Dark Intervals Piccoli istanti ne’ giorno ne’ notte

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Darkintervals5.0Piccoli istanti ne' giorno ne' notte, come il disco di Keith Jarrett, un inno panteistico, un susseguirsi di piccoli intensi intervalli scuri ed aperture improvvise di un lirismo struggente. La gioia del suono, la meraviglia di ascoltare quelle note apparire e vivere e sparire con l’intensita’ che solo la creazione spontanea ed istantanea riesce a creare.

Potete contattarmi su MSN: quoyle@hotmail.it

Enrico Pieranunzi - Canto Nascosto

quoyle Novembre 29th, 2005

"C’e’ un punto in cui l’anima si congiunge alla materia. E’ marginale piccolissimo, e non sono molti i pianisti che lo conoscono. In termini tecnici viene denominato assai freddamente, "coordinatore fra l’azione del tasto e quella della meccanica". A vederlo sembra una normale vite, molto piccola, conficcata nella parte finale del tasto, quella che non si vede piu’ perche’ sta dentro il pianoforte. Il coordinatore sposta in alto il talloncino del cavalletto, e attraverso un sistema di montanti e rullini, di leve e molle, quella piccola vite aziona il martelletto che percuote la corda. Ma l’azione del tasto e’ la mia azione, e’ il riflesso delle mie dita, e’ il mio pensiero della musica : affidato ad una piccola vite che quasi non si vede. Se tocco il tasto con piu’ morbidezza, quella vite deve trasmetterla alla meccanica, e la meccanica deve suggerirla al martelletto che andra’ a colpire la corda tesa al punto giusto secondo un carico ben preciso. Quando mi dicono che l’universo e’ insieme semplice e complesso, penso al mio pianoforte e capisco esattamente cosa si intende con questa espressione."

(Roberto Cotroneo Presto con Fuoco)

E’ difficile spiegare cosa possano provocare quegli 88 tasti, quello che racconta Cotroneo e’ una parte del mondo meraviglioso che si scatena quando un pianista si mette davanti al suo strumento, uno strumento semplice e complesso, il pensiero musicale affidato ad una piccola vite, il punto in cui l’anima del musicista si congiunge alla materia. La sensazione di gioia deve essere anche quella che ha provato Pieranunzi nell’incidere questo disco, dedicato alla voce del pianoforte, grande sconosciuto anche ai pianisti.Disco dedicato ai 300 anni di vita del pianoforte ed al suo quasi sconosciuto inventore Cristofori Bartolomeo Padova 1655 Firenze 1733, un uomo che per Pieranunzi (e non solo per lui) un po l’ha cambiato il mondo e non e’ ricordato quasi da nessuno. Un disco che vede suonare 5 pianoforti diversi in 13 brani, voci diverse, per idee diverse, uomo fortunato Pieranunzi a poter toccare ed esprimere il suo pensiero musicale attraverso queste meraviglie di strumenti

Grancoda Borgato 282

Grancoda Fazioli F278

Grancoda Kawai 275 EX

Steinway & Sons mod O 180

Steinway & Sons mod B 211 (in palissandro Sudamericano)

Ogni pianoforte e’ diverso, ha una voce cosi’ riconoscibile, ed ascoltare il disco e’ un viaggio nell’anima di questo strumento, tutte composizioni originali di Pieranunzi. Lo Steinway in palissandro Sudamericano ha una una voce morbida, dolce delicatissima, probabilmente la mia voce preferita, mi fa vibrare questo pianoforte, e’ morbidissimo, adatto a suggestioni intimiste, a ritratti quasi impressionistici e Pieranunzi sceglie per lui brani pervasi di sottile e morbida malinconia, che si accompagnano  splendidamente con la sua voce suadente e morbida. Il Kawai ha un suono molto piu’ cristallino, frequenze alte piu’ presenti, piu’ freddo e distaccato ed i brani scelti ne esaltano questi aspetti, utilizzo dei registri bassi ed alti, poco i registri medi, per far risaltare il suono piu’ metallico del pianoforte. Il Fazioli e’ il pianoforte percussivo per eccellenza, ed infatti possiede un attacco netto, definito del suono, molto piu’ ripido dei pianoforti precedenti, e’ incredibile la nitidezza del suono, la definizione senza sbavature ed i brani scelti da Pieranunzi esaltano le doti percussive, con molti staccati, note brevi, utilizzo parsimonioso del pedale del sostenuto. Il corpo di questo pianoforte e’ incredibilmente denso, i registri medi assolutamente stupefacenti, sono pieni, e Pieranunzi li usa al massimo. L’altro Steinway e’ invece un mostro di suono, ha un volume ed una timbrica squillante, la piu’ squillante del gruppo piu’ del Fazioli, ed il brano che suona insieme a Pieranunzi e Per due, un brano movimentato dalla dinamica bassa, spostato verso il volume squillante del pianoforte. Il pianoforte Borgato, una vera rarita’, costruzione artigianale, italiana, per il brano a second tought, non avevo mai ascoltato un Borgato, un suono ricco di armonici e sfumature, che permette di utilizzare molto il pedale del sostenuto, per far risuonare gli armonici del pianoforte, un suono molto particolare. Questo disco e’ un vero atto di amore incondizionato per il pianoforte, uno dei miei dischi preferiti, bello ascoltarlo di seguito e scoprire che ogni pianoforte e’ cosi’ facilmente riconoscibile dalle sue caratteristiche timbriche, e trovare nella sapienza di Pieranunzi, i brani ed i tocchi piu’ adatti ad esaltare le doti migliori di ciascuno di questi pianoforti, raccontando magnificamente quello che e’ il destino di tutti i pianisti, lavorare in sinergia ogni volta con uno strumento diverso, e saper coglierne le doti migliori.

"Eppure il suono di quell’ottava di Sol, l’inizio di quella ballata, e’ qualcosa di straordinariamente aereo, impalpabile perfetto. Quei due sol, figli di anni di studi sulle meccaniche pianistiche, sembrano venire da un prodigio, non da assicelle di legno ben costruite, neppure da sistemi di leve complesse e perfette. Ma e’ tutta materia, tecnica costruttiva. Piu’ volte mi sono chiesto quanto potevo influire su quella vera e propria tecnologia; quanto potevano fare le mie mani, e quanto invece proveniva dal mio Steinway. Non so ancora dirlo oggi a distanza di anni. E se vedo il pianoforte di questa casa, il mio, lo vedo perfetto nella sua tastiera di tasti giallo avorio, che variano lievemente di sfumatura uno dall’altro, e di tasti neri; perfetta nell’intreccio delle corde, nel nero brillante degli smorzatori che sembra vogliano proteggere quelle corde; e ancora nelle chiavi di acciaio lucente, infisse perfettamente nel telaio giallo-oro. Sembrano forme classiche, antichissime, pensate da sempre in quel modo. E invece sono figlie di uno studio incessante che ha cambiato l’aspetto degli strumenti di continuo."

Rating: ★★★★★

Un anno fa : Fred Hersch & Bill Frisell - Songs we know

La linea sottile

quoyle Novembre 28th, 2005

“The very fine line between loneliness and solitude, reflection; being alone, always appealed to me when I was a kid.”
(Brad Mehldau)

Un fine settimana intenso, fine settimana di pioggia, note e chilometri. Rimango sempre un po’ stupito dalle sensazioni che mi si rovesciano addosso in alcune circostanze, il senso di solitudine che mi prende, spesso per contrasto proprio nei momenti di maggior casino intorno. Venerdi’, inizio concerto ore 22 Livorno, c’e’ qualcosa che non mi convince, sara’ il vento con la pioggia, un certo grado di ’squallore’ nei discorsi pre concerto, il disprezzo piu’ assoluto della musica da parte del trombettista e del bassista, per motivi opposti, il trombettista troppo snob per credere che la musica cubana sia degna di essere suonata bene ( ed infatti la suona male, perche’ non ascolta, non conosce, non ama….), il bassista perche’ proprio della musica non ha nessun rispetto. Insomma il concerto passa abbastanza in maniera indolore, mi concentro sul pianoforte ahime digitale e faccio quello che posso,  cercando di tenere le interferenze fuori dalla porta, anche se questo processo consuma energia. Alla fine del concerto sono davvero immerso nel senso di solitudine ed estraneita’, chissa’ se riusciro mai a gestire questa cosa, questo senso di alienazione che mi riempie, un caffe’ di corsa, e smontare il pianoforte, in macchina verso Empoli.

La strada e’ bagnata, diluvia, le luci delle macchine di fronte, qualche nota sgraziata del concerto che continua a risuonarmi in testa, arrivo ad Empoli verso le 2.30 riesco con difficolta’ a trovare la casa dove c’e’ la festa di laurea di Lotta, quando arrivo sono rimaste poche persone, quasi tutti musicisti.
Tanto per cercare di allontanare da me la negativita’ che ho accumulato, bevo un bicchiere di vino ed inizio a parlottare con il batterista, vedo con dispiacere che non e’ montato un pianoforte ma un hammond. Odio suonare l’hammond, non e’ il mio strumento, non lo so controllare, non lo so gestire, non abbiamo intesa io e quel mostro di suono. Faccio un paio di brani, e poi capisco che non e’ cosa, allora lascio lo strumento al suo proprietario che lo sa far ruggire come si deve, e mi perdo inesorabilmente dietro i miei fili mentali. Piano piano la festa si svuota e rimaniamo in 4, le ultime chiacchiere una partita a ping pong alle 6 di mattina (ma quanto cavolo di fiato ci vuole per giocare a ping pong…) e di nuovo in macchina verso pisa, sotto una pioggia battente, le corse di 4 imbecilli sprezzanti della vita altrui ed arrivo a casa alle 7.30, un caffe’ una doccia ed a letto che alle 17.30 devo ripartire per suonare a Cecina.

Sveglia alle 15.30, sonno agitato, mal di testa da eccesso alcolico, e da stanchezza non smaltita, colazione rincoglionito sul divano, doccia e sono gia’ le 16.30 riordino le idee per il concerto della sera, repertorio tutto nuovo, cubano tradizionale con un bassista nuovo. Finalmente potro’ suonare i brani di Lecuona, adoro quell’uomo, un pianista ed un compositore raffinatissimo, La comparsa, Siboney, brani ricchissimi armonicamente, ritmicamente, una vera meraviglia, il pensiero di quella musica mi riscalda. Partenza ancora tanto per cambiare sotto acqua neve, piove piove piove, non ce la faccio piu’ piove da 4 giorni senza sosta. All’arrivo al locale a Cecina, mi avvento subito sul pianoforte, per conoscerci un pochino, cercare di capire se saro’ solo durante la serata oppure anche lui potra’ darmi una mano.
Lo tocco, cerco’ di capire un po la sua storia, ma non mi risponde e’ pigro, e’ un pianoforte a noleggio di scarsa qualita’ coreana, un pianoforte che e’ stato poco amato, poco curato, e reagisce con un suono sottile, piccolo, che non ha corpo, che cerca di interferire negativamente con le idee musicali, cerco un canale per comunicare ma non ce la faccio.
I pianoforti sono tutti diversi, da un pianoforte puo’ dipendere l’esito di un concerto, nel bene e nel male, il pianoforte del concerto di Colonia, era un pianoforte un po sgraziato, messo non bene, ma probabilmente solo lui poteva entrare in contatto con Jarrett quella sera, un’altro piu’ nobile, piu’ dignitoso, non avrebbe reso possibile l’atmosfera del concerto. Un buon pianoforte, un pianoforte adatto al tuo umore e’ un’ arma incredibile, ti fornisce idee. La maledizione di noi pianisti, non essere a contatto con il suono, abbiamo un’interfaccia complicatissima tra il pensiero ed il suono, e pochi pianisti la conoscono e per questo non sanno controllare il suono, e la maledizione di non poter portare con noi il nostro strumento, quello che ci conosce in ogni piccolo angolo del nostro pensiero, nei momenti belli ed in quelli brutti, quello che noi amiamo e proteggiamo e curiamo, ogni volta su un corpo diverso, far scivolare le dita su questa interfaccia che ogni volta e’ diversa, non risponde come ci aspetteremmo, un po’ piu’ rigida, un po’ piu’ leggera, il corpo del suono. A volte se ti capita di suonare un grande pianoforte, che ha avuto le cure giuste come lo Steinway del Teatro del Sale a Firenze, la sintonia scatta immediata, lui ti capisce, si lascia capire, e le mani ed i tasti si fondono per arrivare a toccare le corde, l’interfaccia diventa trasparente, se invece il pianoforte e’ un povero coreano finito nel girone infernale dei noleggi, l’interfaccia diventa il suono ed addio ad ogni velleita’. Il concerto e’ stato difficile, per il pianoforte che non rispondeva, il bassista nevrotico per questa prima serata, che riuscia a sbagliare tutto quello che si riusciva ad immaginare, Felipe che non aveva alcuna voglia di suonare, il pubblico decisamente night anni 70 che popolava il locale.

Archiviazione immediata senza rimpianti, e viaggio di ritorno, in macchina metto un disco di Chucho Valdes, Biryumba Palo Congo (Religion of the Congo tradotto), un disco che fonde la tradizione africana, con il Gospel ed il jazz, Rapsodia in blu su ritmica Danzon (un vero omaggio a Lecuona che suono’ la rapsodia in blu davanti a Gershwin a NY e lo stesso Gershwin rimase ammirato dalla forza e dalla classe di questo pianista), fino a quando arriva l’ultimo brano un gospel africano, mistico, quasi una specie di liturgia musicale, voce, coro. Pianoforte percussivo, pattern ritmici, poliritmi, tutto talmente naturale da sembrare ‘ovvio’.

Ed e’ in questi momenti che si verifica la vera disgiunzione sensoriale, ascoltare le note di Gershwin, mi mette sempre in uno stato d’animo strano, come se non potesse capitare niente di male, e contemporaneamente sento il mostro, ed il contrasto e’ sempre forte e mi lascia confuso. Ancora sonno agitato, rimango a letto fino alle 4 di pomeriggio, aprendo gli occhi di tanto in tanto, rispondendo a qualche messaggio a qualche telefonata, ed il resto della giornata di ieri e’ una camera di decompressione, alcune domande ieri sera a cui e’ difficile rispondere e che sono il punto centrale della mia vita attuale, l’infinito, dove cercarlo, esiste, non smettere di crederci, sapere perche’ ci si sveglia, perche’ si ama, perche’ si provano alcune sensazioni, perche’ perche’ , ma sono poi necessari tutti questi perche’?  Forse basterebbe sentire, e non aver paura di sentire e mai sottovalutare le conseguenze del sentire senza ma ne perche’.

(ON aiR Chucho Valdes Rhapsody in blu - Briyumba Palo Congo :: Religion Of The Congo)

Un anno fa : Musica per pensieri circolari

Adagio Sostenuto (Di fili e luna)

quoyle Novembre 23rd, 2005

Giornata folle come spesso mi capita, in giro per l’Italia, non mi dispiace in realta’ e’ tempo dedicato a se stessi, quasi una monade quella macchina, una piccola particella contenente i miei pensieri ed i miei dischi ed al diavolo le brutture ed i pensieri. E’ difficile questo post ho tante cose nella testa.

Partiamo da qualche momento prima, le ultime giornate non sono state facili, compresso, compresso dentro i pensieri, con lo sguardo rivolto indietro, errore, lo sguardo deve essere rivolto avanti, sempre, sempre. Ieri ho toccato un punto basso, freddo, forse la suggestione del freddo che c’e’ intorno, ma il freddo mi piace, adoro l’inverno, il vento, le giornate invernali. Manca qualcosa, certo manca qualcosa, ma ieri sera ho sentito al telefono la voce di mio padre, felice, e’ tornato a casa dall’ennesima sosta in ospedale, dall’ennesima devastazione chirurgica, si spera sia l’ultima ed era felice, ho sentito come puo’ essere un’anima semplicemente felice, e’ stato bello sentire quella scintilla vitale, quella gioia semplice e complicata, quel senso di meraviglia per qualcosa, si e’ stato bello.

E non so come ma quella semplicita’, quel sorriso che veniva fuori, quella meravigliosa gioia di vivere che ho sentito, mi e’ arrivata addosso, ed ho riflettuto, ho meditato sullo sperpero quotidiano di energie. Non devo, non devo cercare fuori quello che deve essere dentro di me, o che probabilmente e’ gia’ da qualche parte, devo ripetermelo come un mantra, I miei sogni? Una forza, non una debolezza, avere sogni continuare a sognare, cercare di raggiungerli, cercare di sentire sempre quella voce, ho memoria per i suoni, quel sorriso che sentivo attraverso il telefono ieri sera, quel suono e’ il suono della vita. E’ qualche notte che mi addormento con in sottofondo Rachmaninoff, il concerto n2 ed il n3 per piano ed orchestra, faccio partire il Cd dall’adagio sostenuto del 2 concerto, i violini, la dolcezza di Rachmaninoff mi culla, mi accompagna, bastano pochi minuti ed il sonno arriva naturalmente viene evocato dal calore e dal senso di benessere e di positivita’ che si sprigiona da quella musica. Adagio sostenuto, mi ha sempre affascinato, adagio ma non troppo, anzi di piu’ leggermente sostenuto, un po forte, dolce ma non troppo… e quando arriva il concerto n3 sono gia’ perso, sono gia’ in uno stato di dormiveglia, abbastanza per sentire quelle note magiche di pianoforte poi Zoltan Kocsis lo prende in un modo strano, lo controlla questo concerto, non si lascia sovrastare dalla forza sovrumana che lo riempie, in ogni angolo. Mi abbraccia questa musica e mi tiene caldo, mi fa dormire in un mondo non ben definito, vivo, pieno di meraviglia, ed anche un pizzico di paura, paura per la forza che sento. Sentire la forza, una forza intangibile, misteriosa fa sempre paura, come fanno paura i sentimenti, come fa paura quello che non conosciamo o che non riusciamo a spiegare in un modo analitico.

Ed oggi, una giornata di inverno limpida e freddissima, di ritorno da Milano, un cielo limpido, luna e fili che scorrono sulla strada, un po di neve sulla parma-la spezia, una serata dolce, calda, la certezza di essere accettati in maniera semplice, il vino quello buono, di Badia di Morrona a riscaldare i discorsi, a raccontare un pezzo di vita, che era un po che non si incrociava, e mancava, il freddo in macchina e poi i dischi, la mia borsa del pc strapiena di dischi, ascolta questo, ma hai sentito questa canzone, e Shirley Horne, si mi fa un effetto strano, quel suo ritardare continuamente la melodia, e Kurtis Elling, e All the way, e questa… questa senti la voglio fare, voglio suonarla, e devi imparare a lasciarti andare, a non aver paura del brano a non aver paura di lasciarti attraversare da quello che senti, e si e’ fatto tardi e non vorrei smettere di ascoltare musica cosi’ in maniera frenetica come uno scoiattolo cocainomane che cambia brano ogni 5 minuti perche’ vuole farti ascoltare tutto, anche se sa che e’ impossibile, perche’ da quella musica passano tanti messaggi, tante emozioni, tanta vita. Adagio… sostenuto, adagio…sostenuto…..

“Senti’ la neve cadere lenta nell’aria, ogni fiocco con un suono proprio e distinto e non ostacolato nella caduta cosi’ che i suoni di tutti quei fiocchi non mescolavano ne’ stridevano ma si fondevano invece in un canto, quello della neve, che lui sapeva che pochi avevano mai udito. E, pur restando dolce, quel canto diventava sempre piu’ forte mentre lui era sempre assorbito dalla luce, diventava una cosa sola con la luce.. ed alla fine non ci furono piu’ piedi che lasciassero impronte ne’ corpo ne’ occhi che brillassero ma soltanto luce e suono e gioia pura ed eterna.

Niente passato, niente futuro, niente, neppure un presente, unicamente la nuova gioia che non conteneva ricordi di angustie e lotte e sofferenze…. unicamente la nuova gioia….

                                                                                              e capi’

che sarebbe potuto restare li’ per sempre”

(Hubert Selby JR. Canto della neve silenziosa)

(On AIr AdaGio SoSteNUto RAchmaninoFf ConcErto Per PIanO ed ORchEstra N.2 in CMin SaN FRanCiscO SympHonY)

 

Un anno fa : In Love in Vain