Tierra del fuego (Aires Tango Live in Rome)
luglio 31, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Blog, Contrabasso, Dischi, Percussioni, Pianoforte, Sassofono

Ci sono dischi, che si accordano bene con il proprio sentire interiore in determinati periodi. Non so il motivo, e non e’ importante, ma alcune volte ascoltando un disco, si muovono delle corde interne e’ come se la musica toccasse qualcosa, e quando succede ascolto per giorni il disco o addirittura il singolo brano che scatena tutta una serie di reazioni e che riesce a toccare quello che neanche io saprei fare da solo. In questi giorni il disco in questione e’ Aires Tango en Vivo, il resoconto di alcune serate al club la palma di Roma di un gruppo italiano. L’ispirazione e’ il tango, la musica argentina, la realizzazione e’ il jazz ed il gioco con il suono, un disco fatto di sfumature, i colori delle percussioni di Michele Rabbia, il pianismo sobrio di Alessandro Gwis, la sapienza e la profonda conoscenza dell’Argentina del sassofonista Xavier Girotto, la poesia del basso di Marco Siniscalco.
Il lirismo argentino, non so perche’ lo trovo affine, una inquietudine esistenziale che emerge profondamente dalle armonie del folclore, dalle ritmiche del tango, ritmiche del corpo e della mente, la mediazione poi in questo disco con i tratti inconfondibili del jazz e della cultura europea, fanno il resto, ci sono la maggior parte delle mie passioni dentro, e mi piace il modo sempre cosi’ garbato di esplorare i brani, l’interazione profonda tra i musicisti, un’interazione indispensabile per suonare una musica di questo tipo, intrecci ritmici ed armonici, la fusione tra il basso ed il pianoforte , la sinergia tra pianoforte e percussioni, le linee del basso che si incastrano con quelle del sassofono. Un bel disco doppio che raccoglie il feeling di queste serate dal vivo e che in questi giorni si e’ imposto come sottofondo interiore dei miei pensieri.
(On AiR La TeRRa deL FuEgo – CrOnoLoGia del 900 AIRes Tango Live in RoMe)
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Doctor3 Winter Tales (Intermezzo)
giugno 21, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Batteria, Citazioni, Contrabasso, Pianoforte
La storia della musica e’ un continuo
stratificarsi di citazioni dotte una sopra
l’altra, utili a dire quello che per molti
sembra indicibile.Perche’ un accordo
in tonalita’ minore e’ piu’ triste dello
stesso accordo in maggiore?
Chi puo’ spiegarlo? Forse quelli che ti
raccontano che la diminuzione di un
semitono sulla terza di un accordo di
quinta porta ad una diminuzione del
proprio stato d’animo e dunque intristisce?
Sciocchezze, nessuno riesce a dare
una spiegazione accettabile.
(Roberto Cotroneo Presto con Fuoco)
Difficile spiegare questo disco, cosa accomuna Mascagni, Tom Waits, Duke Ellington, Sting, George Gershwin, Modugno, Beatles, Morricone? Cosa c’e’ di magico nella registrazione live non perfetta di alcune serate invernali del trio Doctor 3 ad Orvieto nel 2003?
Cosa rende l’intermezzo della cavalleria rusticana di Mascagni interpretato da Rea, all’inizio ed alla fine del disco, letteralmente magnetico, costringendomi ad ascoltarlo ripetutamente da 3 giorni? Le risposte sono probabilmente tutte sciocchezze, non riesco a dare una spiegazione accettabile, solo l’ascolto del materiale contenuto in questo disco puo’ testimoniare la ricchezza di sfumature timbriche e di emozioni che il trio di Danilo Rea, Enzo PietroPaoli e Fabrizio Sferra riesce a creare in queste performance dal vivo.
La gioia di giocare con il materiale sonoro piu’ vario (non a caso l’ultimo lavoro del trio si chiama bambini forever), l’energia a volte addirittura eccessiva che viene fuori dalla musica, l’affrontare con disinvoltura passaggi che portano senza troppe remore e pregiudizi dai territori sonori di Sting a quelli di Tom Waits, la naturalezza con cui tutto scorre, il drumming cosi’ aperto ed arioso di Sferra, la solidita’ del basso di Pietropaoli ed il pianismo di Rea, un pianismo classico che adora Chopin senza ombra di dubbio, sono tutte cose che e’ impossibile raccontare con le parole solo un ascolto rendera’ possibile gustare l’imperfezione vitale di questa magnifica registrazione. Citazioni di materiale sonoro intervallati da favole, racconti improvvisati completamente con gioia dal trio, 6 capitoli di una bellissima storia di inverno.
Il dio di Bach e’ un dio che crea l’universo,le stelle ed i mondi, e poi ti da un certificato di garanzia, qualora qualcosa non funzionasse. Quello di Mozart fa tutto cio’ che gli compete e poi non ti da le chiavi per entrare. Fatti tuoi se non capisci come si apre quella porta. Il dio di Chopin non c’e’. In questa mitologia musicale e’ un parente lontano, ombroso e geniale, ma soprattutto incompleto. E’ un frammento di tempo: straordinario per la sua incompiutezza, ma pur sempre imperfetto. C’e’ una genialita’ nell’imperfezione, e Chopin fu genio dell’imperfezione.
L’ascolto del trio in questa registrazione riesce quindi a regalare attraverso l’imperfezione della registrazione dal vivo non programmata (cosa successa spesso nei grandi dischi della storia del Jazz), le emozioni tipiche della gioia dell’arte improvvisativa, la tensione creativa, l’imponderabile che e’ sempre presente nel frammento di tempo che e’ rappresentato da una performance dal vivo. Le due diverse interpretazioni dell’intermezzo della cavalleria rusticana di Mascagni testimoniano quanto possa essere diverso il mood di due approcci diversi in due frammenti di tempo diversi ad un brano, poi il perche’ non riesca piu’ a smettere di ascoltare questo disco rimane una domanda senza risposta (ed in realta’ non mi interessa averla questa risposta, godo delle sensazioni anche di malinconia profonda che riesce a farmi entrare questo ascolto in alcuni frammenti di tempo congelati in questa registrazione..)
(On AiR InTeRmezZo CaVallEria RuSticAna PiEtro MAscAgni)
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RE: Person i knew (di balene e sogni)
giugno 2, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Contrabasso, Pianoforte, Standards
"Il mio sogno invece e’ immutato. Lo continuo
Ho navigato tanto e ho cucito tanta tela
che ho le punta delle dita indurite ed
insensibili e ho alato tanti cavi che ho le
mani ruvide come canapa di manila; mi
sono arrampicato sul boccaporto di un
mercantile nuovo di zecca dei cui motori
sentivo il pulsare.
Ricordi… tutti ricordi.
Immagini che aiutano a passare i giorni. Ma solo per poco.
Le inseguo nel mio sogno… nella mia visione. Chiudo gli
occhi e sento la musica e loro vengono, tutte, intorno a me
e ballano e cantano e O com’e’ bello vedere il mare scorrere
giu’ dai loro dorsi che brillano e luccicano….."
(H. Selby Junior Canto della Neve Silenziosa)
Pare che il sogno di Bill Evans, per tutta la sua vita sia stato come quello di un innamorato che dopo aver perso l’amore continua tragicamente a cercarlo per il resto della sua vita. Cosi’ Bill Evans dopo la morte di Scott LaFaro ha cercato disperatamente per tutta la sua vita di nuovo quell’amore, quel suono unico del trio con LaFaro e Paul Motian.
I ricordi, quei ricordi dell’ultima domenica al Vanguard, il 25 Giugno del 1961, l’ultima serata di una serie di due settimane, ironia della sorte le ultime note suonate dal trio quelle di Jade Visions che concludono la storia musicale di questo trio. Ascoltare questo disco e’ un’esperienza unica, dopo i tanti ascolti si riesce davvero a capire perche’ Bill Evans continuera’ a cercare Scott LaFaro in ogni singola nota che suonera’, in ognuno dei suoi futuri gruppi. C’e’ tanto in questa musica, piu’ di quello che si sente, e’ un corpo unico questo trio, qualcosa di realmente unico nella storia della musica, nessun altro trio mi da questa sensazione, questa sensazione di amore ed unita’ di intenti musicali tra i musicisti. E’ bellezza assoluta, perdita del tempo e dello spazio, solo musica che scorre libera, ascoltare il basso di LaFaro su My Man’s gone now e’ poesia pura, ogni singolo suono presente su questo disco e’ quello giusto, e’ il superamento del concetto di trio che vede il pianoforte sopra gli altri strumenti, ad un certo punto ci si dimentica di ascoltare tre strumenti, ma e’ come ascoltare una bellissima sezione orchestrale in cui il bilanciamento perfetto tra i vari strumenti rende il suono indistinguibile, perfetto, pura essenza di musicalita’.
Dopo la serata i tre si separarono dopo aver ascoltato insieme la registrazione del concerto, ognuno verso il suo destino, LaFaro verso una morte tragica, ed Evans verso il vagare inquieto degli anni che seguiranno questo evento alla ricerca della scintilla e forse dei motivi di questa morte, Evans solo con il suo senso di colpa per aver portato anche LaFaro verso l’eroina e forse verso quello schianto. Un anno di depressione terribile, ed alla fine dopo circa un anno una composizione bellissima RE: Person i knew, un regalo, qualcosa che Scottie avrebbe adorato suonare. Sembra quasi un invito ad andare avanti, ricordando le persone che si sono consciute, trovo bellissimo il titolo suona da solo RE: Person i knew, RE: Person i knew, RE: Person i knew, queste parole sono ovunque nella composizione di Evans in quelle 16 battute di amore vero per Scott LaFaro e per quella musica che non sarebbe piu’ stata la stessa senza di lui.
(On Air BobO StEnSon RE: PeRson i KneW)
Standards Live – Keith Jarrett 1985
maggio 10, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Appunti jazz, Batteria, Contrabasso, Pianoforte, Standards
Ogni standards jazz ha una sua essenza, un colore tonale attorno cui orbitare, ed un colore emotivo dato dalla sua storia ( i testi, il suo compositore, le sue interpretazioni eccellenti). Nessuno meglio di Keith Jarrett ( a dire il vero del trio di Keith Jarrett) riesce a fondere questi due aspetti per restituire la vera anima dei pezzi interpretati. Prendiamo come esempio il primo pezzo del disco, Stella by starlight, un grande classico del Jazz, difficile da interpretare, spesso snobbato come "banale" dai finti jazzisti , inizia con il colore tonale un AbM7 che Jarrett sviluppa per oltre 3 minuti fino alla presentazione necessaria, naturale del tema. Jarrett si lascia attraversare dall’anima del pezzo, dalla grande melodia di Victor young, con in mente il testo dello standard, senza acrobazie armoniche, con in mente solo la consapevolezza del pezzo, concede solo delle piccole geniali sostituzioni armoniche che non stravolgono il colore tonale del pezzo, arrivando al solo, la mano destra scorre accompagnata dal canto di jarrett, la sinistra si limita a pochi intermezzi giusto su alcuni passaggi, con voicing essenziali, il solo di Stella by starlight e’ possibile cantarlo per intero, e’ una continua variazione melodica sul tema originario che gravita intorno appunto a quel famoso colore tonale. Il pezzo cresce e termina con un’ultimo tocco di genialita’ ancora elaborazioni, questa volta molto sofisticate dell’armonia originale che si concludono riaffermando il colore tonale fondamentalmente positivo del pezzo Bb semplice e cristallino appena accenato sulla tastiera.
E cerco di ricordare quante altre interpretazioni ho sentito del pezzo, e quante sicuramente ne ha ascoltate Jarrett, e quante riescono ad essere cosi’ fedeli alla storia del pezzo (Miles, Ella fitzgerald, Red Garland) ma forse quella che mi ricordo di piu’ e che di nuovo mi sembrava rendere l’anima del pezzo e’ quella del quintetto di Miles (Hancock,Coleman,Williams Carter) My funny Valentine concert) un grande disco anche quello a suo modo alla ricerca della profondita’, delle origini degli standards. Il disco continua con un pezzo sicuramente meno famoso, The Wrong Blues, sempre di Alec Wilder, pezzo ed autore davvero poco esplorati, il titolo mi intriga e’ buffo leggermente sgraziato ed e’ cosi’ che il trio lo interpreta, sento subito il grande piatto di DeJohnette ed il dialogo fitto con il contrabbasso di Peacock, non ho termini di paragone, e l’ascolto piu’ leggero, il solo di jarrett e’ sempre estremamente teso ritmicamente fino ad arrivare al finale sfumato in un minuto, smontato un pezzo alla volta fino alle ultime note di pianoforte.
Il viaggio nella rilettura degli standards continua con Falling in Love with love, un altro grande classico di tutti i tempi un tempo up , swing incredibile, il tema e’ fedele all’originale, il solo potrebbe essere una bellissima linea melodica, il testimone passa al basso di Gary Peacock per un solo in cui e’ bellissimo sentire dietro il pensiero musicale dell’entita trio che dialoga con il basso, non lasciandolo solo, cosa che in realta’ accade anche nei solo di Jarrett, a conferma del dialogo si va verso un dialogo pianoforte batteria prima della esposizione finale del tema, un finale buffo quasi tirato via. Il pezzo successivo non ha discussione Too young to go steady, il paragone inevitabile con Ballads di Coltrane, inizio classico Ballad ancora con tre note si capisce il colore tonale caldissimo del pezzo, immagino un rosso, arancione bello giovane..ma come fa… ed ecco che invece parte su quel colore tonale un’invenzione ritmica propulsiva puer essendo dolce, colori latini, raffinati per questa ballad magica. Adoro la batteria di Dejohnette in questo pezzo, delicata e decisa, quei tom, i colori che riesce a regalare al pezzo, mentre Jarrett, continua a creare melodie una piu’ bella dell’altra sull’impianto armonico del pezzo. E’ un genio, si diverte, ed ha proposto una versione completamente nuova del pezzo rimanendo fedele all’idea originale. Il disco continua con The Way you look tonight, un pezzo meno famoso , ancora un tempo medium up, inizio deciso, non ci sono dubbi, un do semplice e chiaro che non ammette repliche, il solo decisamente swing bop si sviluppa sul treno di supporto, Dejohnette e’ in grande forma ed il suo solo e’ assolutamente lirico, anche la batteria esprime il senso del colore tonale ed emozionale del pezzo, il tema conclusivo porta il pubblico ad acclamare un bis, il trio regala una versione essenziale di Old Country, colore tonale struggente, di rimpianto dato dal testo legato alla gioventuì perduta, una costruzione del pezzo graduale fino ad arrivare al tema finale che si smonta rapidamente come se l’energia emozionale del trio fosse finita di colpo. Grande disco, premessa fondamentale di quello che sara’ il lavoro "storico" di rilettura dei pezzi che hanno fatto la storia del Jazz nei venti anni successivi a questo evento.
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Keith Jarrett Personal Mountains
maggio 6, 2005 by quoyle
Inserito nella categoria Batteria, Contrabasso, Pianoforte, Sassofono
Disco "dimenticato" negli archivi della ECM e rilasciato solo molto tempo dopo la sua registrazione nel 1979 a Tokyo Live. Grande testimonianza dell’arte del quartetto europeo di Keith Jarrett. Performance ottima di tutto il quartetto ormai alla fine dell’esperienza musicale. Il disco e’ un viaggio nei meandri dell’esplorazione di tutte le fasi attraversate da questo quartetto unico nella storia della musica jazz contemporanea. Ascoltandolo si sentono reminescenze di Mysong, di Death and the Flower, la freddezza del sax nordico di Garbarek, quella batteria cosi’ "europea" di Jon Christensen, il basso monolitico di Palle Danielson.
Il pezzo iniziale e’ appunto la title track "Personal Mountains", un pezzo molto ritmico, spigoloso, forse espressione davvero delle vette di eccellenza raggiunte dalle individualita’ di questo quartetto, impossibile non rimanere colpiti dalla forza propulsiva della batteria, dalla varieta’ dei colori con cui Christensen accompagna il pezzo, i pattern spigolosi del piano di Jarrett, accompagnati dal lirismo del sax di Garbarek. Il pezzo finisce con un’atmosfera contemplativa che introduce un vero capolavoro compositivo di Jarrett Prism (piu’ tardi interpretato in trio nell’album Change). Prism, ovvero come visualizzare uno spettro armonico attraverso il prisma fornito dalle armonie sapienti di Jarrett, dal tema struggente cantato dal contrabbasso. Ogni volta che ascolto questo pezzo, penso che non possa succedere niente di brutto, riesco ad estranearmi dai miei pensieri, immergermi completamente nella contemplazione dei panorami armonici che il gruppo esplora, si riesce a sentire l’unita’ di intenti, il pianoforte riprende il tema introdotto dal basso, con la maestria armonica di Jarrett, che fa crescere il pezzo fino all’esposizione del tema del malinconico sax di Garbarek.
Davvero tutto il disco forse vale questo pezzo, sapienza armonica, melodica, ritmica, il quartetto europeo nella sua migliore angolazione, il solo di garbarek e’ qualcosa di assolutamente imperdibile, sempre legato all’armonia del pezzo, riesce ad essere lirico, ritmico, ad esplorare il colore tonale del pezzo immaginato da Jarrett, sono davvero in estasi ascoltando questo pezzo, potrei ascoltarlo per diverse volte di seguito, provando sempre la stessa sensazione di sicurezza, di dolcezza, di bellezza assoluta. Il disco prosegue con Oasis un pezzo giocato sui suoni, sull’interplay, si sente una rielaborazione della storia di Jarrett, echi della sua precedente esperienza con il 4teto americano, proiezioni verso il trio futuro. Ancora con Innocence il trio riporta atmosfere del grande disco MY Song, il pezzo e’ assolutamente una perla compositiva, nella grande tradizione del trio, armonie classiche lo introducono, Jarrett nella sua essenza piu’ profonda, un tema di una serenita’ inconsueta, tocca le corde della pace nei miei recettori cerebrali, grande interplay con il basso di Danielsson e con quei meravigliosi piatti di Christensen. IL disco si conclude con un "classico" blues tanto caro a Jarrett "Late Night Willie", alcuni pattern sonori ancora sono precursori dei pattern che sentiremo nel trio di Jarrett, degna conclusione di un grandissimo disco, espressione suprema della poetica musicale del 4tetto, penultimo atto in ordine cronologico ma vero testamento artistico dell’ispirazione che ha legato questi 4 grandi musicisti. Se potete ascoltatelo, e’ un ascolto che regala un benessere assoluto.
ECM 1382 Date: Aprile 1979
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Keith Jarrett Piano, Percussion
- Jan Garbarek Tenor and Soprano Saxophones
- Palle Danielsson Bass
- Jon Christensen Drums
Tracks List:
- Personal Mountains (16:01)
- Prism (11:13)
- Oasis (18:03)
- Innocence (7:16)
- Late Night Willie (8:46)
Rating: 



















