In love in Vain (Kern)

febbraio 12, 2006 by quoyle  
Inserito nella categoria Standards, The Art of Trio E=Mc3

Questo e’ stato uno degli standards di cui ho parlato proprio all’inizio di questo blog, uno standard che amo, uno di quelli che inspiegabilmente non sono molto suonati. Ne conosco poche versioni in particolare Alan Broadbent, Keith Jarrett, Doris Day, Sarah Vaughan e naturalmente Bill Evans e comunque decisamente trascurato nelle ultime produzioni. Io lo trovo magnifico, se Never Let me go per alcuni versi rappresenta la perfezione come qualcuno scrisse in uno dei commenti, In Love in Vain ha dentro di se uno swing che difficilmente si trova in altri brani. Lo abbiamo registrato per il nostro demo e questa on line e’ una versione ancora non definitiva nel mixaggio. Versione arrivata quasi inaspettata, alla fine di un sabato di registrazione dove le maledette cuffie inibivano ed imbrigliavano la creativita’, amplificavano impietosamente le imperfezioni, rendendo davvero complicato essere dinamici e saper interagire come sappiamo.

Music by: Jerome Kern (J. David K.)

It’s only human for anyone to want to be in love,
But who wants to be in love in vain?
At night you hang around the house and eat your heart out,
And cry your eyes out
And wrack your brain.

You sit and wonder why anyone as wonderful as he
Should cause you such misery and pain.

I thought that I would be in heaven,
But I’m only up a tree,

‘Cause it’s just my luck to be in love in vain.

You sit and wonder why anyone as wonderful as he
Should cause you such misery and pain.

I thought that I’d have easy sailing
But instead, I’m all at sea,

‘Cause its just my luck to be in love in vain.

(On AIr IN lOve IN Vain)

A time for love ( Johnny Mandel )

ottobre 19, 2005 by quoyle  
Inserito nella categoria Blog, My Music, Pianoforte, Standards, The Art of Trio E=Mc3

Ieri sera prove con il trio, ero stanco, messo malino fisicamente, triste, ma non avrei rinunciato per nulla al mondo a quelle 2 ore di prove. Un trio per un pianista e’ qualcosa di fondamentale, e’ un grande amore se funziona bene, se tutti gli ingranaggi girano come dovrebbero, e’ sentire davvero il jazz. Il trio e’ una delle formule jazzistiche piu’ difficili, essere creativi, continuamente inventare, stupire, cercare di uscire dalla ripetitivita’ di tema piano, solo piano, solo basso, scambi con la batteria, tema piano, cercare di costruire un suono unico, un identita’ musicale, ogni brano una suite in cui non si riesca piu’ a riconoscere il piano, il solo, il tema, ma semplicemente un pensiero musicale.

Abbandonare la maledizione di molti pianisti, la mano sinistra invadente, in un trio che funziona la sinistra sa stare al suo posto, non riempie vuoti, non ha paura del silenzio, si fida di quello che ha sotto. Ecco il segreto del trio e’ la fiducia, si e’ innamorati follemente degli altri musicisti che suonano con te fino a non poterne fare a meno, sai che puoi osare, puoi dire quello che hai in testa senza paura, stare in silenzio per qualche battuta, ignorare quel tempo maledetto che scandisce anche la musica, prenderlo per il culo quel tempo, uscire quando vuoi, rientrare, entrare proprio in un altra dimensione spazio temporale. Capisco perche’ i grandi trii della musica jazz siano formazioni cosi’ solide, cosi’ intime anche al di fuori del palco, c’e’ qualcosa che unisce magicamente il pianoforte, il contrabasso e la batteria, tre aspetti diversi del pensiero musicale. Bill Evans e Scott Lafaro ne avevo parlato in un post di quella storia d’amore, di come la musica di Bill Evans abbia per sempre ricercato le note di Lafaro, il suo odore nella musica degli altri contrabbasisti, opera disperata. Del trio di Jarrett ci sarebbero pagine da scrivere, un trio fondamentale, granitico, in cui nonostante la personalita’ ingombrante di Jarrett, e’ l’insieme che viene fuori, non Jarrett, altro trio fondamentale almeno nella mia formazione quello di Chick Corea, Roy Haynes e Miroslav Vitous, Trio Music, contaminazioni percussive, swing cattivo, aperture verso la musica classica, un bel modo di interpretare questa forma. Ancora i trii di John Taylor con Peter Erskine, trii quasi taoistici, di svuotamento, l’importante della ruota e’ il mozzo, e la parte piu’ ingombrante e’ il vuoto, svuotare la musica, ovvero come mantenere uno swing violento svuotando di note e colpi inutili la musica. Ancora i trii di Pieranunzi con Sferra, naturalmente gli ultimi esperimenti di trio di Mehldau, in cui nonostante basso e batteria non siano assolutamente paragonabili artisticamente al genio di Mehldau, sono funzionali e sarebbe impensabile quel trio senza Rossy o Grenadier, i tentativi di superamento della forma del trio di Svensonn e dei Bad Plus, con aperture alle sonorita’ piu’ elettriche dei campionatori.

Ecco lo sapevo ho divagato, il trio mi entusiasma e mi apre ricordi musicali incredibili, insomma ieri sera nonostante le cause ambientali ed interiori decisamente avverse ho fatto di tutto per fare quelle due ore di prove. Di solito propongo qualche pezzo e naturalmente la nostra intesa e’ talmente alta che si tratta quasi sempre di brani che sono nel DNA musicale di Giampaolo e Sebastiano. In questi giorni sono ossessionato da alcuni brani che avevo esplorato nei giorni scorsi, si tratta di Everything i love (di cui una esplorazione e’ online nel radioblog), Just one of those things, So in love tutte di Cole Porter, e la bellissima e quasi sconosciuta ballad A Time for love di Johnny Mandel, un brano che vinse l’Oscar come migliore canzone per il film an American Dream nel 1966 .

Suonare questi brani cosi’ complessi nel loro significato e nelle loro progressioni armoniche e’ sempre una sfida, suonarli tutti in una sera, due take per ogni brano, la prima per avvicinarsi timidamente al cuore del brano, la seconda per esplorarne le pieghe, iniziare ad osare, e’ una cosa meravigliosa, ci si perde, nelle armonie di Porter e di Mandel, quanto conoscevano l’animo umano, in particolare suonare A time for love e’ un esperienza mistica, alla fine della ballad (che i miei due amici non avevano mai ascoltato) avevamo i lucciconi agli occhi, per quelle note meravigliose, quelle armonie sapienti che sapevano cosa toccare e come toccarlo per accendere il sentimento del desiderio di amore, ognuno di noi avra’ fatto i suoi pensieri, avra’ avuto le sue immagini, le sue suggestioni, ed a ben vedere quelle immagini erano li al centro della stanza, nella musica che si univa al centro. Consiglio tre versioni di questo brano una di Shirley Horne, magica, lirismo e sospensioni, la sua voce profonda che canta il desiderio dell’amore, una di Bill Evans, assolutamente imperdibile le armonie di Evans, i suoi vocings, mettono i brividi ed una molto particolare dell’ensemble latino di Poncho Sanchez, registrata e pubblicata in un disco dal vivo, con un sax contralto che e’ struggente. Terminare la prova con quelle sensazioni sulla pelle e’ stato bello ed anche una maledizione, potenza delle note del brano, far sentire nell’aria l’odore dell’amore, cambiare i colori, far piombare il mio animo in uno dei miei soliti stati di coscienza alterata in cui i colori diventano diversi, la realta’ non esiste piu’ per come sono abituato a vederla a sentire una profonda desolazione ed un senso di solitudine fortissimo rientrando a casa sotto la pioggia, dopo una birra con Sebastiano a parlare delle nostre storie, delle difficolta’ , della nostra umanita’, guidando per le strade di periferia di una Pisa desolata e desolante.

 

A time for love (Mandel/Webster)

A time  for summer skies,
For hummingbirds and butterflies.
For tender words that harmonize with love

A time for climbing hills,
For leaning out of window sills
Admiring the daffodils above.

A time for holding hands together,
A time for rainbow colored weather,
A time of make believe that we’ve been draming of.

As time goes drifting by,
The willow bends and so do I.
But oh, my friends, whatever sky above
I’ve known a time for spring, a time for fall,
But best of all a time for love.

(On Air A Time FOr LoVe)

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