Avevo gia’ parlato di questa ballata, nella versione eterna del disco live di Stan Getz, opera del bassista piu’ lirico che la storia della musica Jazz abbia mai visto Charlie Haden, una linea melodica essenziale estrema e cantabile, struggente la versione testamento di Stan Getz accompagnato da Kenny Barron nel disco People Time. Sono un paio di giorni che non riesco a toglierla dalla testa, quei passaggi che fanno male dal maggiore al minore, un brano tanto semplice quanto difficile da rendere, e’ ancora molto lontano dalle mie capacita’ di interpretazione, lo suono da tempo, ci giro intorno ed ogni volta mi stupisco di quanta bellezza essenziale e profonda sia racchiusa nei passaggi della melodia, e di quante possibilita’ di interpretazione ne esistano.
Mancavano i Doctor 3, dopo circa 3 anni dall’ultimo disco e’ da poco uscito il loro nuovo lavoro Blue. Perfetta sinergia di titolo, copertina e musica, per un disco introspettivo e quasi minimalista nell’approccio al suono, un viaggio affascinante in repertori inusuali dalla bellissima Close to you di Bacharach fino ad Emozioni di Battisti. Danilo Rea e’ sempre piu’ bravo, maturo ed emozionante, la musica e’ accogliente ed avvolgente, difficile capire dove smette il tocco magico di Sferra alla batteria e quando il tema passa dal basso o dal pianoforte, il trio suona come un’entita’ unica. Un trio che ha amato sempre la musica intesa come racconto, il potere immaginifico della musica, con le Winter Tales, le sospensioni impressioniste di Rea, che anche in questo disco racconta ad esempio nel toccante e struggente Theme from Schindler’s List, dove il lirismo di Rea raggiunge l’apice, continuo ad ascoltare le sfumature che questo trio riesce a regalare. Mancavano decisamente i Doctor 3, mancava la loro freschezza ed il loro modo di interpretare quella magnifica forma di espressione musicale che e’ il trio Jazz quando si incontrano 3 anime affini e blue come Rea, Sferra e Pietropaoli.
A volte mi dimentico, ci dimentichiamo che la musica e’ essenzialmente gioia. Periodo buio, giornate lavorative senza molto senso, sono le 19.30 decido di uscire e di cercare qualcosa che riesca a distrarmi, passando nel corridoio verso l’uscita intercetto una discussione surreale, stanco intervengo, logorroico come solo il sonno e la fatica mi rendono, trascino una collega mai vista fuori con me per ascoltare questo concerto. Mi attira la presenza di Paolino dalla Porta principalmente, sono leggermente preoccupato dalla formula trio sax, basso, batteria, formula pericolosa che spesso dopo un paio di pezzi puo’ risultare fatalmente noiosa. Il gruppo e’ formato da Stefano Bearzatti Sax, Paolino Dalla Porta Contrabasso e Manu Roche Batteria. Dalle prime note rimango colpito dal lirismo del gruppo e dal bel sound libero ed arioso (spesso noi pianisti siamo colpevoli di riempire troppo gli spazi sonori), l’espressione di Paolino e’ eloquente, si divertono, Bearzatti ha un bellissimo suono di Sax e Manu Roche colora fantasticamente la ritmica, mi piacciono molto, il concerto continua con grande interplay, divertimento tra i musicisti, complicita’, rischi, corse su fili recuperate ad un passo dalla caduta, risate sincere ed una bella umanita’ che veniva fuori da quelle note. Le composizioni tutte originali di Bearzatti e di Paolino Dalla Porta, mi ha colpito in particolare una Lullaby for Ugo che e’ stata sublime, appena sfiorata dal sassofono, con un’introduzione di Contrabasso che mi ha letteralmente fatto volare via dalla sedia. Era molto tempo che non vedevo un divertimento autentico, privo di mestiere, un concerto fatto da musicisti per poco pubblico, con una gioia vera ed un desiderio profondo di suonare, sentendo ogni nota, suonando ogni nota come diceva Flores come se fosse l’ultima.