Maiden Voyage
dicembre 31, 2008 by quoyle
Inserito nella categoria Bootlegs, Focuson, Pianoforte, Storia jazz
Martedi’ sera riordino la mia collezione di dischi; mi capita di farlo nei momenti di stress emotivo.Certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata, ma io non sono fra quelli. Questa e’ la mia vita, ed e’ bello sguazzarci in mezzo, immergerci le braccia dentro, toccarla.
….
Ma quello che mi piace veramente e’ il senso di sicurezza che mi viene dal mio nuovo sistema di archiviazione; mi sono fatto piu’ complicato di quel che sono in realta’. Siccome possiedo un paio di migliaia di dischi, devi essere me – o almeno un dottore in Flemingologia – per sapere come ripescarli. Per esempio se vuoi sentire Blue di Joni Mitchell, devi sapere che lo comprai per regalarlo a qualcuno nell’autunno del 1983, ma che poi decisi di tenerlo io, per ragioni di cui adesso preferisco non addentrarmi. Bhe sono storie che non conosci, per cui non sai dove mettere le mani vero? Dovrai chiedermi di trovartelo io, e per qualche ragione lo trovo enormemente confortante. (Nick Hornby Alta fedelta’)
Da questa riorganizzazione e’ venuta fuori questa meraviglia assoluta di Herbie Hancock un inedito in Amburgo del 1993, ancora Herbie Hancock che quando vuole riesce a creare panorami onirici, aperti, sospesi, come in questa incredibile introduzione.
On Air: Maiden Voyage Herbie Hancock Hamburg 07 Nov 1993
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Jan Garbarek – “L’idea del nord”
novembre 17, 2008 by quoyle
Inserito nella categoria Appunti jazz, Focuson, Sassofono, Schede, Storia jazz
Indice generale
1 Preludio
2 L’educazione “Sentimentale”
3 Don Cherry
4 Nothern Lights
5 Bobo Stenson & KeithJarrett
6 Esperienze
7 Places
8 One World
A1 Discografia Jan Garbarek
1 Preludio
Nella società contemporanea, la musica ha perso la gran parte del suo potere “sociale” e “rituale”. Le nostre giornate sono riempite da rumori di ogni tipo ed ogni spazio utile viene riempito con un sottofondo.
Così capita di mangiare in un ristorante con in sottofondo della musica spesso di bassa qualità ed essere immersi in una gelatina sonora durante tutto l’arco della giornata. Questa banalizzazione della cultura musicale, unita al fatto che la musica non è piu’ considerata come un fattore di arricchimento culturale, ha portato e continua a portare un decadimento della qualità musicale ed una perdita di una gran parte del patrimonio istintuale e sociale che la musica riesce a rappresentare.
In questo scenario inquietante risulta quindi fondamentale recuperare le radici etnomusicali della nostra storia, senza pregiudizi di sorta, cercando di riappropiarsi del potere “sciamanico”, curativo e rituale dell’esperienza musicale.
Più di molti altri artisti, Jan Garbarek ed in generale il movimento musicale scandinavo hanno cercato di ritornare alle radici sciamaniche e popolari della musica, in particolar modo delle radici Saami, ritrovando i collegamenti con la tradizione pbalcanica ed asiatica, un processo lungo iniziato negli anni
sessanta dal contatto con il vero profeta della “World Music” intesa nel senso di più ampio respiro possibile, Don Cherry.
Ho iniziato l’ascolto di Jan Garbarek partendo casualmente da un suo disco del 1987 Legend of Seven Dreams, particolarmente attratto dalla copertina, che riportava colori nordici, desolazioni nordiche. Un incontro casuale come spesso e’ successo nel mio approccio alla musica, un incontro che ha iniziato a farmi percorrere una strada di ascolti legati al nord Europa, alle desolazioni ed al senso di natura possente che il nord riesce ad esprimere.
Una musica intimamente legata alla concezione della World Music intesa nel senso piu’ positivo del termine, secondo la concezione appunto di Don Cherry.
A tal proposito sono chiarificatrici proprio le parole di Jan Garbarek sull’identificazione di alcuni elementi peculiari di tale definizione e su come riuscire a filtrare nel mare di informazioni sonore in cui viviamo i concetti primi della musica:
Per chiunque viva in Europa oggi, o in qualsiasi altra parte del mondo in cui si abbia accesso all’informazione mediatica, esiste una World Music fatta di tutto cio’ che sentiamo. E’ tutta nell’etere, nell’aria, tutte le onde. E’ musica folk da tutto il mondo, classica, rock, pop, ogni cosa. Non esiste più la mente musicale pura che ha conosciuto una sola fonte e le e’ rimasta fedele.
E’ raro trovare una persona così nel nostro mondo rivoluzionato dai media. Così qualunque cosa facciamo diventa una trasformazione di questa musica mediale, dalla musica per ascensori a quella per sale da concerto. E’ una gamma molto molto ampia. Bisogna prendere in considerazione moltissime
informazioni. Anche se si cerca di restare incontaminati da qualcosa, non è possibile. Può darsi che quello che fai non lo avresti fatto se non avessi ascoltato quel pezzo in ascensore nel 1987! Non si puo’ fare teoria su queste cose, ma tutto è a nostra disposizione. Puoi entrare in un negozio…. io l’ho fatto e davanti a me c’era un album di musica marocchina. Musica per grandi ensemble. Non sapevo nemmeno che lì esistesse un’orchestra
di questo tipo. Beh l’ho comprato senza ascoltarlo, ed era molto interessante. L’ho comprato d’impulso in un negozio di Tokyo!
Spesso è così che scelgo la musica che ascolto, quasi a caso. Entro da qualche parte e sento o vedo qualcosa. “Ora lo prendo”. Potrebbe valerne la pena oppure no. Comunque resterà dentro di me”
Jan Garbarek from Solothurnmann pag.5
Ed e’ questa la concezione di World Music che anima la ricerca di Garbarek, presente in tutta la sua ormai quarantennale produzione discografica.
Una matrice sonora di partenza profondamente legata al sax tenore di John Coltrane, avviata da un’ascolto casuale di Giant Steps nella Norvegia degli anni 60 e l’incontro fortuito con Jon Christiensen.
Un inizio fatto rinnegando o dimenticando la voce profonda del Nord, per tuffarsi in una forse inevitabile esplorazione della radice Afro Bop del sassofono.
La militanza giovanile nel gruppo orchestrale di George Russell, vero e proprio mecenate e scopritore di giovani talenti e profeta di sperimentazioni orchestrali e sonore.
Ed ‘ proprio con George Russell la prima apparizione discografica di un giovanissimo Garbarek :
“1966 – The Essence of George Russell – Soul Note 121044-2″
La militanza nei gruppi di Russell e’ importantissima a livello formativo per Garbarek, e non solo a livello esplicitamente formativo. L’orchestra di Russell rappresenta infatti un vero e proprio laboratorio, un’incrocio di musicisti, di esperienze e di approcci alternativi al Jazz.
E’ possibile identificare varie fasi nella definizione della poetica musicale di Garbarek, fasi non intese naturalmente in puro ordine cronologico e con rimandi continui alle fasi precedenti e successive in ciascuna di queste :
1. 1966-1970 Fase Afro Americana, fatta di ricerca della tradizione popolare americana del Jazz, acquisizione del linguaggio improvvisativo e sonoro della tradizione Jazz, in particolar modo di quella legata a Coltrane
2. 1970-1980 Fase Impressionista, una fase di adattamento delle sintassi linguistiche apprese nella fase precedente per dipingere paesaggi sonori caratterizzati dalle desolazioni nordiche, frutto in parte delle idee di George Russell e Don Cherry
3. 1980-1985 Fase PanCulturale, un periodo di esplorazione dei collegamenti, della tradizione Saami, un viaggio nella cultura “fuori” dalla saamiland, per arrivare attraverso i Balcani alla concezione musicale indiana, già musa ispiratrice di Coltrane.
4. 1985-1994 Fase Sciamanica, in questo periodo la musica di Garbarek si arricchisce dei tipici colori del folclore, di quella inconfondibile semplicità melodica e ripetitività seriale che la riportano nell’ambito spirituale e rituale
Jazz pa svenska
luglio 7, 2008 by quoyle
Inserito nella categoria Bootlegs, Focuson, Pianoforte, Schede, Storia jazz
Per quanto la diffusione dell’inglese possa aver facilitato la comunicazione a livello mondiale, e’ negativo che il dominio crescente di questa lingua abbia portato ad un grado notevole di ignoranza, se non ad una effettiva diminuzione, riguardo ai risultati o alla poetica della produzione culturale di altre lingue
(Gunnar Ekelof Poeta Svedese)
Questa affermazione e’ applicabile anche alla musica, dove spesso il rapporto della cultura europea con il jazz e’ stato quello di imitazione e dimenticanza delle radici folkloriche della musica. Unita ad una concezione puramente lineare del tempo, dove un qualsiasi atto assume una connotazione reazionaria o progressista,questa concezione ha portato la musica “colta” europea ad allontanarsi dalla radice melodica, rinchiudendosi in una fortezza intellettuale, perennemente alla ricerca del progressista.
Unica faro in questo quadro musicale, in Europa e’ stata la Scandinavia, quella corrente che viene appunto definita Jazz Scandinavo, che viene da lontano dagli anni 60, con la contaminazione avvenuta di grandi pionieri della World Music come Don Cherry e George Russell che hanno frequentato le giovani generazioni di Jazzisti Svedesi,Norvegesi e Danesi.
La via Europea al Jazz puo’ essere riassunta in questi cardini :
- Semplicita’ Melodica
- Raffinatezza Cromatica
- Ripetitivita’ Folclorica (Seriale)
- Drammaticita’ Melodico
- Sobrieta’ Modale
Tutti elementi presenti e riconoscibili nelle opere dei musicisti scandinavi. A partire dal sassofonista Norvegese Jan Garbarek, e di tutto il giro di musicisti maturati e cresciuti dagli anni sessanta in poi (Christiensen, Daniellson, Gullin, Pedersen, Stenson, Johansson, etc…)
La Svezia in particolare ha prodotto e continua a produrre talenti del jazz europeo specialmente nell’arte del pianoforte. Ultimo sfortunato talento il pianista Esbjorn Svensson, appena scomparso ad appena 44 anni, nel fiore della creativita’, esempio magnifico di quello che la musica deve essere, non un punto in una progressione lineare, non una ricerca spasmodica del progressivismo, ma un grafo che riesce a prendere spunto dalla tradizione a guardare avanti senza porsi il problema di un posizionamento nel tempo e commerciale. Questa era la musica di Svensson, primo grande figlio del geniale pianista Svedese Jan Johansson, morto anch’egli prematuramente ad appena 37 anni nel 1968.
Ascoltando la musica di Johansson ancora piu’ di quella di Svensson si riesce a percepire la bellezza cristallina della tradizione Nordica, delle melodie introverse e malinconiche, sciamaniche e ripetitive, della tradizione scandinava.
Il disco Jazz pa svenska e’ stato il disco di jazz piu’ venduto in Svezia di tutti i tempi, raccolta di melodie popolari, fuse con uno swing energico, con una raffinatezza melodica ed una sobrieta’ modale che non ha paragoni nelle produzioni continentali.
Esempio a mio parere ancora insuperato di “world music” nel piu’ vero ed intenso significato del termine. Un’opera di ricerca legata alla semplicita’, come le altre opere di Johansson alla ricerca delle contaminazioni slave nel folclore Scandinavo con i dischi Jazz pa Rynska e Jazz pa ungarska. Un lavoro interrotto drammaticamente in una fredda mattina di inverno nel 1968 da un incidente stradale verso un concerto.
La via pero’ era aperta, il seme aveva fecondato intere generazioni di musicisti Jazz, come appunto Esbjorn Svensson, che voglio ricordare dopo giorni passati a trovare una strada per farlo in questo modo, attraverso i contatti con il suo padre artistico e attraverso il rapporto globale con tutta la musica, lontano dalle etichette che odiava attaccare alla musica, lontano dai critici dalla percezione lineare di cui la musica e’ piena. Uno dei brani piu’ belli del trio appunto Car Crush e’ dedicato alla scomparsa di Johansson, ricordando il suo sound delicato e malinconico tipico del floclore scandinavo.
Ed in un certo senso la voce di questi artisti era stata preceduta da grandi artisti della tradizione colta Europea che avevano saputo “rompere” con la concezione progressista e lineare, come il compositore Finlandese Sibelius e l’ungherese Bartok (ancora una volta tradizione slava e scandinava si avvicinano piu’ di quello che potrebbe sembrare)
La maggior parte della musica ben scritta e’ interminabile. ma non e’ nulla piu’ che uno scarabocchio di note.Manca la vita interiore. Hanno costruito un enorme cantiere navale, ma dov’e’ la nave?
La cosa che colpisce di piu’ dei compositori di oggi e’ l’elucubrazione. Quello che scrivono rassomiglia di piu’ alla matematica, che alla musica, a volte e’ solo matematica. E’ grave che spesso sia priva di vita interiore. Non riesco a concepire che la musica del futuro sara’ cosi’ artefatta come lo e’ oggi. E’ inconcepibile che in quello che si scrive oggi manchi completamente un etica….. Cio’ che e’ eterno a volte abita forme molto modeste.
(J. Sibelius)
E appunto questa la strada intrapresa da molti jazzisti scandinavi, la ricerca della forma semplice della radice popolare, lontano dalla tentazione di estremizzare il linguaggio, e non e’ un caso che questa corrente sia stata influenzata da gente come Cecil Taylor, Archie Sheep, Don Cherry, Paul Bley, Eric Dolphy, gente della cosiddetta “new thing” che paradossalmente attingeva alla tradizione piu’ di quello che pensassero i critici dell’epoca.
Tutti questi musicisti approdati nella recettiva scandinavia sono riusciti a fecondare e rinnovare il linguaggio del jazz in Europa riuscendo a ripopolare dalla piu’ profonda semplicita’ tonale popolare.
Ed il merito piu’ grande e’ sicuramente dello sciamano della musica moderna Don Cherry , che negli anni sessanta raccolse informazioni su quella che si puo’ chiamare musica etnica, raccogliendo informazioni su modi e scale indiane, su pezzi di melodie popolari degli indiani d’america, ricercando la magia curativa del suono, il potere di individuazione della musica rielaborando il concetto di individuazione Junghiano, riuscendo a trovare la via verso il mondo dell’archetipo dove appunto il sogno e l’arte sono le vie privilegiate , fruttuosi e polivalenti verso l’archetipo.
L’archetipo delle melodie ancestrali, primordiali riportate alla luce da Johansson, l’archetipo delle composizioni originali di Svensson che si rifanno in maniera evidente alla tradizione popolare svedese, il suono curativo urlante del sassofono di Garbarek, che sembra richiamare il potere sciamanico della musica, un lavoro denso di significati profondi evidenti e meno evidenti, una tessitura continua di rimandi al passato e proiezioni nel futuro, fuori dal maledetto asse cartesiano che imbriglia gran parte della nostra cultura occidentale, proiettata in un progressivismo senza senso.
Ed e’ forse questa etica che si percepisce in ogni singola nota dei musicisti scandinavi, che mi colpisce che riesce a far risuonare il suono ancestrale dentro di noi, rendendo comprensibile anche quello che e’ difficilmente comprensibile come in una vibrazione naturale, rendendo l’anima dell’ascoltatore una corda che vibra in simpatica con l’archetipo espresso dalla musica suonata.
Ed e’ in questo modo parallelo, che voglio ricordare Esbjorn Svensson, rendendolo partecipe del tutto, rendendo omaggio alla sua musica, criticata dai soliti positivisti progressisti come “semplice” ed invece intrisa di un respiro panteistico, che prende la sua origine dal lavoro geniale e purtroppo poco noto di quello che molti considerano il miglior talento Europeo mai apparso sulle scene musicali appunto quel grande Jan Johansson che condivide con Svensson il destino sfortunato, la genialita’ indiscussa e l’attenzione alle forme melodiche.
On Air Jazz pa svenska
How deep is the ocean?
maggio 2, 2008 by quoyle
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How deep is the ocean (I.Berlin 1932)
How can i tell you what is in my heart?
How can i measure each and every part?
How can i tell you how much i love you?
How can i measure just how much i do?How much do i love you?
I’ll tell you no lie
How deep is the ocean?
How high is the sky?How many times a day do i think of you?
How many roses are sprinkled with dew?How far would i travel
To be where you are?
How far is the journey
From here to a star?And if i ever lost you
How much would i cry?
How deep is the ocean?
How high is the sky?
On Air: Quoyle how deep is the ocean
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Jaki Byard
aprile 24, 2008 by quoyle
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Non ho sonno, anche se sono stanco allora sto qui a fare zapping tra i dischi, mi imbatto in Jaki Byard, meraviglia delle meraviglie. E’ un pianista particolarissimo, oscuro per molti versi ancora a mio parere non completamente esplorato, pieno di quel fascino misterioso della musica di Mingus e di Dolphy, e una grande grandissima cultura sia sul versante Jazz afro americano che su quello classico Europeo.
Troppo spesso sottovalutato e non compreso, autore raffinatissimo e probabilmente uno dei piu’ grandi solo piano di tutti i tempi. Si rimane affascinati dalla freschezza della sua musica, ci sono questi autori carismatici, ascolti due note e sei in un’altra dimensione, preso da qualcosa di veramente unico e speciale.
In particolare quello che mi ha catturato e’ questa performance dalla solita serie Maybeck Hall che esplorero’ in tutta la sua magnificenza, vera bussola, nord magnetico del piano solo. Hello young lovers, canzone del 1951 di Rodgers & Hammerstein dal film The King and I, portata al successo nel 1955 dal solito Frank Sinatra (dovrei parlare di lui prima o poi, ha percorso tutto ma proprio tutto nella storia del jazz, molto al di la di quello che si conosce, sperimentando, portando fuori autori minori, avendo il coraggio di cantare Wilder e tante altre perle, ma questo e’ un altro film)
Hello young lovers whoever you are
I hope your troubles are few
All my good wishes go with you tonight
I’ve been in love like youBe brave young lovers and follow your star
Be brave and faithful and true
Cling very close to each other tonight
I’ve been in love like youI know how it feels to have wings on your heels
And to fly down the street in a trance
You fly down a street on a chance that you’ll meet
And you meet, not really by chanceDon’t cry young lovers whatever you do
Don’t cry because I’m alone
All of my mem’ries are happy tonight
I’ve had a love of my ownI’ve had a love of my own like yours
I’ve had a love of my own
On Air: Jaki Byard from Maybeck Vol – 17 Hello Young Lovers (Rodgers/Hammerstein)
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