Duo (Interplay)
aprile 26, 2006 by quoyle
Inserito nella categoria Chitarra, Concerti, Pianoforte
Stasera a Sassuolo (Modena), inauguriamo un duo atipico almeno per me (faremo il Bis a Pistoia il 13 Maggio per strada) , pianoforte e chitarra, difficolta’ forte nel conciliare questi due strumenti, pericolo di interferenze distruttive ad ogni accordo. Abbiamo fatto una sola prova Lunedi’ fino alle 4 di mattina, cercando di uscire dagli schemi tema, solo pianoforte, solo chitarra, cercando un dialogo e qualcosa di omogeneo, qualcosa che sia autoconsistente non espressione di due entita’ distinte, ma di un solo pensiero musicale espresso in sinergia dal piano e dalla chitarra, utilizzare al massimo la tavolozza timbrica dei due strumenti lasciando uscire percussivita’. lirismo e suono. Abbiamo scelto un repertorio che ci permetta almeno per la maggior parte del tempo di concentrarci pienamente sulla musica e non sullo spartito, che ci consenta di ascoltarci e lasciare andare i freni. Non nascondo che sono preoccupato perche’ e’ veramente una sfida difficile far suonare pianoforte e chitarra insieme in maniera non banale e piacevole. Sono felice per la scelta di un brano che non mi era mai riuscito suonare in pubblico, la bellissima I’ve grown accustomed to her face da My Fair Lady, un brano splendido, inspiegabilmente pochissimo suonato nonostante la ricchezza e varieta’ armonica. Preghiamo ed invochiamo il dio dell’interplay.

La scaletta in buona approssimazione ed in ordine sparso. (tutti brani di cui piu’ o meno o parlato postato nei mesi scorsi)
A weaver of dreams
I’ve grown accustomed to her face
Moon River
Over the Rainbow (solo Piano)
In a sentimental Mood
Beautiful Love – Alone Together Medley
You and the night and the Music
Estate – Autumn Leaves Medley
On Green Dolphin Street
My foolish Heart
But not for me
Things Ain’t what they used to be
How deep is the ocean
Zingaro (Retrato em branco e preto)
Charlie Haden – The Montreal Tapes
marzo 3, 2006 by quoyle
Inserito nella categoria Batteria, Concerti, Contrabasso, Pianoforte
Nel 1989, il festival internazionale del Jazz di Montreal ha organizzato una serie di otto concerti dedicati a Charlie Haden
30 Giugno Joe Henderson ed AlFoster
1 Luglio Gerri Allen E Paul Motian
2 Luglio Don Cherry ed Ed Blackwell
3 Luglio Gonzalo Rubalcaba e Paul Motian
5 Luglio Pat Metheny e Jack DeJohnette
6 Luglio Egberto Gismonti
7 Luglio Paul Bley e Paul Motian
8 Luglio The Liberation OrchestraTutti i concerti sono stati registrati da Radio Canada e la maggior parte saranno rilasciati dalla Verve
Probabilmente uno dei piu’ belli di questi concerti e’ stato quello con Gonzalo Rubalcaba e con Paul Motian, un sogno che Charlie Haden aveva da tempo, e che non era stato possibile realizzare per l’embargo tra Cuba e gli USA. Il Festival di Montreal ha reso possibile questa magia, di azzerare le frontiere, di far dimenticare i confini geografici e le diverse formazioni dei musicisti. Gia’ il titolo del disco e’ squisito, The Montreal Tapes, i nastri di Montreal, sembra di essere partecipi di un evento intimo, raro, caldo e di essere ascoltatori privilegiati.
Mi sono messo all’ascolto di questo disco con curiosita’, volevo vedere come il pianismo virtuoso ed esplosivo di Rubalcaba si coniugasse con il lirismo di Haden e con lo swing di Motian. L’inizio del concerto e’ rarefatto, il tempo sembra non esserci, le note fluiscono gradualmente ed il suono e’ meravigliosamente caldo e scuro, molto europeo come gusto, niente riverberazioni esasperate, tutto molto nudo ed essenziale e semplice. Si ascolta il materializzarsi graduale dell’idea musicale, il piano di Rubalcaba, con quel suono scuro che a noi Europei piace tanto, inizia a costruire, in maniera lirica e percussiva allo stesso tempo l’ingresso di Haden e Paul Motian, ed all’improvviso ci si trova immersi nel suono profondo e corposo del basso e cristallino della batteria. Un senso del tempo e di gestione dei silenzi che lascia senza parole, un ascolto impegnativo, che non concede nulla alla leziosita’. Il concerto procede con una scelta di brani quanto mai adatti alle caratteristiche di questo trio, anche Paul Motian suona diversamente per adattarsi al pianismo eclettico ed Ispanico Caraibico di Rubalcaba. Il primo brano e’ Vignette un brano di Gary Peacock, un bell’omaggio di Haden a questo troppo spesso sottovalutato all’ombra di Jarrett contrabbassista. Il brano piu’ bello di questo disco e’ secondo me Silence di Charlie Haden, un brano che fa emergere pienamente il lirismo delicato e struggente del basso di Haden. Atmosfere neoclassiche, in cui anche il pianismo di Rubalcaba si esprime al meglio. Il concerto si conclude con una versione di Solar, uno swing serrato in cui Rubalcaba magicamente riesce ad inserire richiami di pianismo caraibici, con interveni di pianoforte in Montuno che lasciano davvero senza parole per la varieta’ armonica e ritmica. Un disco discorsivo, fatto di dialogo fitto tra i tre musicisti in cui emerge la grande voglia e la passione che ha portato i tre musicisti a suonare insieme, un desiderio di vecchia data che diventa realta’, un augurio, una speranza che le difficolta’ e le barriere di qualsiasi tipo possano essere abbattute dalla passione e dall’onesta intellettuale.
Rating: 




(On Air Silence Charlie Haden)
Di archi, concerti, pianoforti, dischi, caraibi
dicembre 12, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Archi, Blog, Classica, Concerti, Pianoforte, Strumenti Musicali
Sempre alla ricerca di calma e serenita’, mi sono regalato un fine settimana di full immersion nella musica, una giornata fuori dalle infrastrutture quotidiane. Una giornata per ascoltare due concerti e cercare musica in giro per negozi, e nient’altro. Senza programmi, se non le scadenze degli orari dei concerti. Ore 18 Sala Santa Cecilia Rachmaninoff Concerto per pianoforte ed orchestra n3 e Danze Sinfoniche, Ore 21 Sala Petrassi Michel Camilo Solo Piano, mattina e primo pomeriggio alla ricerca di dischi senza idee, semplicemente aspettando che mi scegliessero loro, guardandomi dagli scaffali dei negozi. Era tanto che non uscivo realmente dal quotidiano, dai pensieri, dalle routine con me stesso. La mia ricerca di musica, ha prodotto danni economici non trascurabili, considerando che i cd saltavano letteralmente nelle mie mani, chiedendomi con aria indifesa di portarmi via con me, e si sa ho l’animo tenero quindi…. Cosi’ senza rendermi conto sono arrivato al primo concerto, in uno stato di assoluta incoscienza, come portato da un’orgia musicale.
Era tanto tempo che desideravo vedere il concerto per pianoforte ed orchestra numero 3 di Rachmaninoff, un concerto che in questi ultimi mesi mi ha fatto molto compagnia, ha risuonato molte volte nel mio lettore cd, nelle varie versioni, poi da quando ho deciso di vederlo dal vivo ancora di piu’, le varie interpretazioni, Horowitz, Kissin, Orozco, Kocsis, tante interpretazioni diverse, piu’ morbide, piu’ calde, piu’ fredde, piu’ spigolose. Un concerto difficile, il pianoforte e’ da virtuosi, alcuni passaggi sono realmente folli, un mare di note in un dialogo fitto con l’orchestra. E’ stato veramente emozionante l’avvio, il suono dell’orchestra, compatto, ero praticamente sotto il palco, e sentivo meravigliosamente bene, ogni piccola sfumatura del suono, il pianoforte Fazioli, cristallino il suono di quel pianoforte che riusciva a reggere l’impatto dell’orchestra, il volto di Demidenko in vero stato di trance emotivo, che canticchiava i passaggi piu’ lirici. Mi sono emozionato, per la forza dell’orchestra per il calore del suono in cui mi sono sentito completamente avvolto, il respiro degli archi, quel soffio magico che si sprigiona dagli archi, mi emoziona sempre, i crescendo che ti arrivavano al centro del petto, e la faccia, quella faccia stanca, veramente stanca del pianista alla fine del concerto, stanca e tesa, cosi’ diversa dalla faccia di Horowitz durante l’incisione a NY, in quel caso una faccia rilassatissima e soddisfatta, le mani di Horwitz volavano sulla tastiera, un po troppo per i miei gusti, la sua faccia non mostrava nessuna emozione, era compiaciuta, compiaciuta della propria arte, naturalmente ogni confronto e’ inutile, e nonostante in qualche passaggio Demidenko sia stato sporco e non sia riuscito nell’improbo compito di essere pulitissimo, mi ha emozionato era realmente dentro il suono, si emozionava e questo ha reso calda l’esecuzione difficilissima. Il concerto mi ha riempito, le Danze sinfoniche sono passate inosservate, non riuscivo ad entrare e concentrarmi, solo qualche guizzo delle percussioni ha richiamato la mia attenzione persa nel cercare di metabolizzare l’emozione di aver finalmente ascoltato il concerto dal vivo.
Una pausa vinosa prima di rientrare in teatro altra sala, altro pubblico, altre atmosfere. La musica caraibica, ritmo e lirismo come solo nei caraibi e’ stato possibile fondere, di Camilo. Gia’ pregusto i montuno indimenticabili, i poliritmi piu’ sfrenati, i tumbao di mano sinistra che ti fanno scuotere il corpo, e non ti fanno sentire la mancanza di nessuno strumento, Camilo e’ una perfetta orchestra di ritmi latino americani, percussioni, pianoforte e basso, tutto nello stesso uomo. Ed il concerto non ha deluso le mie attese, anzi ho trovato un Camilo a tratti molto piu’ meditativo di quello che conoscevo, interpretazioni di Round Midnight, Our Love is here to stay, interessanti , particolarmente Round Midnight vestita di un colore intimista, con una sezione centrale tutta giocata sul suono. Poi le composizioni piu’ grandi di Camilo, Caribe, Why Not, con quella potenza impressionante che veniva fuori dal pianoforte, che dopo 40 minuti di concerto aveva gia’ subito all’accordatura per le bordate fortissime che Camilo regalava…., un ritmo di Guajra trascinante, io davvero raramente ho sentito un pianista portare una Guajra in maniera esemplare come questa suonata da Michel Camilo ieri sera, una miscela di lirismo, ritmo, percussivita’ che mi hanno lasciato senza fiato. Ecco credo davvero che Camilo sia insuperabile per i ritmi caraibici, per la sua capacita’ innata di creare poliritmie, montuno e tumbao di basso perfettamente incastrati, meno memorabili le sue incursioni nel repertorio del jazz classico, dove non ci sono stati guizzi particolarmente interessanti, grande scuola e conoscenza del repertorio, ma niente di nuovo. Quando invece il pianoforte iniziava le incursioni nelle sonorita’ caraibiche c’era da rimanere incantati, per la tecnica e la vera gioia che veniva fuori dal suo modo di suonare, i colori ed i profumi, quelli del caribe. E’ difficile suonare a quei ritmi per novanta minuti, Camilo non si risparmia, le sue mani che percuotono il pianoforte trattandolo come una percussione mi hanno veramente impressionato eppure al termine di questo concerto regala anche due bis, nonostante la fatica sia ben visibile, sia nel suo modo di suonare che sul suo viso.

Non contento della giornata musicale, continuo la serata bevendo ancora qualcosina a casa di amici e poi riascoltando le registrazioni che ho fatto dei concerti a letto, addormentandomi sul secondo movimento del concerto di Rachmaninoff, completamente avvolto dagli archi e dalle sensazioni della giornata, pensieri belli, pensieri brutti, che si sono accavallati durante il giorno, perdendo gradualmente conoscenza e piano piano scivolando nel sonno forse convinto che il mondo che ho ascoltato ieri sera sia quello vero…., con la solita percezione alterata della realta’ che sta decantando solo oggi gradualmente.

(On Air Rachmaninoff Concerto n3 per piano ed orchestra — Guajra Michel Camilo)
Crack (Ovvero l’arte nipponica della guerra)
Sono decisamente tornato, anything goes…. direbbe Cole Porter, dunque ieri sera musica dal vivo al Mo Jazz di San Miniato, con il mio quartetto (trio + cantante). Sento da prima che la serata andra’ bene, le senti le mani che rispondono, qualche idea mi viene in testa su In a sentimental mood, insomma sono carico, ed ho solo voglia di chiudere gli occhi ed uscire dal mio corpo, come mi capita quando suono veramente.
Il locale e’ frequentato da figuri della provincia pisana, gente che di giazzzzz proprio non ne vuol sapere mi sento come a Fort Apache, assediato dai selvaggi che urlano gridano, e proprio della musica che facciamo non gli frega un emerito….. Comunque devo dire sono soddisfatto della mia capacita’ di astrazione totale, metto una cupola protettiva ed esistono solo i musicisti sul palco ed un paio di tavolini nelle vicinanze che ascoltano interessati, il resto fuori. Le mani vanno bene, il cervello anche non disturba, non si intromettono pensieri che non dovrebbero essere li, tutto va come dovrebbe, anche il bassista e la cantante che amoreggiano sul palco, cinguettando allegramente appena lei smette di cantare ed io inizio il solo, e scambiandosi bacini adolescenziali e rituali di corteggiamento dei pavoni canadesi sul palco, non riescono ad intaccare la mia concentrazione, anche su You don’t know what love is dove il rituale di corteggiamento del pavone raggiunge il massimo facendo prendere delle meravigliose alterazioni cromatiche al bassista, non riesce a scalfire la mia seraficita’, suono ignorando quello che disturba, penso solo alla musica, una versione bossa lentissima di All of me ed un intro lunghissimo che mi sono concesso finalmente sfidando le mie insicurezze su In a sentimental mood, del resto me lo sentivo, avevo voglia di farlo, mi montava dentro da tutto il giorno. Insomma alla fine della serata sono soddisfatto, era tanto tempo che non riuscivo ad esprimermi cosi’, sono io, nel bene e nel male, ma non avrei potuto suonare diversamente, e non avrei voluto suonare diversamente ieri sera ed e’ una bella sensazione, smonto il pianoforte, lo ripongo nella custodia e mi avvio a compilare il foglio della siae…., torno candido ed etereo verso il mio pianoforte lo prendo come una tigre prenderebbe amorevolmente il suo tigrotto, lo sollevo e….. disgrazia non ho chiuso la custodia, il tigrotto rotola fuori dalla custodia lentamente rimane in bilico in verticale….. io lo guardo disperato mentre inesorabilmente cede alla forza di gravita’ abbattendosi rovinosamente sul parquet del locale….. silenzio, tutto quello che era intorno si ferma per un momento, vorrei aver fotografato la mia faccia…. il labbro aperto il pianoforte riverso sul legno scuro, la faccia del batterista che dopo qualche secondo incomincia a ridere, un uomo distrutto, ma ma che ho fatto di male, perche’ ho questo rapporto con i pianoforti elettrici, e mi odiate cazzo, prima i mibemolle adesso tutto il mio adorato pianoforte… insomma, lo prendo tra le mie braccia amorevoli lo coccolo un po, non ci sono segni evidenti di morte fisica, niente che faccia rumore, niente graffi, la meccanica e’ ok. Lo ripongo solennemente nella custodia e mi avvio al bancone, dove per dimenticare ingurgito un paio di rhum e pera, con i gestori del locale disperati perche’ vogliono rendere un po meno cinghiale il pubblico (ah i buoni propositi mi commuovono sempre…parlano di educare il giovane san miniatese all’ascolto del jazz… mi sembra un comitato anarchico di cospiratori, eh si dobbiamo educarli, renderli partecipi, al sud queste cose non capitano il gestore e’ di napoli, giu’ la gente ascolta la musica, non mi aspettavo di avere un pubblico cosi’… etc.. si fanno le tre ed io torno mesto verso casa).

Naturalmente non potevo aspettare, scarico il mio cucciolo, lo porto in casa, lo adagio amorevolmente sul trespolo e lo accendo… eureka si accende, lo attacco all’amplificatore, eh non mi frega se sono le quattro devo sapere devo sapere e funziona, tutto,…. ma ma come funziona, niente graffi, niente danni vabbe meglio cosi’, vado a letto immaginando come potermi sdebitare con tanta sapienza costruttiva nipponica, d’ora in poi acquistero’ solo prodotti nipponici, autovetture nipponiche, dischi registrati in giappone, computer giapponesi, mettero’ la bandiera del sol levante nell’ingresso, mi faro’ venire gli occhi a mandorla e mangero’ solo sushi, ah che bella terra ah che tecnologia avanzata ah… che nottata…
(On Air In A SEnTimEntal MOod)
My Ideal

Era tanto tempo` che cercavo un gruppo che avesse energia dentro, che suonasse per suonare per il gusto di farlo. Il primo problema da risolvere era un bassista, A.A.A Bassista cercasi disperatamente.
Il mio atteggiamente verso i bassisti e’ sempre stato quello di ricerca perpetua, di qualcuno che sapesse intendere quella meraviglia di strumento per quello che e’ strumento anche polifonico con una visione armonica complessa, ed un senso ritmico travolgente… eh gia’ forse difficile da trovare, la ricerca del mio bassista ideale.
Sebastiano lo conobbi nel 1991 all’universita’, studiavamo insieme, un ragazzo introverso, fricchettone decisamente, con gusti musicali variegati dai Living Colour a Keith Jarrett, iniziammo a suonare insieme in una formazione di Rock Progressivo con canzoni dedicate agli indiani d’america (Oh i fricchettoni…), ed a fare piccoli esperimenti nella forma jazzistica.
Beh musicalmente io mi innamorai subito di lui, era una forza, solido, intelligenza musicale altissima, capacita’ di correggere il tiro in pieno volo musicale immediata, uno sguardo e si riusciva a cambiare direzione a volte mi sembrava pensassimo insieme.
Siamo cresciuti insieme musicalmente, facendo tappe importanti di crescita un concerto all’estero e poi la separazione, ognuno per le sue strade, lui musicista professionista, io che smetto di suonare
Ci siamo persi di vista, per 5 anni, qualche giorno fa un sms del chitarrista con cui suono adesso
-Abbiamo una serata il 25 Agosto che si fa?
-Divertiamoci, cazzo metto su una sezione ritmica da paura ok chi se ne sbatte dei soldi, godiamo
-Ok
Allora prendo il telefono e lo chiamo, sono passati tanti anni, ma e’ bello risentirsi insomma senza indugi mi conferma la serata, e finalmente potro’ suonare con il MIO bassista. Un problema risolto, passiamo alla batteria, eh la batteria altro problema eterno, difficile trovare un batterista con cultura musicale eterogenea ( per il tipo di musica che mi piace fare estremamente contaminato dalle radici africane e cubane al jazz newyorkese con puntatine nel pop e nella tradizione italiana..).
Non ho mai trovato un batterista ideale, un percussionista si che per natura sono piu’ contaminati ed aperti alle culture musicali. Qualche sera fa ho avuto la fortuna di suonare con un gruppo di giovanissimi musicisti a Viareggio (la sera della porta sfondata…), il batterista e’ bravo mi piace un bel drumming pulito ed energico, idee musicali, anche se e’ un tipo profondamente maniacale ed ansioso, ripete 50 volte le cose, se un piatto e’ spostato di 1cm rispetto alla sua posizione ideale e’ capace di farne un dramma, per fare i suoni riesce a impiegarci il tempo che ci impiegherebbero i Wiener….. lo chiamo ed immediatamente anche lui con entusiasmo mi conferma la presenza.
Sulla cantante non ci sono dubbi, Lotta, stiamo lavorando insieme da Marzo, una camminata accanto, un’intesa musicale ed umana che va oltre un bel po di queste maledette infrastrutture sociali, un vissuto degli ultimi mesi intenso con una bella fetta di un Quoyle che conosce solo lei. Ancora Sam alla chitarra con cui stiamo facendo un percorso musicale di disciplina ed approfondimento degli standard con altri due meravigliosi musicisti di Firenze. In generale non amo suonare con i chitarristi, non hanno la percezione della potenza devastante che puo’ scatenarsi dai loro strumenti, e se non sono sufficientemente equilibrati tendono a coprire tutto ad impastare con voicings azzardati, alterazioni improbabili e soli al limite della barriera del suono… Sam e’ diverso sa suonare in gruppo (probabilmente anche le esperienze in big band jazz aiutano), deve ancora sviluppare un gusto che non sia solo prettamente jazzistico, ascoltare tutto, pop, blues, classica, etnica etc…, ma il tipo di interazione e la positivita’ del suo carattere sono un’amalgama indispensabile, oltre al fatto che e’ un solista di tutto rispetto.
Insomma il gruppo e’ fatto la scommessa avviata, mettere insieme persone che conosco in ambiti diversi insieme sullo stesso palco, so che sono persone meravigliose, so che la musica per loro e’ pancia e non tecnica, e spero che tutto vada come deve andare.
La prima ed unica prova il 23 Agosto ore 21 a casa del chitarrista, una prova incredibile sono arrivato con tutte le parti scritte, non voglio trasformare questa serata in una Jam Session, quindi il repertorio e’ fatto di brani anche molto complessi, ma vale la pena di rischiare.
Le prove sono continuate fino alle 4 di mattina, tra vino, risate, e stupore per il sound che veniva fuori, dalle atmosfere sognanti e leggermente nordafricane di Calling You, alle tensioni latine di Amore mio Mannaggia a te, al delta del mississipi di Black Coffe, alle aperture nordamericane di Moon and Sand. Il lato umano poi’ e’ meraviglioso sembra si conoscano tutti da una vita ed insomma tutto lascia prevedere una bella serata.
Decidiamo di partire rilassati con un pezzo di Norah Jones Don’t know why, solo basso e voce per i primi chorus, sento subito la scintilla vitale della voglia di suonare , il sound e’ ottimo si sente bene sul palco, il pubblico non e’ numeroso ed abbastanza freddo, ma questo non e’ un problema per noi, abbiamo una tale voglia di suonare che davvero si suona per la meraviglia e lo stupore di quello che viene fuori, il secondo pezzo il Tempo dei Limoni di Tenco e’ la versione piu’ bella che abbia mai suonato, dinamiche, crescendo, soli che parlano, frasi che hanno un senso, il senso dell’attesa, il senso del blues e da questo punto in poi e’ una discesa, You don’t know con un ritmo ed un pedale ossessivo di basso, rhodes che amalgama il tutto, la voce di lotta che esprime quel blues quel dolore e quell’ossessione dell’amore desiderato e perduto. Il mio solo su questo brano e’ lungo, parte con poche note, pochissime, niente voicings sulla mano sinistra, lo lascio venire fuori, non metto filtri non lo disturbo, e cresce sento il basso e la batteria che lo seguono, che lo ascoltano, lo capiscono e lo lasciano venire fuori dolcemente come un amico quando ti ascolta, senza strappi senza sussulti, non so quanto e’ durato il solo forse 4 o 5 strutture, ma lo ho lasciato ad un livello di tensione altissimo, lasciando cadere le dinamiche, per far ripartire un’altro pensiero quello di Samu. Ti senti svuotato dopo un solo cosi’, svuotato ed anche un po scosso, come aver tirato dentro di se dei pezzettini di qualcosa, come essersi guardati dentro, come aver condiviso con gli altri qualcosa di molto intimo ed e’ una bella sensazione. Il concerto e’ durato circa 3 ore… si 3 ore con circa 12 brani, soli belli lunghi ispirati, idee incredibili per uscire dalle inevitabili insidie delle prove limitate, sorrisi ed umanita’ bella, che finisce nel desiderio di continuare a suonare insieme, parlando sugli scalini di una piadineria, raccontandosi pezzettini di vita, briciole di devastazione, pezzi di felicita’ fino all’alba ed alla prossima volta…
My Ideal
Lyrics by: Leo Robin
Music by: Richard Whiting
Will I ever find the girl on my mind, the one who is my ideal
Maybe she’s a dream, and yet she might be
Just around the corner waiting for me.
Will I recognize the light in her eyes, that no other eyes reveal
Or will I pass her by and never even know that she is my ideal.
(On AiR My IDeAl LUcA FloRes)















