Sei: Home > Archive by category 'pianisti'

Archive for the 'pianisti' Category

Dag Arnesen - Norwegian Songs

quoyle Novembre 24th, 2007

Dag ArneesnAncora un’ascolto dal profondo nord, un pianista di Bergen, Norvegia, che ripercorre la canzone popolare norvegese, estendendo la tradizione anche a quella classica, a quella splendida composizione che e’ Arietta di Grieg, probabilmente l’emblema della norvegia pianistica classica.
Ormai dai tanti ascolti di musica jazz dalla scandinavia, sono certo che non sia un caso, la sonorita’ e’ sempre cosi’ magnificamente aperta, come gli spazi del nord, distese desolate e ghiacciate fino all’orizzonte, panorami su fiordi, piatti della batteria che sembrano goccie di acqua che si scioglie. Tutto cosi’ rarefatto e puro come l’aria di una bella giornata di freddo.
Non so molto della storia di queste composizioni, non conosco naturalmente le versioni di origine, se non per Arietta di Grieg, eppure rimango incantato da quel sentore ancestrale di queste melodie che hanno qualcosa di antico al loro interno. Ed ormai una certezza, amo il suono del grande freddo della musica europea.

On Air: Dag Arnesen Arietta


Rating: ★★★★☆

Helge Lien - What are you doing the rest of your life

quoyle Novembre 21st, 2007

LienChe la Norvegia sia patria di molti talenti musicali europei negli ultimi 30 anni non e’ una novita’, continuo comunque a stupirmi quando incontro qualcosa, una scintilla vitale, quella vibrazione che mi risveglia e mi lascia addosso questa voglia di ascoltare e riascoltare magari un solo passaggio.
Sono inciampato per caso su questo disco scaricandolo da Emusic, mio fornitore ufficiale di talenti non ben distribuiti dalle case discografiche, il nome della meravigliosa composizione di Legrand ha fatto il resto.
Lo ammetto ho iniziato il viaggio dal fondo, non ho saputo resistere e sono partito dall’ultimo brano appunto la bellissima what are you doing the rest of your life. E’ bastata una nota per innamorarmi del tocco di questo trentaduenne talento del nord, il suono rotondo, un mordente netto sulla melodia, l’ingresso della cassa della batteria in controtempo rispetto al contrabbasso, un tema delicatamente accennato e raccontato anche da quelle spazzole e dai contrappunti del basso. Anche gli altri due musicisti mi sono completamente sconosciuti, e sono di una bravura e di una maturita’ rara.L’improvvisazione continua tra delicate sospensioni, giochi su pattern ritmici e quasi senza accorgersi si rientra nel tema con dispiacere, con il desiderio di scoprire ancora un’ angolino di meraviglia nell’interpretazione. Il lirismo di questo inizio e’ confermato andando a ritroso ascoltando il disco, una vera gioia scoprire talenti di questo calibro, con una discografia gia’ sostanziosa sulle spalle e con questa maturita’ artistica. Un bel trio, un bel suono, ancora una bella voce del pianoforte nord europeo.

What Are You Doing The Rest Of Your Life

released 2001 on Curling Legs - Norway
catalog nr.: CLP 062
recorded at NMH studios with Henning Bortne & Morten Arnevik
supported by Fond For Utøvende Kunstnere

tracks: Fall (Shorter), Trust (Hartberg), Solar (Davis), Hymne Til Jarl Åsvik (Lien), So What (Davis), What Are You Doing The Rest Of Your Life (LeGrande)

On Air: Helge Lein Trio What are you doing the rest of your life


Rating: ★★★★½

Keith Jarrett - ideale ed umano

quoyle Luglio 11th, 2007

Leggo con un pizzico di sadismo dell’ultima performance di Jarrett a Perugia, sadismo perche’ quest’anno anche amando alla follia il musicista Jarrett, non mi sono fatto convincere a vederlo dal vivo specialmente in Italia.
In sintesi niente di nuovo, al termine del secondo set prima del bis, una foto fa andare fuori di testa Jarrett, che pare abbia esclamato “Damn City” o qualcosa del genere (affermazione deprecabile non per nazionalismo ma per amore di intelligenza). Il direttore artistico di UJazz pare abbia chiuso in via definitiva con Jarrett (a dire il vero condivido questa scelta) perche’ quando si supera il limite dell’educazione non esiste arte che tenga.

Adesso mi permetto una piccola divagazione sull’argomento, quello che davvero stupisce di Jarrett e’ questo strano rapporto con il pubblico.

Tempo fa a Parigi capito’ un episodio analogo per certi versi illuminante. Durante un solo piano, a causa della tosse (sic..) di uno spettatore, Jarrett interruppe bruscamente il concerto per apostrofare il povero spettatore raffreddato mimando al pianoforte cosa sarebbe successo se lui si fosse messo a suonare con la tosse. Episodio discutibile, a questa uscita alcuni spettatori gli hanno gridato che in fin dei conti loro erano il suo sponsor, cioe’ avevano pagato per vederlo. Affermazione anche questa discutibile, in quanto riduce il rapporto artista-pubblico ad un mero rapporto di fornitore di servizi - cliente, una distorsione della nostra societa’ contemporanea.
La cosa non e’ sfuggita a Jarrett che infatti ha replicato invitando tutti quelli che pensavano di essere degli sponsor ad andare serenamente via. A questo punto cosa molto strana si e’ aperto un forum di discussione tra jarrett ed il pubblico su quanto sia fragile e delicato il processo compositivo istantaneo e quanto i disturbi esterni possano influenzarlo al termine di questo sfogo Jarrett ha ripreso a suonare a lungo.

Questo aspetto lo condivido in pieno, quello che mi lascia esterrefatto e’ come Jarrett tratti i disturbi ambientali. Faccio un esempio, ama suonare ad Antibes, dove passano aerei sul palco, non fa una piega quando suona una campana durante i suoi concerti, non si lamenta se le rondini cantano intorno al suo piano, se invece uno spettatore fa una foto, o tossisce il finimondo.

Probabilmente questa sua rigidita’ tradisce una visione profondamente idealistica dell’essere umano e della fruizione dell’arte. Jarrett immagina l’uomo come la sua musica, perfetto, senza quelle screziature, senza i raffreddori, senza le dita nel naso, senza i dolori. Eppure la sua visione e’ contraddittoria, piena di contrari, accetta tutto il circo che si scatena intorno ai suoi concerti, richiede tre limousine per andare e venire dal concerto, pretende due pianoforti prima del concerto per scegliere i migliori, spesso trascurandone pero’ l’amplificazione. A volte sembra voler suonare come in The Melody at night with you, distante dall’umano, chiuso nella perfezione ideale della musica, eppure… eppure pubblica solo dischi dal vivo, spesso scegliendo gli ambienti meno umani tra quelli dove suona, scegliendo spesso ambientazioni giapponesi, luci algide, suoni perfetti, troppo perfetti, si infastidisce se un’applauso arriva alla fine di un solo o in un momento di pathos altissimo (e penso all’intro di All the things you are di Tribute, dove al termine dell’intro l’applauso nasce spontaneo e non infastidisce ma arricchisce sottolinea il momento di tensione altissima, quel brano non sarebbe lo stesso senza quel pubblico che esplode) eppure canta sulla musica, macchiandone la perfezione, forse sottolineando l’umano, rafforzando l’umanita’ dell’artista Jarrett.
Entra nel business dei Festival Jazz chiedendo cifre da capogiro (piu’ di 100mila euro a concerto) e pretende di non far parte delle logiche di servizio-cliente.
Non fraintendetemi, non ci sono giudizi in questo che scrivo, solo un’analisi delle contraddizioni umane molto umane di un’artista che vorrebbe la musica al di sopra di quell’io umano, che pretende il divino probabilmente in quanto il divino e’ nelle sue mani, ma in questa pretesa ricade fortemente nella sua inevitabile umanita’, in quel non saper accettare l’umanita’ del suo pubblico e probabilmente la sua stessa umanita’.

On Air: All the things you are Keith Jarrett Tribute


« Prev - Next »