguaggio jazz e’ andato avanti per anni, arrivando a creare un linguaggio ed uno stile inconfondibile e ben riconoscibile, rappresentato nelle sue espressioni migliori dalla scuola svedese , norvegese e scandinava in generale, aiutata dall’etichetta che meglio di tutti rappresenta questa musica europea ECM.

Gli Anni 70 I quartetti di Jan Garbarek la nascita del jazz europeo

Bobo Stenson sin dagli anni settanta rappresenta una punta di sperimentazione e contestualmente collegamento alla tradizione del jazz. Il pianismo di Stenson ha attraversato o meglio e’ stato attraversato in tutte le sue esperienze dal passaggio di Jarrett. Condividono molte strade insieme, Charles Lloyd, Jan Garbarek, in un certo senso gli anni settanta vedevano Jarrett fortemente impegnato nel suo quartetto Europeo, e questo quartetto si intrecciava in maniera quasi non distinguibile da quello che Garbarek aveva con Stenson. Basta ascoltare la versione di Witchi tai to, dal suono inconfondibilmente europeo, un suono cosi’ particolare che in realta’ riesce perfino nella collaborazione di Garbarek con Jarrett a rendere la personalita’ cosi’ propromepente di jarrett non cosi’ caratterizzante come di solito accade. Stenson, a mio avviso, rappresenta l’essenza del pianismo Europeo, non riesco a trovare in tutto il continente qualcuno che sia riuscito a rompere con la tradizione del jazz, rendendo cosi’ evidente la matrice Europea nella musica. E’ un caso fortunato quello che ci permette di confrontare il trio europeo con Jarrett ed il trio Europeo con Stenson, riusciamo a capire quali fossero le differenze, il trio con Jarrett era sicuramente funzionale a Jarrett per acquisire la poetica Europea, il trio con Stenson forgiava in maniera piu’ sperimentale l’estetica del suono attraverso anche l’influenza cosi’ forte portata da Jarrett che contaminava con le radici Americane la musica del trio.

Tutto nacque da un movimento incredibile che la ECM ebbe la grandezza di interccettare all’inizio degli anni settanta, in Europa si muovevano Don Cherry, Charles Lloyd, George Russell, Stan Getz, tutti erano poli di attrazione per i musicisti scandinavi, Arild Andersen, Terje Rypdal, Bobo Stenson, John Christiansen, Palle Daniellson, la ECM semplicemente riusci’ a dare liberta’ espressiva, un canale di sfogo per la grande creativita’ che circolava.
Alcune produzioni di quegli anni a nome Garbarek Stenson, sono ancora a mio parere ineguagliate nella produzione musicale del continente, ancora il bellissimo Witchi Tai To, oppure Dansere, dischi che cambiano il rapporto con la musica, introducono un certo tipo di lirismo tutto europeo, il gusto per la musica tradizionale del nord ed il linguaggio improvvisativo tipico del jazz, unito agli standard tecnologici elevatissimi di casa ECM. Questi dischi nascevano da grandi intese musicali ed umane, l’Europa era piena di festival, si iniziava ad aprire anche l’Est Europa alle influenze Jazz, jam session e concerti stavano forgiando quella che e’ diventata la via Europea al Jazz.

Gli Anni Ottanta Rena Rama

Il quartetto Stenson-Garbarek, si sciolse alla meta’ degli anni settanta, Stenson fece seguito a questa esperienza rielaborando la mole di materiale che era stata messa in cantiere in quegli anni fortunati. L’incontro successivo con Jormin bassista che ancora oggi accompagna spesso Stenson nelle sue esibizioni in trio, bassista di seconda generazione nordica, gia’ erede del basso di Danielsson, genera ancora una volta un’esperienza musicale molto forte e purtroppo alquanto sconosciuta e dimenticata quella del gruppo Rena Rama, gruppo che opero’ principalmente in Scandinavia, portando alle estreme conseguenze quello che era stato delineato dal quartetto Stenson/Jarrett Garbarek. I dischi di questa formazione sono purtroppo introvabili sui canali ufficiali, qualcosa e’ possibile reperire da collezionisti, e devo dire che meriterebbero una riedizione. Tra le poche testimonianze di questa esperienza, la riedizione del disco uscito a nome di Don Cherry Dona Nostra ma in realta’ da attribuire al gruppo Rena Rama, dove il pianismo di Stenson e’ ormai maturo e riconoscibile. Il suo modo di approcciare il tempo ed il lirismo struggenete saranno una delle angolature sotto cui e’ possibile vedere Stenson, infatti il suo pianismo e’ si capace di momenti di lirismo struggente come di fortissimi momenti di dissonanza ed anisotropia.

Gli Anni 90 – Charles Lloyd

Il superamento definitivo del laboratorio Europeo che acquista dignita’ di genere musicale a mio parere avviene con il ritorno di Stenson alle collaborazioni classiche. Alla fine degli anni ottanta e’ impegnato con Charles Lloyd che continua a sperimentare. Lloyd e’ stato cosi’ fondamentale nella musica moderna, e cosi’ troppo spesso dimenticato, ancora non e’ un caso che Jarrett abbia suonato in diveri dischi di Lloyd, il linguaggio ed il modo di suonare di Lloyd sono qualcosa di unico nel panorama del jazz contemporaneo, qualcosa di vicino all’approccio di Miles in un certo periodo della sua vita artistica, una musica fatta di pancia, di istinto piu’ che di tecnica, qualcosa che si manifestava nella difficolta’ iniziale di approccio alle sue modalita’ espressive, qualcosa che si acquistava con fatica e pazienza che rimaneva poi indelebilmente impressa nel DNA dei musicisti che avevano la fortuna di collaborare con lui. Ancora questa fase e’ guidata dal guru del jazz europeo Manfred Eicher con la sua ECM, la collaborazione di Lloyd con Stenson produce 4 dischi, tra cui sono particolarmente legato a quello del 1997 All My Relations.

Bobo Stenson Trio

Ormai Stenson e’ una voce consolidata del panorama Europeo, iniziano le esperienze con i dischi in Trio, di cui spesso ho parlato in questo blog, il trio europeo senza ombra di dubbio, Christiansen, Jormin e Bobo Stenson, esperienze comuni e singole da far impallidire qualsiasi musicista, tra i fondatori del suono europeo del jazz. La particolarita’ di Stenson e’ proprio quella che dicevo di saper essere dolce e suadente ed un attimo dopo graffiante, un canale privilegiato negli equilibri del trio e’ l’asse piano-batteria, con il basso che bilancia. Christiansen e’ quasi un prolungamento verso la ritmica delle idee di Stenson, il flusso di comunicazione tra i due e’ stretto. Il repertorio affrontato nei lavori del trio e’ variegato va da originali dei tre musicisti, ai classici del jazz, fino alle interpretazioni di brani di Silvio Rodriguez (Oleo de mujer con sombrero in War Orphans e’ qualcosa che riesce ad oltrepassare la soglia del bello per arrivare a quella dell’inimitabile), il livello di interplay fra i tre musicisti e’ impossibile da raccontare ma va ascoltato proprio in quel brano dove il basso ed il piano sviluppano idee e le rielaborano dall’inizio alla fine. Il sodalizio con Christiansen finisce con il disco Serenity nel 2000, un disco particolare, un disco anche difficile per alcuni versi, registrato al centro della campagna Svedese, registrato senza limiti di tempo, passeggiate nella natura, pianoforte, l’acustica perfetta, c’e’ qualcosa di mistico e trascendentale nelle note di questo disco, un’attenzione maniacale al suono e la poesia della natura del nord.

L’ultimo disco di Stenson e’ del 2005 si tratta di Goodbye di cui ho gia’ parlato, vede la batteria di Motian con il compito difficile di sostituire Christiansen, il risultato e’ magnifico avvolgente, un disco che e’ ancora una volta qualcosa di nuovo, ancora un’incursione nel repertorio del SudAmerica con la bellissima Alfonsina y El Mar un classico di Mercedes Sosa, quel suono e quei vocing di pianoforte che riescono ad entrare nell’anima di chi ascolta, la grande intesa tra i musicisti. Ed ancora l’estrema freschezza e la voglia di riscoprirsi e mettersi in gioco che continua a trasparire dalle note di Stenson, dopo quasi 40 anni di musica, riesce a stupire ed aprire nuove soluzioni e ad indicare nuove strade per la musica Europea. Altro brano che lascia veramente senza parole e’ il bellissimo Music for a while di Purcell, una prova difficile in cui il basso di Jormin riesce ad entrare in simbiosi con quella semplicita’ magica del basso della composizione originale. Stenson riesce sempre ad essere equilibrato, equilibrio tra lirica e ritmica, tra tensione e dolcezza, tra originale ed interpretazione, tra tradizione e sperimentazione, questo equilibrio estremo e questo essere cosi’ sfaccettato nelle sue espressioni artistiche lo rendono un pianista unico e per molti versi isolato, difficiile imitare qualcosa in perenne divenire.

Per approfondire:

The Norwegian Jazz Base
The Norwegian Jazz archive
Recensione Underwear 1971 Bobo Stenson Trio
Sulle tracce del pianista che viene dal freddo
Biografia Stenson
Stenson a Discography

On Air Bobo Stenson la voce europea del jazz

Richie Beirach

febbraio 5, 2007 by quoyle  
Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Pianoforte, Schede

Una delle cose che volevo fare con questo nuovo sito/blog era periodicamente dedicare delle ’schede’ ai pianisti, a quelli magari meno famosi e meno presenti nei circuiti internazionali, inizio con una scheda su Richie Beirach, pianista di cui avevo fatto qualche accenno in precedenza.

Richie Beirach, e’ nato nel 1947 a New York, si e’ formato attraverso lo studio della musica classica, influenza ben evidente nella sua musica, e successivamente si e’ specializzato in jazz attraverso la Berklee. E’ un pianista a mio parere sottovalutato nonostante la sua grande inventiva e ricchezza armonica, il suo modo di suonare e’ infatti riconoscibile pur essendo riconducibile alla scuola di Bill Evans. E’ un pianismo controverso quello di Beirach capace di un lirismo struggente, e di incursioni nel free piu’ spinto. Questo suo modo di suonare naturalmente si riflette nelle collaborazioni che vanno da Stan Getz sin dai suoi esordi negli anni 70 fino alla collaborazione continuativa con il sassofonista David Liebman. Altro aspetto decisamente inconsueto ed interessante della poetica di Beirach sono le influenze classiche piu’ moderne, come la scuola di Schoenberg e Berg, che sono presenti nei momenti di piu’ ampia sperimentazione e liberta’ dei suoi solo piano.

Discografia selezionata (in ordine sparso con le suggestioni che mi hanno dato i dischi)

I dischi di Beirach sono naturalmente estremamente difficili da reperire, qualcosa si trova nei circuiti P2P, altre cose sono reperibili a costi decisamente elevati in giro per i negozi del mondo.

Ne ho scelti alcuni che riescono a rappresentare bene il suo modo di suonare.

  • Round About Monteverdi – 2003

  • Amo le suggestioni delle composizioni di Monteverdi, ed il trio di Beirach in questo disco riesce a riportarle intatte con la forma del linguaggio jazz. Il disco parte con il bellissimo Lamento D’arianna e riesce a svelare nella sua totale semplicita’ lo stile compositivo di Monteverdi che si coniuga in maniera sorprendente con l’improvvisazione.

    We use the music’s atmosphere to convey how marvelous it is – and we are also able to add new colors and textures to jazz. Sometimes we may only take the nucleus of a melody and improvise over it”. (Richie Beirach)

    La bellezza di questo disco sta anche nell’esplorare il mondo intorno a Monteverdi e quindi suonare lo Stabat Mater di Pergoles o la Siciliana di J.S. Bach.

    Rating: ★★★★½

  • Live at Maybeck Recital Hall, Vol. 19

  • Uno dei grandi meriti della collana live at Maybeck e’ appunto quello di riuscire a far esibire in piano solo, pianisti meno conosciuti ma non per questo meno dotati. Alcuni di questi volumi sono purtroppo introvabili, tra questi quello di Beirach, che dovrebbe essere disponibile per il download su Emusic.Com legalmente.
    Un disco decisamente ‘forte’, dove e’ possibile ammirare la verve di Beirach nel trattare liricamente una scelta di standards, ed aprire squarci musicali che letteralmente riescono a scuotere l’animo. E’ veramente impressionante l’interpretazione di uno standard tanto famoso quanto abusato e suonato non bene come On Green Dolphin street, che viene tutto giocato su un bicordo sulla mano sinistra con un sincopato ossessivo che accompagna tutto lo sviluppo. Ancora e’ possibile ascoltare una versione assolutamente non ortodossa di RoundAboutMidnight , ed un Medley assolutamente onirico che parte da Over The Rainbow per arrivare a In The wee small hours of the morning. Uno dei dischi piu’ riusciti di questa magnifica serie per piano solo.

    Rating: ★★★★★

  • Hubris

  • Hubris nel greco moderno significa qualcosa come eccesso di confidenza in se stessi spesso con risultati disastrosi. Nel significato classico il termine Hubris contro gli dei, portava alla nemesi ed alla distruzione di se stessi.
    L’uso della metafora della tragedia greca, e l’esasperazione della tensione drammatica, sono disperatamente presenti in questo disco, uno dei primi di Beirach, prodotto dalla Ecm ed abbastanza sottovalutato nel suo potere evocativo. Sono presenti delle vere perle compositive come la bellissima Leaving, che Beirach rivisita spesso nelle sue produzioni. La musica e’ diretta ed il lirismo di Beirach prevale sulla sua vena astratta ed impressionista, lasciando il compito al lirismo di evocare il potere della tragedia.

    Rating: ★★★★½

  • Elm

  • Ancora un altra produzione ECM degli anni 70 a lungo introvabile in CD ed attualmente reperibile solo grazie ai circuiti Giapponesi (per fortuna che ci sono loro) a caro prezzo. Un disco che vede la partecipazione attiva e decisiva di Jack DeJohnette. Un disco avventuroso, racconta anche in questo caso di paesaggi lontani ed ancestrali, il brano Sea Priestess e’ assolutamente un capolavoro di equilibri con un solo veramente storico di Jack Dejohnette, un solo in sottovoce lungo, un ruggito interiore, e’ sempre un piacere ascoltare Dejohnette in trio quando e’ in forma smagliante come in questa performance. La vena malinconica di Beirach pervade tutte le composizioni di questo grande album, un disco imperdibile per entrare nella poetica di Beirach.

    Rating: ★★★★☆

  • What is this thing called love

  • Un disco in cui e’ possibile ammirare la fantasia nel trattare in trio materiale proveniente dalla tradizione classica del jazz. Assolutamente imperdibile la title track ed una rivisitazione ancora una volta poco ortodossa del grande classico Autumn Leaves

    Rating: ★★★★½

    Altri dischi per approfondire l’ascolto di Beirach sono:
    1. Emerald City 1994 ( w. John Abercrombie)
    2. Antartica 1994
    3. Convergence 1991
    4. Trust 1997
    6. Solo Live 1981
    7. Leaving
    8. Convergence 1991 (w. George Coleman)
    9. Round about Federico Mompou (altra incursione in territori classici)

    On Air Beirach Story

  • Elm
  • Richie Beirach and George Huebner – Around Scrijabin Prelude Op. 16
  • Autumn Leaves
  • In the wee small hours of the morning
  • Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

    The Art of the Rhodes

    giugno 7, 2006 by quoyle  
    Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Pianoforte, Schede

    Ho posseduto per qualche anno un bellissimo Rhodes MarkI trovato e restaurato da me, poi abbandonato nella sala prove di un batterista con cui litigai, durante uno dei miei periodi di rigenerazione in cui puntualmente mi viene voglia di smettere di suonare (eravamo nel 1994). Quando mi sono svegliato dal letargo, il mio bellissimo Rhodes era sparito ed il batterista anche chissa chi lo stara’ suonanado adesso.
     
    Il rhodes era nato come un imitazione del pianoforte, il primo tentativo di costruire un pianoforte portatile, da palco che fosse relativamente leggero e liberasse in parte i pianisti dalla schiavitu’ del peso dello strumento, consentendo loro di portarlo con se.
     
    In realta’ i primi esperimenti di Harold Rhodes risalgono alla seconda guerra mondiale quando Harold si occupava di riabilitazione per i soldati feriti e cerco’ di inventare un pianoforte da letto, usando pezzi di alluminio presi dai bombardieri B17 e fatti diventare simili ai pezzi di un vibrafono in dimensioni e caratteristiche.
    Dopo la seconda guerra mondiale l’icontro tra Harold Rhodes e Leo Fender,  portera’ alla nascita della mitica sonorita’ Fender Rhodes ed al perfezionamento del mitico Mark I della fine degli anni 60 fino al 1984 con il mitico Mark V ultimo modello prodotto dalla Rhodes.
    Moltissime le modifiche fatte al pianoforte nel corso degli anni tantissime proposte e fatte dai musicisti, il come ad esempio il mitico kit Dyno Rhodes che si puo’ ascoltare in alcune registrazioni bellissime degli Yellow Jackets.
     
    Da un clone del pianoforte, il rhodes ha acquisito negli anni la dignita’ di un vero strumento, con le sue peculiarita’ espressive. Usato in molti generi, dal pop al jazz, volevo ricordare alcuni dischi cui sono particolarmente legato che sono davvero una sintesi di come il piano rhodes andrebbe suonato. Difficile scegliere anche per i generi cosi’ diversi che vedono la presenza da protagonista del Rhodes. Lo immagino come una scaletta di un programma radiofonico, un viaggio in trenta anni di musica cercando di riassumere in due ore l’evoluzione del linguaggio del pianoforte Rhodes. Ho indicato con un asterisco i dischi fondamentali nella storia della sonorita’ Fender Rhodes

    1967 Marlena Shaw Mercy Mercy Mercy *
     

    Il viaggio nelle sonorita’ Rhodes inizia da questa registrazione del 1967 di Marlena Shaw, un interpretazione profondamente Soul del brano Mercy Mercy Mercy di Cannonbal, apparso nel 1966 nel disco Mercy mercy mercy live at the club , disco che viene considerato da molti come la scintilla che convinse Miles ad utilizzare il suono del Rhodes nei suoi lavori degli anni 70.

    La versione vocale di Mercy Mercy Mercy, fu un vero successo di classifiche e valse la scrittura per Marlena Show dall’etichetta discografica Blue Note e l’attenzione da parte di Count Basie. Il Rhodes e’ magnificamente utilizzato nei riff e frasi funky utilizzati per accompagnare.

    Listen to: Mercy Mercy Mercy

    1969 Bill Evans From Left to Right
     
    Una delle prime registrazioni di un piano elettrico in ambito jazz fatte da un pianista di grande livello come Bill Evans. Harold Rhodes conobbe il lavoro di Bill Evans durante una a cena a casa del pianista Eddie Higgins, da quel momento ebbe come sogno quello di sentire evans che suonava uno dei suoi strumenti. Il sogno si realizzo’ con questo disco in cui Evans rischia il passaggio dall’elettrico all’acustico anche nello stesso brano.

    Il brano che ho scelto e’ uno di quelli che tolgono il fiato per la genialita’ compositiva di Michel Legrand, What are you doing of the rest of your life? Il brano si apre introdotto dalle sonorita’ del Rhodes e cresce con l’ingresso del pianoforte, si sente che Evans utilizza il piano elettrico come un piano acustico, il linguaggio del Rhodes e’ ancora acerbo ed Evans e’ sicuramente piu’ a suo agio con il suono acustico, probabilmente proprio perche’ non viene visto lo strumento elettrico come qualcosa di diverso da interpretare in un’altro modo.

    Listen to: What are you doing the rest of your life?

    1969 Miles Davis Bitches Brew *
     
    Naturalmente sempre Corea al pianoforte elettrico, ancora in splendidi accompagnamenti cosi’ lontani dall’arte del pianoforte, mi stupisce come Corea sia riuscito ad elaborare un linguaggio musicale cosi’ diverso, probabilmente il suo piu’ grande contributo al jazz e’ questo suo stile di comping legato alla sonorita’  del rhodes.

    E’ un disco difficile come tutte le opere di svolta, credo sia uno dei dischi piu’ belli del novecento, impossibile non rimanere affascinanti dal superamento degli schemi (gia’ assoluti e quindi per definizione non piu’ ripetibili) di A Kind of Blue. In alcuni brani usa addirittura tre Fender Rhodes diversi e tre pianisti diversi. AL pianoforte in questo disco ci sono anche Joe Zawinul e Larry Young, ma l’arte del Rhodes di Corea e’ impareggiabile, almeno in questa fase di nascita di un nuovo linguaggio.
     
    Listen to : Sanctuary
     
    Miles Davis (trumpet), Wayne Shorter (soprano saxophone), Bennie Maupin (bass clarinet), Joe Zawinul (electric piano – left), Chick Corea (electric piano – right), John McLaughlin (guitar), Dave Holland (bass), Harvey Brooks (electric bass), Lenny White (drums – left), Jack DeJohnette (drums – right), Don Alias (congas), Jumma Santos (Jim Riley) – shaker.

    1970 Freddie Hubbard Red Clay *
     
    Freddie Hubbard sicuramente e’ uno dei trombettisti piu’ importanti ed influenti nella scena jazz. Questo disco non molto conosciuto rappresenta uno dei primi tentativi di utilizzo del Rhodes nel jazz, almeno secondo gli stili classici essendo questo un disco pervaso di sano e sanguigno swing. SI sente un nuovo linguaggio, voicing molto diversi da quelli pianistici, frasi e modi di ottenere il suono che iniziano ad essere peculiari.

    Le mani che volano sui tasti del rhodes sono quelle di Herbie Hancock, che e’ sempre stato uno sperimentatore nel bene e nel male di tutto quello che rappresenta la tecnologia nella musica. Un disco che rimane il campione di riferimento per l’utilizzo del piano Rhodes in ambiti Jazz e Funky.

    Listen to: Suite Sioux

     1973 Chick Corea Light as a Feather *
     
    Un disco peculiare, un punto di svolta nella sonorita’ Rhodes, oltre che un esempio di ottimo accompagnamento della voce.

    Chick corea accompagna Flora Purim come solo Chick sa fare, i suoni di rhodes di questo disco hanno dell’incredibile ed i voicings di Corea sono tutti da studiare ed ascoltare.

    Credo sia il disco di riferimento per il Rhodes, chi vuole sapere come si dovrebbe suonare un piano rhodes deve ascoltare questo disco.

     
    Listen to: You’re Everything

    1973 Stevie Wonder Innervisions
     
    Disco degli anni 70, Stevie Wonder e’ stato un altro artista che ha esplorato i percorsi del Rhodes. Un disco di rara bellezza, pieno di spazi ariosi e contemporaneamente fortemente influenzato dalle ritmiche latine (Don’t you worry about a thing tra tutte)Wonder utilizza le possibilita’ espressive del fender Rhodes al massimo, utilizzandolo sia nelle sonorita’ cosi’ tipicamente percussive, che nel lirismo che il suono morbido permette.

    In un certo senso questo e’ un disco universale, perche’ e’ difficilmente etichettabile, ci si trova funky, spiritual, caraibi, pop, jazz, un vero esempio di globalizzazione musicale, considerando che il disco e’ del 1973, e’ davvero sorprendente ascoltare il tipo di sonorita’ e rivederle in molte produzioni attuali.

     Listen to: Too High

    1974 Frank Zappa Roxy & Elsewhere
     

    Uno dei pianisti "pop" e R&B piu’ importanti dello stile Rhodes puo’ essere ascoltato in questo magnifico, ironico, sperimentale lavoro di Frank Zappa, George Dukes.

    Il disco raggiunge davvero il massimo con l’ultimo brano, bebop tango, dove Geroge Dukes si esibisce in un solo frenetico che interagisce con la danza del pubblico. Veramente interessante il tipo di sonorita’ , fantastiche le citazioni di Dukes ed i monologhi di Zappa che parla con il pubblico. Lo definisce "A perverted tango" tentando di far ballare la gente sul solo vocale e strumentale di George Dukes.

    Listen to: Be-Bop Tango (of the Old Jazzmen’s Church)

     

    1974 Gil Scott-Heron & Brian Jackson – Winter In America
     

    Difficile lasciare fuori dal viaggio il lavoro di Scott Heron e Brian Jackson, difficile per quello che questo lavoro ha rappresentato socialmente negli anni 70 e difficile per le belle sonorita’ di rhodes che accompagnano il disco.

    Mi piace particolarmente il mood rhodes delle ballate, in particolare del brano a Very Precious Time. La musica sicuramente risulta un po datata, almeno nello stile del pianismo di Jackson, i testi di accusa politica certamente anticipano e continuano a far riflettere sul fallimento del "modello americano".

     

    Listen to: A very Precious Time

    1975 Joni Mitchell The Hissing Of Summer Lawns *

    Un disco di una bellezza e di una modernita’ sconcertanti, non sembra di essere negli anni settanta, arrangiamenti freschi, armonie interessantissime. Uso del Rhodes perfetto, suonato da due mostri sacri dello strumento Joe Sample e Victor Feldman.

    Un disco immaginifico, che racconta immagini e questo potere suggestivo credo sia in gran parte dovuto all’uso "onirico" che viene fatto delle sonorita’ Rhodes.

     Listen to: The Hissing of Summer Lawns

    1975 Paul Simon Still Crazy After all these years

    Ho un debole per le armonie gospel, ed il lavoro di Paul Simon e’ spesso contaminato da progressioni Gospel. In questo disco e’ possibile ascoltare delle sonorita’ di Fender Rhodes molto dolci e morbide, che in un certo senso richiamano atmosfere estremamente spirituali ed intime.

    Note che fanno realmente da tappeto, suoni rotondi che riempiono rendendo superfluo praticamente qualsiasi altro riempimento nell’accompagnamento e che portano al magnifico solo di sax di Phil Woods al tenore.

    Listen to: Still Crazy After these years

    1976 Herbie Hancock Headhunters Live Japan *

    C’e’ poco da discutere sulla maestria delle manine funky di Herbie Hancock. I riff di piano Rhodes e di Clavinet Funky che ho ascoltato suonare da Herbie Hancock, sono i piu’ belli che siano mai stati suonati su questi strumenti.

    Questo disco raccoglie una meravigliosa testimonianza live del grande lavoro funky jazz fatto dal gruppo di Herbie Hancock negli anni 70, con una versione strepitosamente groovy del blues su 16 battute di Herbie Hancock Watermelon Man. Il solo di piano Rhodes e’ un icona della perfezione stilistica raggiunta da Hancock nel pianoforte elettrico.

    Listen to: Watermelon Man

    1979 Weather Report 8:30

    Difficile lasciare fuori dalla cerchia dei pianisti elettrici il gusto e la creativita’ di Joe Zawinul nella sua storia con uno dei gruppi piu’ influenti del jazz contemporaneo.

    Ho scelto un brano in cui l’apporto del Rhodes e’ sostanziale ed incredibilmente intrecciato al basso di Pastorius. Le frequenze basse del Rhodes e del basso si fondono in maniera costruttiva, il groove e’  trascinante e la visione elettronica della musica di Zawinul e’ chiaramente percepibile in ogni angolo di questo disco. Naturalmente le doti compositive di Shorter regalano la restante profondita’ al disco ed in particolare al brano che ho scelto.

    Listen to: Sightseeing

    1980 Steely Dan - El gaucho *
     
    Nominando il Rhodes e cambiando genere, e’ impossibile non passare per le note magiche di Donald Fagen, nel suo disco mitico degli anni 80 The Nightfly e nei precedenti dischi degli Steely Dan (dove si possono ascoltare ottimi esempi di piano Wurlitzer un piano elettrico piu’ "campanelloso").

    Donald Fagen sta al rhodes pop come Chick Corea sta al rhodes jazz. Se si vuole sapere come suonare un pianoforte elettrico in un ambito pop  basta trascrivere le parti di piano di Donald Fagen, i suoi vocing ed il suo modo di armonizzare le melodie. Poi e’ risaputo che Fagen e’ assolutamente un perfezionista per la registrazione, i suoni di Rhodes registrati nei suoi dischi sono il campione di riferimento di questo strumento, il Rhodes ideale dovrebbe avere il suono che ha nei dischi di Fagen
     
    Listen to : Babilon Sisters 

    1984 Pino Daniele Scio’ Live

     
    Non potevo lasciare fuori dall’ascolto questo disco live di Pino Daniele. Il rhodes e’ al massimo del suo uso in situazioni live, alle tastiere Pino Daniele ha l’ottimo Joe Amoruso, una sezione fiati travolgente, Tullio de Piscopo alla batteria, ospiti come Bob Berg al sax. Una delle produzioni italiane piu’ interessanti in quegli anni.

    Il brano che ho scelto e’ Viento e Terra, perche’ ci sono legatissimo, uno dei primi brani che ho studiato, armonie interessantissime e jazz, i voicing ed il solo di Amoruso sono veramente belli, uno dei brani piu’ belli e meno conosciuti di Pino Daniele.

    Listen to : Viento e Terra 

    1987 Gil Evans Steve Lacy  Paris Blues *

     
    Il modo di suonare il pianoforte di Gil Evans ha qualcosa di magico, un orchestra sotto le sue dita, si sentono i suoi arrangiamenti, il modo in cui fa suonare le orchestre Gil.

    E’ anche goffo in alcuni passaggi, niente virtuosismi, cluster di note densi e spigolosi che accompagnano il sax di Steve Lacy. Quando poi il brano si apre sul solo, si sente una potenza drammatica, nella dilatazione del tempo che fa Gil Evans, che evoca i brass delle sue orchestre, una potenza drammatica lasciata ai silenzi ed al potere dei suoi voicings. Una lezione di umilta’, semplicita’ ed armonia.

    Listen to : Reincarnation of a Lovebird

    1997 Jackie Terrasson Cassandra Wilson Rendez Vous

     
    Atmosfere metropolitane e notturne per questo disco in cui Jackie Terrasson utilizza discretamente il pianoforte elettrico.

    Magnifiche le percussioni di Mino Cinelu  che colorano delicatamente lasciando appena intravedere il senso vero del tempo che viene lasciato al basso.  Il solo di Terrasson e’ percussivo utilizzando al massimo le possibilita’ espressive legate alla particolare percussivita’ dei piani Rhodes. Il brano che ho scelto e’ un classico della tradizione blues che si riveste di colori soul e che la voce di Cassandra Wilson valorizza in pieno.

    Listen to : Tennessee Waltz

    2000 RadioHead Kid A *

     
    La prima volta che ho ascoltato il brano Everything  in it’s right place, con quell’introduzione potente di piano rhodes, che continua per tutto il brano ossessivamente con la stratificazione di effetti al suono del Rhodes, sono rimasto realmente a bocca aperta, perche’ c’e’ qualcosa di veramente innovativo nel modo di utilizzare il Rhodes ed il brano ha delle potenzialita’ compositive notevoli come molte delle cose scritte dai RadioHead.

    Il brano cresce di intensita’ e suono e si rismonta di nuovo nel suono del rhodes e del moog che sferza la parte finale della traccia.

    Listen to: Everything in it’s right place

    2001 Erika Badu Mam’s Gun 

    Frequenze basse, ultra pompate per aumentare il senso di avvolgimento in questo disco, anche i suoni di Rhodes sono spostati nello spettro delle frequenze basse.

    Pattern funky, ripetivi, la musica certamente dopo un po lascia qualche perplessita’, ma la forza di questo disco e’ nel suono, bisogna in un certo senso entrare in uno stato mentale ipnotico, lasciarsi ipnotizzare dal pendolo sonoro, lasciando fuori solo la voce veramente bella di Erika Badu che si appoggia su questi tappeti sonori completamente amalgamati dalle sonorita’ di magnifici piani elettrici.

    Listen to: Time’s a Waistin

    2001 Prince The Rainbow Children *

    Prince e’ un pazzo, di questo sono sicuro, in un suo video ho visto un pianoforte rhodes completamente ristrutturato inserito in un case trasparente che lasciava vedere la meccanica.

    Poi naturalmente c’e’ l’aspetto di maniacalita’ e perfezione del personaggio che non lascia niente all’approssimazione, curando in maniera maniacale le registrazioni e gli aspetti coreografici dell’esibizione.

    In questo disco si possono ascoltare dei grandi suoni di pianoforte Rhodes veramente incredibili con un utilizzo ottimale degli effetti come il Tremolo Stereo ed il Chorus che arricchiscono il suono del Rhodes in atmosfere calde e pervase sempre di sonorita’ jazz e funky.

    Listen to : Mellow

    2002 Tori Amos Scarlet’s Walk

    Tori Amos ha delle grandissime qualita’ vocali e musicali, ed un ottima tecnica pianistica. Questo e’ un disco molto bello scritto in viaggio, che risente degli attacchi dell’undici settembre alle torri gemelle.

    Un disco velato, e nello stesso tempo che ispira liberta’, spazi aperti probabilmente dovuti alle atmosfere on the road del viaggio.

    Il piano elettrico accompagna questo disco magnificamente con sonorita’ rock e visionarie.

    Listen to: Pancake

    Il percorso nelle sonorita’ del Rhodes e’ finito, due ore circa di musica per scoprire quanto questo strumento abbia cambiato la musica contemporanea e quanto sia entrato negli arrangiamenti attuali, superando il concetto di clone del pianoforte, acquisendo una sua dignita’ ed una sua particolare tecnica che non e’ una diretta conseguenza della tecnica pianistica classica.

    Solitudini (Il piano solo di Keith Jarrett)

    giugno 22, 2005 by quoyle  
    Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Pianoforte, Schede

    La forma del piano solo non e’ stata piu’ la stessa dopo il primo concerto in piano solo di Keith Jarrett datato 24 Maggio 1970 Apollo Theatre Parigi. Nessuno aveva mai affrontato in solitudine l’avventura di un concerto completamente improvvisato dal vivo, il coraggio e l’energia creativa necessarie per affrontare il pianoforte ed il pubblico ed il confronto con il proprio io, con una forma musicale quasi classica, primo tempo, secondo tempo, encores.

    Da quel momento il viaggio di Jarrett nelle solitudini del pianoforte e’ stato un filo conduttore costante della sua carriera, una cartina di tornasole del suo stato di salute fisico e mentale, nei periodi di stanchezza i concerti in solo si diradavano fino a sparire del tutto, nei periodi di forte creativita’ si seguivano a ritmi vorticosi per culminare sempre nella pubblicazione di un disco che concludeva il periodo precedente per iniziare il viaggio verso quelli successivi.

    - Le solitudini giovanili

    I primi esperimenti di concerto in solo culminano con le registrazioni dei Solo Concerts 20/03/1973  Salle de Spectacles  Epalinges, Switzerland  e 12/07/1973  Kleiner Sendesaal  Bremen, rilasciati con i Solo Concerts. L’approccio che precede queste date e’ estremamente sperimentale ( lascio da parte il caso di Facing You che e’ un solo piano registrato in studio che e’ quasi il punto di partenza dell’avventura solitaria di Jarrett.), ci sono concerti tenuti in solitudini con l’organo ( 16/09/1972   Stockolm, Sweden ), dove il magma sonoro creato dall’organo di Jarrett e’ possente, fortissimo, scava nell’anima di chi ascolta rendendo alcune volte davvero insopportabile l’ascolto per il troppo carico emotivo che le sonorita’ dell’organo producono nell’ascoltatore (una sensazione simile a quella raccontata da Tarkovsky nel mare di Solaris, un mare musicale che pensa e riesce a materializzare nell’ascoltatore incubi e paure del proprio io).

    I concerti di Epalinges e Bremen del 1973 sono il primo approdo, la prima tappa delle solitudini Jarrettiane, e l’avvio della tappa di avvicinamento alla forma del concerto di Colonia. Iniziano a materializzarsi i pattern ritmici tipici dei solo piano di Jarrett degli anni 70, le lunghe e sofferte ricerche di soluzioni durante i concerti, le aperture liriche improvvise che cambiano repentinamente il paesaggio sonoro.

    Il viaggio verso Colonia e’ magico, esaltante, il vigore artistico giovanile di Jarrett i suoi 30 anni, si sentono tutti nella musica dei concerti del 1973/1974, una lunga tournee italiana Bergamo,Pescara, Perugia, Macerata, Terni, La Spezia, tutti concerti di spessore, si intravede nella tessitura quello che sara’ Colonia, forse ognuno di questi concerti in potenza poteva diventare Colonia. Mi piace particolarmente il concerto di Macerata, l’inizio e’ lirico, appassionato, ma lo sviluppo del lirismo e’ breve, viene immediatamente sovrastato da una potenza ritmica incredibile, una energia vitale e positiva che sconvolge il lirismo introspettivo della partenza. Il bis e’ affidato a Yaqui Indian Folk Song da Tresure Island un pezzo dolce e pacato che ritorna sulle atmosfere contemplative delle prime note del concerto
    che definirei  una tappa intermedia di rilevo di cui per fortuna si e’ conservata una registrazione amatoriale di discreta qualita’ che consente di apprezzare bene le qualita’ di questa performance.

    Il 2 Agosto del 1974 Jarrett e’ a Terni per un’appendice di Umbria Jazz, che viene trasmessa dalla RAI (Quindici minuti con Keith Jarrett) , e’ buffo vedere Jarrett immerso nel pubblico anche abbastanza rumoroso, a distanza ravvicinata, suonare un pianoforte Kawai di modesta fattura, come e’ diverso dalle atmosfere che ormai sono riservate ai concerti in piano solo di Jarrett, il misticismo panteistico che li circonda. Questa performance e’ spigolosa, ritmica, incredibilmente tagliente, risentendo probabilmente delle condizioni ambientali non proprio ottimali, anche se in questo piccolo estratto si riescono a vedere alcune spigolosita’ del concerto di Colonia, questa data rappresenta l’ultima prima del concerto di Colonia il 24 Gennaio 1975.

    Il concerto di Colonia, molte pagine sono state scritte su questo disco, molte ne verranno scritte ancora, una preparazione non programmata, se preferite uno sviluppo artistico durato 5 anni che ha portato a confluire in questo concerto, molti degli elementi che erano stati preparati nei concerti precedenti che contenevano ognuno a modo proprio alcuni tratti  che si ritroveranno nel concerto di Colonia. Idee liriche in apertura e sviluppo di queste idee liriche, forti pattern e pedali ritmici che sono pause di rigenerazione per far ripartire altre idee liriche che si sviluppano e si sovrappongono a volte con livelli di complessita’ inimmaginabili per una performance completamente improvvisata. Leggere la trascrizione del concerto di Colonia e’ un’ esperienza unica, vedere il Dio di Jarrett, sul pentagramma, simile al Dio di Bach, che disegna mondi e stelle, e per ogni nota c’e’ una spiegazione, ogni nota e’ anche graficamente al suo posto, lascia senza fiato. Il concerto di Colonia segna la rivoluzione del modo di intendere il piano solo, non tanto per il suo valore artistico comunque altissimo, ma per il valore sociale che questo disco andra’ a ricoprire, e’ un disco che esce dagli ambienti prettamente jazzistici, e porta questa forma di musica in ambienti classici, ampliando notevolmente gli orizzonti della forma del piano solo.

    Una settimana dopo Colonia, viene trasmesso dalla radio tedesca un concerto siamo al 2 Febbraio 1975 Brema, e’ un concerto di una bellezza eterea, sconvolgente, lirico dall’inizio alla fine, i vamp ritmici sono limitatissimi, le idee di Jarrett sono ispirate e tranquille, e’ come se Jarrett sapesse benissimo quello che Colonia sarebbe stato e questo concerto rappresenta una specie di camera di decompressione, in un certo senso la tensione artistica e’ minore nel concerto di Brema, e nelle note, nelle pieghe in ogni pausa di questo concerto si riescono a sentire gli echi di Colonia, come se quell’esperienza artistica fosse gia’ in fase di congelamento nel DNA musicale  di Jarrett.

    In effetti il 1975 ed il 1976 sono ancora pieni di splendidi concerti di assestamento (Roechster, Munich, Antibes,..), che rielaborano l’esperienza di Colonia, in un certo senso la assimilano per svilupparla e portarla pienamente a compimento con la tournee giapponese del 1976 che rappresenta a mio parere la chiusura della prima fase di solitudini: I sun Bear Concerts.
    Questo cofanetto rappresenta il riassunto delle solitudini giovanili di Jarrett ed e’ una vera perla del pianismo di Keith Jarrett, sicuramente non una delle sue opere piu’ semplici, ne’ tra quelle maggiormente citate. Ogni concerto possiede una propria identita’ diversa, chiaramente definita sin dalle prime note introduttive di ogni esibizione.

    Ascoltare dopo molte volte i concerti e’ come vedere la chiusura di un cerchio che parte dai primi concerti in solo del 1973 per passare attraverso il Koln Concert ed esaurirsi almeno in questa forma con i concerti giapponesi. Ogni concerto sembra in qualche modo ricollegarsi a quello che lo ha preceduto, sostenuto da un unico pensiero musicale, lucidissimo con il sentore chiarissimo di una ricerca costante collocata in un periodo di creativita’ brillante di Jarrett. La partecipazione vocale di Jarrett, cosi’ caratteristica dei suoi momenti piu’ "estatici" accompagna costantemente le note dei dischi. Alternanza costante tra le varie sezioni dei concerti di melodia e riff ritmici a volte spigolosi che si rituffano in melodia. Un lavoro difficile, sicuramente non da affrontare come primo ascolto di Jarrett, ma che rimane un ascolto indispensabile per capire veramente a fondo la poetica musicale di Jarrett.
    Questi concerti sono intervallati da altri non pubblicati e purtroppo non disponibili neanche amatorialmente per quello che sono riuscito a sapere.

    November 5, 1976 Kyoto , Japan Sun Bear Concerts
    November 6, 1976 Fukuoka, Japan
    November 8, 1976 Osaka , Japan Sun Bear Concerts
    November 10, 1976 Tokyo, Japan
    November 12, 1976 Nagoya , Japan Sun Bear Concerts
    November 14, 1976 Tokyo , Japan Sun Bear Concerts
    November 16, 1976 Kanagawa, Japan
    November 18, 1976 Sapporo , Japan Sun Bear Concerts

    - Le solitudini di passaggio

    Con i concerti giapponesi si conclude una fase, in un certo senso la fase della gioventu’ artistica di Jarrett, l’irruenza, la potenza dei pedali ritmici, anche la rabbia che si riesce a sentire in alcuni passaggi, lasciano il posto ad un altro approccio. Nei concerti di questa fase che farei iniziare dal concerto in Vermont nell’agosto del 1977, rilasciato in video, inizia il percorso dell’eta’ adulta, si sentono gli echi del quartetto europeo che ha segnato profondamente l’approccio al solo piano di Jarrett, iniziano ad affacciarsi nelle esibizioni in solo gli standards che caratterizzeranno fortemente il cammino artistico di Jarrett negli anni ottanta. Uno dei pezzi presenti spesso nelle esibizioni in questo periodo e’ la struggente ballad MySong, che affrontata in piano solo e’ incredibilmente incantevole. Purtroppo gli anni ottanta di Jarrett in solo sono male documentati, esistono pochissimi bootleg delle registrazioni effettuate in questo periodo che hanno invece un importanza fondamentale per arrivare a capire i concerti della fine degli anni ottanta, quelli che definirei neoclassici, con chiare evidenze degli studi classici che Jarrett approfondiva in quegli anni. In quel periodo sono degni di nota i concerti del 1979 a Parigi ed Antibes, sono due concerti di grande spessore artistico che chiaramente superano Colonia in maniera netta e decisa, iniziando a ricercare nuove modalita’ di espressione del solo piano. In un certo senso questi concerti si sublimano nella solita release ufficiale che intermezza il periodo, cioe’ 

    28/05/1981  Festspielhaus  Bregenz, Austria 
    02/06/1981  Herkilessaal  Munich, Germany 

    Rilasciati nel disco Concerts, rappresentano il superamento definitivo e netto di Colonia, dove per superamente intendo gli effetti ‘devastanti’ prodotti dall’esperienza di Colonia sono completamente assorbiti e metabolizzati artisticamente in questi dischi che rappresentano il trampolino di lancio verso le meraviglie di Vienna e Parigi.

    In effetti i primi tre anni degli anni 80 sono densi di concerti (sono riuscito a contarne almeno 35 e sono un numero impressionante per Jarrett e per l’intensita’ che Jarrett utilizza nei suoi concerti), pochi di questi sono documentati, in questo periodo iniziano ad affacciarsi nel repertorio standards come Mon Coeur est Rouge, Over The Rainbow che rappresenta uno degli standard piu’ suonati in solo da Jarrett.

    Ed ancora Over The Rainbow rappresentera’ quasi una costante nelle performance solo di Jarrett  da questo momento in poi, regalando sempre brividi e pelle d’oca ad ogni ascolto, ogni singola versione va al cuore del pezzo, lo seziona, lo esplora in tutta la sua anima lirica, i punti di lirismo raggiunti dalla musica di Jarrett nelle interpretazioni in solo di Over The Rainbow, sono un miracolo di complessita’ e semplicita’.

    Tra le non molte testimonianze audio di questo periodo, voglio ricordare il concerto di Nimes in Francia 8 Luglio 1983, il concerto delle rondini, durante tutta la performance live di Jarrett si sentono in sottofondo le rondini, ed e’ un bel sentire, la musica a volte davvero complessa di un Jarrett in piena ricerca di nuove forme, con queste rondini al tramonto di una bella serata estiva, anche in questo caso immancabile il bis con una versione di Over The Rainbow da togliere il fiato.

    Il periodo di passaggio si conclude ancora con una release ufficiale il video the last concert registrato in gennaio 1984 a Tokio, si sente chiaramente che sta per succedere qualcosa, qualcosa e’ cambiato, o sta per cambiare, in effetti sta per iniziare il percorso dello Standard Trio, e si sta preparando una nuova fase del piano solo di jarrett, ancora una volta lanciata immediatamente dopo da un disco ‘anomalo’ il Dark Intervals, che lascia la forma in tempi per riproporre piccoli brani lirici, una specie di inno panteistico, con echi classici.

    -Le solitudini della maturita’

    Le solitudini della maturita’, Jarrett riparte senza preavviso, con un lavoro interiore, ed immediatamente dopo DarkIntervals ed il Solo Tribute del 1987, senza altri concerti di preparazione arriva a Parigi il 17 Ottobre 1988 con la registrazione del Paris Concert. Un concerto che rappresenta ancora una volta un cambio repentino di direzione. Lo studio dei classici, Bach su tutti, emerge in modo pregnante, la fuga iniziale di questo concerto lascia senza parole, per sfociare in un dolorosissimo pedale centrale, in cui riemerge il magma sonoro dei sentimenti e  la ricerca furiosa di una direzione, e gli echi delle solitudini giovanili. Un discorso a parte lo meritano i bis primo fra tutti The Wind di Russel Freeman, uno standard non suonato spesso da Jarrett (mi risulta solo due volte dal vivo qui a Parigi e l’anno dopo ad Antibes) che lascia davvero senza parole per il lirismo che viene fuori. Si sente inequivocabile anche il lavoro di approfondimento che viene fatto da Jarrett con il trio sugli standards Jazz. Un inno ecco, questo disco sembra un grande inno alla musica e’ difficile credere che questo disco sia improvvisato e’ tutto talmente bello, naturale, ispirato, corale. Jarrett stesso con le sue classiche "esternazioni" vocali accompagna i pezzi piu’ significativi di questo disco.

    Ancora una volta la settimana dopo Jarrett si esibisce a Madrid ed il concerto viene trasmesso alla televisione, il concerto di Madrid e’ un altro esempio di concerto che segue un capolavoro, si sentono gli echi di Parigi, ancora fughe , ancora Bach, ma tutto piu’ tranquillo come se il materiale prodotto nel concerto di Parigi dovesse essere metabolizzato con calma, con la consapevolezza del punto raggiunto con la performance precedente.

    Dopo il concerto di Madrid, Parigi viene lentamente metabolizzato,  con la presenza costante di Over The Rainbow come bis dei solo piano, tutte versioni diverse, ognuna con una magia tutta particolare. Una tappa importante di questo viaggio della maturita’ e’ il concerto di Antibes del 1989, fatto di brani piccoli, e standards tra cui I love you Porgy, RoundMidnight, come se l’energia creativa fosse assopita per generare nuovo materiale completamente improvvisato. Il tutto porta in maniera quasi inaspettata al concerto di Vienna , un concerto ancora una volta classico,  questa volta gli echi sono diversi non solo Bach, ma Stravinski, Mozart . Jarrett ha definito per molto tempo questo concerto come uno dei suoi lavori migliori :" this music speaks "the language of the flame itself."

    Certamente in nessun disco la tradizione musicale europea e’ cosi’ pesantemente presente, nella logica dello sviluppo del concerto e nelle sonorita’. Il 1992 e’ un anno di transizione per Jarrett, pochi concerti,  alcuni anche molto belli come Monaco 1992, e la comparsa di altri standards come Mona Lisa (poi registrato dal trio) nel repertorio dei bis. Il 1993 ed il 1994 sono anni difficili per jarrett, molto stanco, con un solo concerto il 5 Novembre 1993 a Roma Auditorium Santa Cecilia con una particolarita’ nel bis Jarrett suonaTwo-Part Invention No. 8 In F Major (Johann Sebastian Bach) , un pezzo classico ( una visione delle future registrazioni in solo di Bach).

    Quindi dopo due anni di pausa si arriva al Concerto della Scala 1995, un concerto che e’ bellissimo, e non e’ una cosa scontata solo per  la cornice. I biglietti di questo concerto furono esauriti in un giorno, un evento anche per Jarrett stesso che ha confessato di essere emozionato al pensiero di suonare in un teatro come quello della scala, ed ancora una volta l’europa influenza molto il flusso improvvisativo di Jarrett, la struttura di base e’ simile a quella di Vienna e Parigi, impianto neoclassico nelle forme e nelle armonie, il disco e’ pieno di intuizioni geniali, frammenti di melodia che emergono dal magma sonoro per essere accolte dalle mani di Jarrett e sviluppate, un concerto davvero importante nelle solitudini Jarrettiane. Il bis affidato a Over The Rainbow e’ delizioso, ancora una volta, e raccoglie l’eredita’ di tutte le versioni suonate da Jarrett in precedenza. L’effetto del concerto alla scala si fa sentire nella lunga ed intensa tournee italiana del 1996, Modena, Napoli, Torino, Genova, tutti concerti di altissimo spessore, con l’arricchimento del repertorio di Bis con standards come Danny Boy e Mon Coeur Est Rouge.

    E poi dopo il 1996 pausa, una piccola ripresa nel 1999 con due concerti in Giappone, frammentati, fatti di molti piccoli pezzi, quasi una prova generale di quello che succedera’ nel 2002, con i tre concerti 149,150 e 151 di Osaka e Tokio.

    Radiance, le solitudini del futuro, un disco folgorante, ancora di rielaborazione che chiude una fase importante e ne apre un’altra come sempre un disco di approdo/passaggio e’ costituito di tante piccole composizioni, piccole perle che si sviluppano sul filo dello sviluppo artistico del solo di Jarrett. Il concerto di Osaka ed una parte di quello di Tokio diventeranno Radiance, probabilmente il disco che riassume il percorso fatto da Jarrett in 32 anni di piano solo, presentando un nuovo modo di interpretare questa sfida in solo con il pianoforte. Quello che colpisce di Radiance e’ il legame indissolubile di ogni pezzo con il suo precedente, un unico pensiero musicale che lega i momenti del concerto anche in due serate successive, un flusso di coscienza continuo che lega indissolubilmente i pezzi che non possono essere ascoltati che in questa sequenza logica, cluster sonori magnetici, ostinati, in Radiance e’ presente tutto il materiale dell’esperienza solitaria di Jarrett. Un ascolto difficile, lungo, che si svela solo dopo tanti ascolti, ancora non ho metabolizzato tutto quello che c’e’ in questo disco, si sente a tratti anche il dolore, la difficolta’ nell’elaborare il materiale, nelle risoluzioni che sembrano non arrivare, nelle intuizioni geniali immediatamente colte e sviluppate dalla sapienza musicale di Jarrett.

    Un discorso a parte merita il concerto di Tokio non pubblicato che contiene tutti standards, interpretati con una dolcezza indescrivibile, Bewitched, Everytime we say goodbye,  Angel Eyes, With a Song in my heart, tutti brani che parlano di amore, un amore che viene fuori ad ogni tocco del pianoforte da parte di Jarrett (ricorda il solo piano in studio The Melody at Night with you, altro disco atipico della carriera solitaria di Jarrett, suonato all’uscita dalla lunga malattia e dedicato completamente all’amore di Jarrett per la moglie).

    -Le solitudini del futuro

    La strada per le solitudini del futuro e’ aperta ed un assaggio di quello che puo’ succedere Jarrett lo ha dato con la tournee in solo del 2004, Roma, Vienna e Barcellona, in particolare con il concerto di Vienna che contiene echi della dodecafonia di Schoenberg, la fatica a trovare un filone unitario che frammenta i pezzi che seguono l’introduzione, ed ancora momenti corali di matrice gospel, blues, tutta la sua enorme esperienza dei concerti in solo viene fuori in questa performance di Vienna, che sono certo rappresenta ancora un momento di assorbimento della genialita’ di Radiance, che portera’ verso ancora una volta un altro mondo di solitudini che aspetto con ansia di ascoltare….

    Rating: ★★★★★

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